La morte del sociologo Touraine ci fa riscoprire la dimensione globale degli esuli accademici

E’ ufficiale la morte di Alain Touraine, sociologo e direttore degli studi all’Ecole des hautes études en Sciences sociales. Aveva raggiunto l’età di 97 anni.

Figura di spicco della scena intellettuale internazionale e uno degli ultimi pensatori di una generazione che ha segnato il pensiero occidentale nelle scienze sociali, celebre teorico della società postindustriale.

Touraine e la sociologia

Touraine è stato uno dei più importanti e noti intellettuali della recente storia. Nei suoi studi  ha condotto numerose analisi riguardo alle dinamiche dicambiamento della società dal dopoguerra in poi. Cominciò con lo studio e l’osservazione del lavoro degli operai, con una tesi su quelli della Renault. Poi, dopo il Maggio 1968, la sua attenzione si concentrò anche su movimenti di ogni strato sociale, dagli studenti alle femministe e ai fautori del regionalismo. Si è occupato anche dei movimenti sociali intrecciati con la storia della globalizzazione, contribuendo alla teoria dell’azione sociale con studi sulla crisi della modernità. Per queste analisi e per i suoi studi era considerato il padre della “sociologia dell’azione”. Ha inoltre  ricevuto numerosi riconoscimenti, tra i quali il Premio Principe delle Asturie per la comunicazione e le scienze umane nel 2010 condiviso con il sociologo Zygmunt Bauman per essere, “luminari del pensiero europeo che hanno contribuito con il proprio lavoro a migliorare la comprensione della realtà sociale del nostro mondo”.

Una dimensione globale

Oltre che in Francia, insegnò negli Stati Uniti, in  Canada e in America Latina: era in Cile nel 1973 e raccontò ascesa e caduta del governo socialista di Salvador Allende. Uno dei suoi ultimi volumi è stato è stato dedicato al periodo successivo alla crisi 2008, analizata nella sua interezza globale. A preoccuparlo in particolare fu la caduta in disgrazia di tutte le istituzioni, che prima trasformavano le situazioni economiche in elementi di una vita sociale controllata dallo Stato e ora incapaci di dare riposte. Il sociologo francese intende quindi superare la prospettiva storica a cui siamo abituati interrogandosi su quello che sarà il presente e  il  prossimo futuro, in una dimensione divenuta globale. La prima crisi messa in luce è infatti quella dei modelli tradizionali, che hanno la pretesa di guidare il mondo per una quantità di tempo quasi illimitata. Con questo libro emergono così attori, conflitti, identità personali e collettive che costituiscono un paesaggio sociale quanto mai travagliato.

Esilio ed espatrio

La dimensione dell’esilio così come quella dell’espatrio consente a studiosi e non, di avere una lente bifocale e una prospettiva realmente globale. Dopo un primo trattamento certamente non facile o addirittura problematico con la Nazione ospitante,  risulta possibile apportare un contributo umano prima ancora che scientifico. Certamente il sociologo francese si trovò in una condizione come quella appena descritta, poiché insegnò in diversi Paesi, apprendendo certamente tanto e allargando le proprie conoscenze, oltre ad avere la possibilità di una visione completa del mondo. Gli espatriati a differenza degli esuli apprendono dalla loro esperienza all’estero, sebbene  dispongano di un exit strategy. Gli studenti che entrano in contatto con gli accademici in esilio spesso scoprono cose che non avrebbero potuto apprendere da altri docenti. Questo contribuisce a creare delle reti di conoscenza umana e scientifica che altrimenti sarebbe molto difficile stabilire.

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