Dopo la morte di Al Kiki, gli scontri tra gruppi militari e le manifestazioni contro il governo sono andate avanti per l’intera settimana.

Il comandante della 444esima brigata Mamhoud Hamza, rivendica l’imboscata a Gheniwa insieme al Governo di Unità Nazionale, deciso a contrastare il potere dei gruppi militari a Tripoli.
Il caos
Sembra che una sola settimana sia stata sufficiente per far diventare la Libia il campo di battaglia di una guerra civile: sono giorni che in tv vengono mostrate immagini di un Paese simile a una polveriera in procinto di esplodere che ha già provocato diverse vittime tra la popolazione. Infatti specialmente nelle giornate di venerdì 16 e sabato 17 maggio, numerose manifestazioni contro il premier Dbeibeh sono state scenario di scontri tra i manifestanti, decisi ad entrare nel palazzo del Governo di Unità Nazionale anche con mezzi non propriamente miti, e le forze di sicurezza che hanno ricorso all’utilizzo di armi da fuoco per disperdere la folla, tanto che sono stati 53 i decessi da questo lunedì con l’inizio dei disordini. Siccome la situazione non accenna a stabilizzarsi, se non in una calma apparente, Paesi come la Turchia hanno già provveduto a far evacuare i suoi cittadini dalla capitale Libica, mentre l’attenzione della Missione di Supporto delle Nazioni Unite in Libia è stata catturata dalla violenza rivolta ai civili durante i cortei pacifici, che “costituisce una grave violazione dei diritti umani”.

Un Paese instabile
Il disordine politico non è un elemento di novità per la Libia, anzi potremmo considerarlo una caratteristica peculiare della storia del Paese, che mai è riuscito ad assumere le fattezze di una forma di stato moderna e nemmeno di un’organizzazione amministrativa, ma si tratta di una storia scandagliata dalla successione di imperi e regni, al comando di una popolazione frammentata in clan e tribù e accumunata unicamente dall’appartenenza all’Islam.
Paradossalmente il primo spiraglio verso la modernità è stato aperto nel 1969 da quella che veniva formalmente chiamata “Rivoluzione di al-Fatha”, in sostanza un colpo di stato militare da parte del “Movimento degli Ufficiali Liberi” con a capo Gheddafi. Il generale libico è passato alla storia per aver instaurato un regime autoritario e fortemente antioccidentale, ma anche per aver spinto la Libia sulla scena economica internazionale con il “petrollo” e l’acquisto del 10% delle azioni della Fiat, entrando in contatto con le potenze occidentali spesso però attraverso rapporti conflittuali.
Sulla scia delle Primavere Arabe, il Paese è stato investito da un’ondata di proteste nel 2011 che sono sfociate in un’ennesima guerra civile, causa della morte del regime di Gheddafi e della nascita di due governi rivali: a Tripoli viene instaurato il Governo di Unità Nazionale (GUN) e a Tobruk il Governo di Stabilità Nazionale (GSN) con a capo il generale Haftar. Fino a pochi giorni fa i due gruppi sembravano riuscire a rispettare il cessate il fuoco concordato, ma con l’uccisione di Al-Kiki, detto “Gheniwa” e capo del Support and Stability Apparatus (Ssa), le ostilità sono riprese in modo più cruento. L’uccisione e lo smantellamento di Ssa sono stati rivendicati dai gruppi armati fedeli al GNU, il cui capo e premier Dbeibeh ribadisce che sia stato l’unico modo per limitare l’azione dei gruppi irregolari, in particolare della Rada. Con il sostegno delle milizie a fianco della Rada, Tripoli non è un posto sicuro né per gli abitanti né per il premier, che ha lasciato la capitale in seguito a manifestazioni violente davanti alla sua residenza.
Un destino incerto
Continua la fuga da Tripoli anche da parte dei funzionari del governo di Unità Nazionale: in questi ultimi giorni il ministro del governo locale Badr Al Tumi e quello delle Infrastrutture ed Edilizia Al Ghavwi hanno deciso di abbandonare la loro funzione, dichiarando di voler sostenere le aspirazioni del popolo libico “per proseguire il percorso di riforma evitando ulteriori spargimenti di sangue”. Da questo punto di vista il caos in Libia sembra essere interpretato come parte di un processo di transizione verso nuovi equilibri politici, magari al fine di raggiungere finalmente quella stabilità organizzativa mai realizzata. Un altro piano per il Paese nordafricano risulta invece essere stato proposto dall’amministrazione Trump, che vorrebbe trasferire circa 1 milione di palestinesi in Libia. La Nbc News riporta inoltre che il Presidente americano avrebbe già discusso della questione con il governo libico e che sarebbero disponibili i fondi per l’operazione. Nonostante le smentite dalla Casa Bianca, il destino di Tripoli continua a essere caratterizzato dall’incertezza e dall’instabilità, diventando un potenziale territorio di conquista per le logiche imperialiste.