Due maestri in fatto di tecniche narrative ci insegnano come l’atto stesso del raccontare possa divenire il protagonista di composizioni letterarie e cinematografiche.

La “metanarrazione” è il processo tramite il quale un’opera letteraria o cinematografica finisce per parlare di sé: la peculiarità del genere metanarrativo, in letteratura e cinema, è che al centro del discorso viene posta la riflessione sull’opera d’arte, vale a l’insieme di tecniche ed espedienti che sottendono al processo di realizzazione dell’opera d’arte stessa. Il disvelamento di questi meccanismi diviene così parte integrante del racconto, e permette al fruitore di esplorare il laboratorio dell’artista e, in un certo senso, partecipare al processo creativo.
La metanarrazione come ricerca della verità
“Metanarrativa”, “metaletteratura”, “metaromanzo”, “metacinema” : sono tutte espressioni di uso ormai comune per gli addetti ai lavori, che fanno riferimento a tutti quei luoghi del testo (in senso lato, anche del copione di un film) in cui si intrecciano vari livelli di narrazione, oltre a quello occupato dall’intreccio principale. Basta ricercare l’etimologia del termine per comprenderne appieno il significato: ‘meta-‘ è un prefisso molto utilizzato dalla lingua italiana per la formazione dei nomi composti e, come molte componenti grammaticali della nostra lingua, proviene dal greco antico. La preposizione μετά significa “con”, “dopo”, dunque “oltre”: bisogna pertanto ascrivere al concetto di “metanarrazione” tutto ciò che trascende la trama basilare, che si situa su un gradino diverso rispetto ad essa e tuttavia appartiene alla stessa scala.
Nella storia della letteratura vi sono vari esempi di metaromanzo: il caso più celebre all’interno della letteratura italiana è costituito sicuramente da I promessi sposi di Alessandro Manzoni. Ci è stato insegnato che l’autore milanese si è inventato di aver rinvenuto in un cassetto una copia del manoscritto del romanzo che porta la sua firma: ecco, non si tratta semplicemente di un espediente ingegnoso adottato dal Manzoni per evitare la censura, bensì, a livello puramente letterario, di una tecnica già allora molto comune – utilizzata, ad esempio, anche da Miguel De Cervantes in Don Qijote -, utilizzata per raccontare (in maniera veritiera o meno) della genesi di un’opera letteraria.
Il termine metanarrativa è prima di tutto la traduzione dell’inglese metafiction. La definizione oggi più accreditata per questa espressione è quella fornita nel 1988 da Patricia Waugh in “Metafiction – The Theory and Practice of Self-conscious Fiction”:
“[Metafiction is a] fictional writing which self-consciously and systematically draws attention to its status as an artifact, in order to pose questions about the relationship between fiction and reality. [Metafictional works are those which] explore a theory of writing fiction through the practice of writing fiction”.
Si tratta dunque di un’operazione il più delle volte meramente cerebrale, volta a coinvolgere a pieno titolo il lettore/spettatore nel processo di creazione dell’opera in questione: è come assemblare un puzzle, non prima, tuttavia, di aver scovato i tasselli nascosti nella scatola. L’autore, infatti, fa sfoggio del suo estro e ci mostra i suoi strumenti, ma sta a noi fruitori mettere insieme tutti i pezzi e conferire coerenza e organicità al prodotto finale. Il primo istinto della mente umana, infatti, è quello di razionalizzare, conferire ordine, trovare una logica all’interno di ciò che gli viene posto all’attenzione. Talvolta, tuttavia, chi fa uso di questo complesso artificio narrativo si spinge a tal punto da confondere completamente anche lo spettatore più attento, che si perde tra i garbugli di un racconto apparentemente caotico e dispersivo.

André Gide e la mise en abyme
La finalità ultima del prodotto letterario è quasi sempre la ricerca della verità, per cui la riflessione sul romanzo, a livello di forma e contenuti, si configura in ultima istanza come riflessione sul mondo. Se il romanzo cosiddetto “realista” ne offre una determinata visione, per quanto verosimile, il romanzo metanarrativo utilizza se stesso in primis per raccontarsi come entità che riflette la realtà esterna, e allo stesso tempo per smascherare le convenzioni che il romanzo realista utilizza per creare un’immagine oggettiva e mimetica del mondo; su tutte, la “sospensione dell’incredulità”, vale a dire il patto fra narratore e lettore che impone a quest’ultimo di mettere da parte le logiche della vita reale per immergersi nella vicenda narrata.
La tecnica metanarrativa che André Gide ha fatto propria e perfezionato è quella della mise en abyme (espressione coniata dallo stesso Gide!), ossia del romanzo nel romanzo. Il protagonista de “I falsari”, il suo romanzo più celebre, è anch’egli un romanziere, Edouard, che tiene un diario molto prolisso e sta scrivendo un romanzo, anch’esso dal titolo I falsari. Il suo proposito è quello di riportarvi le vicende e delle disavventure degli altri personaggi; perciò, Edouard raccoglie tutte le idee relative al romanzo nel Journal d’Edouard, prendendo nota di ciò che avviene intorno a lui.
