La martire della giustizia Ebru Timtik ci insegna perchè è un diritto pretendere un giusto processo

La storia di una donna che, anche in punto di morte, non si è lasciata privare dei propri diritti.

Ebru Timtik. Avvocata, attivista, donna e ora, purtroppo, martire. Martire di un sistema che le ha tolto prima la libertà e poi la vita, che ha ignorato le sue pretese, giuste e ragionevoli, e che l’ha costretta a lasciarsi morire, perché solo in questo modo, oggi, il suo grido straziante di libertà risuona in tutta Europa, aprendo gli occhi sui numerosi dinieghi di diritti fondamentali che avvengono ad opera delle autorità turche. Quello che chiedeva Ebru era un giusto processo, e quello che cercheremo di capire è perchè, anche il peggiore assassino, ne ha diritto.

La storia di Ebru Timtik

Pesava 30 kg ed erano passati ben 238 giorni da quando aveva deciso che per continuare a vivere avrebbe ingerito solo infusi e vitamine a seguito della negazione da parte del tribunale di Istanbul del permesso di uscita dal carcere in cui sarebbe dovuta rimanere per 13 anni, nonostante le sue cagionevoli condizioni di salute. Morire di fame significa autodistruggersi e vedere il proprio corpo, giorno dopo giorno, sparire, frantumarsi. L’arresto di Ebru era avvenuto nel 2019, quando insieme a 17 suoi colleghi e attivisti era accusata di appartenere, nonostante l’assenza di prove mai pervenute durante il processo, al Fronte Rivoluzionario della liberazione popolare (Dhkp-C), un gruppo di estrema sinistra considerato un’organizzazione terroristica non solo dalla Turchia, ma anche dagli Stati Uniti e dalla stessa Unione Europea. Ma non solo, per capire perché in quel carcere ci era finita e non era stata mai ascoltata è necessario guardare al passato professionale di Ebru: emerge infatti che l’avvocata, sempre attiva nelle lotte politiche, nel 2014 aveva difeso la posizione della famiglia del giovane Berkin Elvan, morto in seguito alla sua partecipazione alle proteste antigovernative contro la demolizione del Gezi-Park, dopo nove mesi di coma. Insomma una donna sempre impegnata per la difesa dei diritti umani in Turchia, terreno fertile invece per la privazione di questi, che ancora una volta difronte alla richiesta di un equo processo ha scelto la via della negazione. Infatti Ebru Timtik da quel carcere e da quella ingiustizia non è riuscita a sottrarsi perché lo scorso 28 agosto si è spenta dopo una lunga agonia, fisica, psicologica e più che mai morale, ferita più che dalla fame, dalla soppressione dei diritti per cui sembrava nata per lottare.

La Turchia e i problemi con i diritti umani

Eppure non è la prima volta che sentiamo campanelli d’allarme arrivare dalla Turchia, lo stesso Paese che da anni ormai cerca di allinearsi ai requisiti di accesso che impone l’Unione Europea soprattutto riguardo la tutela dei diritti umani. Forse la stessa Unione Europea avrebbe potuto fare qualcosa per Ebru? Forse sì. Questo perchè, Helin Bölek, Ibrahim Gökçek e Mustafa Koçak, sono altre tre vite spentesi nello stesso modo. E forse perché, già dall’indagine avviata lo scorso febbraio dal commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, era emerso che era necessario che le autorità turche tornassero alla situazione pre-stato di emergenza (conclusasi abbondantemente nel 2018) in termini di garanzie costituzionali e strutturali per l’indipendenza dei giudici, nonché di garanzie procedurali e trasparenza della magistratura. E non solo: la parte più rilevante attiene al frangente in cui nel giudizio si specifica che in Turchia sarebbe stato necessario curare l’ostilità che circonda i difensori dei diritti umani, proprio come Ebru. L’asssenza di tutela di diritti civili, politici e libertà è il perfetto specchio di un governo che più che allinearsi ai vincoli comunitari, non fa che dimostrare la vicinanza ad una politica repressiva nei confronti ad esempio della comunità LGBT (è stato avviato un procedimento penale lo scorso agosto contro 9 attivisti). Una politica sempre più stringente, quella attuale, che colpisce anche la libertà di espressione dei giornalisti o la libertà di pensiero manifestata sui social: Hanifi Baris, avvocato per i diritti civili, dovrà infatti difendersi dall’accusa di insulti rivolti al presidente sui suoi canali social.

Il diritto al giusto processo

Quello per cui combatteva l’avvocata è un diritto umano garantito sia a livello comunitario in particolare dall’art. 6 della CEDU che nell’ordinamento italiano grazie alla nostra Carta Costituzionale. La Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali afferma infatti il diritto di ogni imputato ad un esame equo della propria causa, che deve avvenire pubblicamente ed entro un termine ragionevole ad opera di un tribunale indipendente e imparziale. Lo stesso principio è ribadito dall’art.111 della Costituzione che addirittura entra nei fili più intrecciati delle maglie del diritto, specificando la necessità di terzietà ed imparzialità del giudice, il rispetto della parità tra accusa e difesa o addirittura l’ausilio di un interprete per lo straniero. In parole povere questo significa che, anche il peggior assassino, colui che ha compiuto il più incredibile e irragionevole dei crimini, ha sempre diritto che la propria causa sia seguita e svolta nel modo più integerrimo possibile. Un principio questo, che dà una dimostrazione di grande civiltà giuridica ed è il manifesto di un Paese che garantisce una corretta tutela dei diritti e della dignità dell’uomo. Si aggiunge a questo la presunzione di non colpevolezza , all’art.27, che impone di non etichettare o giudicare colpevole l’imputato sino alla condanna definitiva, attributo che in realtà oggi in Italia a causa dell’intervento dei media su casi di cronaca molto sentiti, è falsato.

Conoscendo la storia di Ebru ci sembra scontato capire le ragioni della sua richiesta e ci sembra facile immaginare quali siano state le ostilità dimostrate nei suoi confronti. La lotta per i propri diritti è sempre qualcosa che vale la pena: vale la pena battersi e non arrendersi al nemico, e l’attivista ma anche varie figure del passato sono la dimostrazione di quanto questo, a volte, costi. Basta combattere. Non deve più essere necessario morire per far sentire la propria voce, ma non si può nemmeno accettare di vivere in un mondo così, profondamente ingiusto.

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