Un giudice di Boston blocca il provvedimento del Presidente americano perché non rispetta il Primo emendamento.
L’avvertimento mandato dalla ministra della Homeland Security è rivolto a tutte le università in cui verranno riscontrate azioni considerate discriminatorie contro studenti ebrei.
La vicenda
Sono ormai secoli che la cultura e il sapere non possono più essere definiti “appannaggio di pochi”, come se la conoscenza fosse un privilegio riservato solo a qualche ambiente altolocato, ma appartengono a un patrimonio immateriale al quale è possibile accedere senza far parte per forza di un ordine ecclesiastico o avere conoscenze vantaggiose in politica. Non è richiesto nemmeno provenire da una famiglia facoltosa, né appartenere a una certa etnia, identificarsi in un genere piuttosto che in un altro, o conformarsi al pensiero espresso dalla maggioranza di governo. Per questo la notizia che il Presidente di quella che si definisce “la più grande democrazia del mondo” ha deciso di vietare l’accesso all’università, il luogo del sapere alla portata di tutti per eccellenza, agli studenti di origine straniera sembra anacronistica come un rogo di libri in piazza. È successo negli Stati Uniti, dove il Presidente Donald Trump ha posto un veto alle iscrizioni dei non statunitensi alla prestigiosa università di Harvard, ostacolando la permanenza negli USA anche agli studenti internazionali che hanno già iniziato l’anno accademico nel campus con la revoca del visto.
Perché proprio Harvard?
L’ira del Presidente contro l’ateneo americano non è stata rivolta a caso. Appena un anno è trascorso infatti dalle manifestazioni organizzate dagli studenti di Harvard a favore della Palestina, durante le quali alcuni spazi universitari sono stati occupati per denunciare le vittime palestinesi e chiedere alle aziende di interrompere i rapporti con Israele. Ma episodi di intimidazioni e slogan antisemiti sono stati subiti e segnalati da alcuni studenti ebrei, diventando la giustificazione per le accuse provenienti dalla Casa Bianca. Trump, che aveva già precedentemente appellato l’università come un “covo di marxisti maniaci”, incolpa Harvard di appoggiare movimenti antisemiti e radicali e di sostenere ideologie contrarie all’interesse nazionale, dando un ultimatum finale: l’ateneo avrà 72 ore per presentare una documentazione con tutti i dati relativi a studenti che si sono resi protagonisti di comportamenti “ostili ai valori americani” oltre a limitare le proteste studentesche, revisionare i programmi di equità e diversità e modificare i criteri di assunzione dei docenti. La ministra della Homeland Security Kristi Noem ricorda che questo è solo un avvertimento perché, dice Noem, “potremmo prendere simili azioni in altri campus in cui gli studenti ebrei si sentono vittima di antisemitismo”.
Una battuta di arresto
Lo scontro tra i conservatori e il baluardo dell’ideologia liberale sembra per ora tendere a favore del mondo accademico: appellandosi al Primo emendamento (garantisce la libertà di religione, di parola, di stampa, di riunione pacifica e petizione al governo), Harvard aveva citato in giudizio l’amministrazione americana per il blocco agli studenti internazionali e la giudice federale di Boston Allison Burroughs ha sospeso temporaneamente il provvedimento, stabilendo che il governo degli Stati Uniti non può far rispettare la direttiva. Ma il rapporto di Trump con le università americane è stato spesso oggetto di critica non solo dal presidente di Harvard Alan Garber, che rivendica l’indipendenza accademica dell’ateneo affermando che senza studenti internazionali “Harvard non è Harvard”, ma anche dall’estero, come dal ministro degli Esteri cinese Mao Ning, sottolineando come questa mossa “politicizzi l’istruzione e danneggi la reputazione internazionale degli USA”. Sembra quindi che un’azione finalizzata a contrastare la discriminazione di alcuni studenti, ne porti a discriminare altri con “un’azione punitiva” contro chi non è disposto a conformarsi a un’agenda politica.