La struttura de I falsari, che si sviluppa su tre livelli di finzione, sottolinea l’importanza di quanto avviene in fase di creazione del testo, piuttosto che del prodotto finito: il racconto coincide quindi con una rappresentazione in fieri, che ci mostra tutte le difficoltà e le aporie cui l’autore va incontro. Ci si aspetterebbe che ciascun livello chiarisca quello precedente; invece, il risultato finale è diametralmente opposto, in modo tale che finiamo per essere sballottati da una dimensione narrativa all’altra, senza mai sapere con certezza in quale ci troviamo.
A primo avviso, sembrerebbe che l’intenzione di Gide sia quella di prendersi gioco del suo lettore; in realtà, come suggerisce provocatoriamente il titolo dell’opera, il fine ultimo dello scrittore è lanciargli un monito, invitandolo sempre a ricordarsi che quanto viene narrato è falso, è una finzione che altro non è che il risultato di esitazioni, incertezze e continui rifacimenti; di queste ultime racconta in un’ulteriore sezione del romanzo, Le journal des Faux-Monnayeurs. La modernità di questo procedimento, dunque, non sta tanto nell’intarsiare un racconto nell’altro, quanto nel servirsi di questo espediente, di per sé già noto, da un lato per denudare le norme del romanzo realista, dall’altro per raccontare le difficoltà che l’autore stesso incontra nella stesura di un’opera letteraria.
Quello che Gide intende comunicarci tramite la mise en abyme è che, se si volesse creare un’opera veramente in grado di rispecchiare il mondo, ci vorrebbe un libro vasto quanto l’esistenza stessa, e ciò non è possibile; con questo gioco di livelli e sovrapposizioni, invece, se ne può riprodurre il senso di vertigine e scombussolamento. Da qui, uno dei principi estetici di Gide:
“[il romanzo] è lo specchio che porto con me”,
che riprende una famosissima citazione, tratta da Il rosso e il nero di Stendhal : “Un romanzo è uno specchio che ci si porta dietro lungo la strada”. Tuttavia, Gide ci dimostra che questo specchio non può essere rivolto verso una realtà esterna, con l’assurda pretesa di raccontarla con esattezza e oggettività; questo specchio ora è rivolto al romanzo stesso, che non imita la realtà ma la riflette nel limite delle sue possibilità.
Il metacinema di Wes Anderson
Con André Gide abbiamo constatato come un’opera che parla di sé possa sfiorare picchi inauditi di autoreferenzialità, in conseguenza ad un esercizio di stile per certi versi esasperato. Probabilmente è questa la ragione per cui parte del pubblico è rimasto straniato e interdetto alla visione dell’ultimo film di Wes Anderson, “Asteroid City”, uscito nelle sale cinematografiche italiane lo scorso autunno.
Anche in questo caso, la storia si delinea su diversi piani: come in molti altri film di Anderson, la cornice narrativa è delineata da una voce esterna, che racconta di un regista e un gruppo di attori alle prese con la realizzazione di uno spettacolo teatrale in tre atti. Quest’ultimo è ambientato nel 1955 nel villaggio desertico di Asteroid City, dove il fotografo Augie Steenbeck giunge insieme ai figli per un convegno astronomico, cui il figlio Woodrow prende parte per vincere una borsa di studio. Allo stesso concorso partecipano altri ragazzi prodigio accompagnati dalle rispettive famiglie, fra le quali si sviluppano vari intrecci, in particolare dopo che il sito viene messo in quarantena dal governo americano a causa dell’apparizione di un UFO.
Il proposito che il regista protagonista del film dichiara è quello di offrire “un resoconto autentico sui meccanismi interni di una produzione teatrale moderna”. Se per “teatrale” si intende “cinematografica”, allora possiamo leggervi in maniera neanche troppo velata una vera e propria dichiarazione di intenti da parte di Anderson. “Asteroid City” costituisce solo l’ultima tappa di un percorso di evoluzione creativa e stilistica che questi porta avanti fin dall’inizio della sua fortunata carriera, da “Le avventure acquatiche di Steve Zissou” a “The French Dispatch”. Vi sono numerose costanti che rappresentano da sempre la firma del regista: le inquadrature simmetriche, i colori pastello, i movimenti armonici e sincronizzati di ogni elemento in scena, ma anche e soprattutto l’ironia fine, pungente, amara, quasi melanconica dei suoi personaggi, e quel costante dialogo con altre forme e dispositivi del linguaggio artistico, come la letteratura, l’architettura, la fotografia, il teatro. Il risultato è una costante sospensione fra immaginazione e realtà, fra la il laboratorio dell’artista e il prodotto finito; è proprio la resa cinematografica dell’opera en train de se faire a costituire il marchio di fabbrica del regista statunitense e ad averlo reso affezionato ad un pubblico di spettatori così nutrito.

