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La percezione dolorifica nell’uomo e la pianta dei suicidi: quanto dolore possiamo sopportare?

Esiste una pianta le cui foglie secernono un composto che provoca talmente dolore all’uomo da essere stata ribattezzata “pianta dei suicidi”.

Le foglie della D. moroides sono rivestite di sottili aghi che, quando penetrano la pelle, rilasciano la moroidina, neurotossina responsabile della percezione dolorifica intensa.

Questa sostanza chimica, detta moroidina, è un composto altamente irritante che determina, al contatto con la pelle umana, un dolore lancinante che persiste per mesi, anche anni, e che potrebbe indurre pazzia e suicidio nella persone che ne vengono a contatto.

La pianta dei suicidi: Dendrocnide moroides

Detta anche Gypsie Gypsie, questa pianta appartiene alla famiglia delle Urticaceae, ed è tipica delle aree di foreste tropicali nel nord-est australiano. Sulla superficie delle sue foglie troviamo dei sottili aghi che rilasciano, una volta penetrata la pelle, questa potente neurotossina e ad oggi rappresenta la forma più tossica di alberi in Australia. Il frutto della pianta potrebbe essere mangiato dall’uomo ma solo a patto che questi aghi tossici vengano rimossi. Il dolore provocato dalla neurotossina, la moroidina, è talmente forte che, seppur non induca suicidio nelle vittime, rende spesso agonizzante la vita quotidiana a tal punto che la persona potrebbe avere dei pensieri suicidi (da qui il nome suicide plant). La dott.ssa Marina Hurley, specializzata in entomologia, ricordando di essere stata colpita dalle foglie della pianta ha descritto il dolore descritto come “essere ustionati con acido caldo e elettrizzati con uno shock elettrico allo stesso tempo”. Secondo la dottoressa, che ha avuto questo spiacevole rapporto ravvicinato col vegetale, anche sfiorare una foglia causa questo dolore, raggiungendo un picco straziante dopo 20-30 minuti dal primo contatto. La nomea della pianta del suicidio persiste ancora nella cultura popolare nonostante i numerosi casi che oggi si conoscono sono legati ad animali come cavalli e cani trovati morti in precipizi vicino arbusti della pianta. L’unica morte umana è stata registrata in Nuova Guinea nel 1922 dopo che un uomo è venuto in contatto con le foglie di un’altra pianta simile, la Laportea condata.

La moroidina: caratteristiche chimiche

Il contatto con le foglie, determina la rottura dei sottili aghi presenti su di esse, i quali penetrano l’epidermide e rilasciano questa neurotossina nel derma. Questa sensazione di puntura persiste da poche ore a 1-2 giorni, subendo un’altalenante percezione dolorifica che può durare anche anni. Questo dolore può essere evocato nel momento in cui l’area interessata viene esposta ad acqua corrente od è soggetta a variazioni di temperatura. Spesso l’area cutanea si riempie di piccoli punti rossi che si uniscono poi a formare delle bolle più grandi.
La moroidina, da un punto di vista chimico, è un ottapeptide (proteina fatta da 8 amminoacidi) che contiene un inusuale legame fra carbonio e azoto (C-N) tra un triptofano e una istidina. La sua conformazione è stata definita nel 2004 grazie a numerosi studi di cristallografia ai raggi X e sembrerebbe avere delle omologie di struttura con la classe di composti noti come celogentine. Nonostante siano stati fatti esperimenti di iniezione di moroidina a livello intradermico, i ricercatori credono che ci siano altre sostanze tossiche che contribuiscono al dolore causato dalla pianta. Infatti, nonostante le iniezioni fossero dolorose per i volontari, non raggiungevano una soglia dolorifica come il contatto con un estratto crudo derivante direttamente dal vegetale. Un risvolto interessante di questa molecola, derivante da studi biochimici in ambito tumorale, hanno dimostrato che la molecola potrebbe essere impiegata come farmaco chemioterapico perché sembrerebbe possedere un’azione antimitotica sulle cellule in vitro.

Formula chimica della moroidina, ottapeptide. Si noti il caratteristico legame fra C-N. Ancora oggi non esiste un protocollo laboratoriale per sintetizzare l’intera proteina, ma si è riusciti solo a comporre parti di questa molecola organica.

Percezione del dolore nell’uomo

Nell’uomo, i segnali dai nocicettori periferici meccanici, termici e meccanotermici vengono trasmessi al corno posteriore del midollo spinale prevalentemente mediante le fibre A-delta, mielinizzate e con un basso potenziale di soglia che permette loro di essere estremamente rapide nella trasmissione delle informazioni relative. Queste fibre terminano in una particolare porzione del corno posteriore, detta anche lamina I di Rexed, dove rilasciano prevalentemente il recettore glutammato (Glu). I recettori polimodali trasmettono il segnale al corno posteriore mediante le fibre C, non mielinizzate e a bassa trasmissione del segnale. Per tale motivo, quando avvertiamo un dolore, ne percepiamo sempre uno “immediato”, ed uno che invece sembra essere “cronico” e a maggiore latenza temporale. Le fibre si proiettano superiormente nel midollo ascendendo nel tratto spinotalamico e raggiungendo il nucleo ventrale posterolaterale del talamo. Da qui, alcuni neuroni proiettano alla capsula interna nell’encefalo e terminano nel giro postcentrale ipsilaterale, lì dove risiede la corteccia primaria sensitiva.

Schema che sintetizza il pathway di percezione del dolore, dal nocicettore periferico alla corteccia cerebrale.

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