La Ferragni dona il suo compenso di Sanremo facendoci riflettere sulla storia degli “ultimi”

Chiara Ferragni ha deciso di devolvere in beneficenza il suo compenso della serata inaugurale e finale del Festival di Sanremo alla rete nazionale antiviolenza D.I.RE.

Ad annunciarlo è stata la stessa imprenditrice digitale in una conferenza a Palazzo Parigi, a Milano, dove ha scelto di indossare una maglia con la scritta Girls supporting Girls.

L’importanza della beneficenza

La nota influencer ha parlato di come la violenza fisica sia più facile da riconoscere e di quanto sia più importante parlare di violenza psicologica, di cui egli stessa è stata vittima. Queste sono le regioni principali che l’hanno spinta a devolvere il compenso della sua partecipazione come co-conduttrice al prossimo Festival di Sanremo alla rete Nazionale antiviolenza D.I.re. Chiara Ferragni inoltre ha evidenziato l’importanza quasi pedagogica del suo ruolo al prossimo Festival di Sanremo: sensibilizzare notevolmente riguardo al tema molto delicato della violenza psicologica nei confronti delle donne. Si tratta di un tema che allo stesso tempo richiede tanta sensibilità e delicatezza per poter essere trattato. La stessa scelta dell’associazione non è stata casuale, poichè D.i.Re gestisce oltre 100 centri antiviolenza e più di 60 case rifugio in tutta Italia, accettando donazioni private da parte di tutti. Sembra dunque l’occasione giusta, sfruttando anche la potenza mediatica della propria immagine, questa volta sulla televisione nazionale, per sensibilizzare il pubblico italiano.

Aiutare i poveri nel passato

Nel XVI secolo si stima che, nelle città dell’Europa occidentale, in media, almeno un quinto della popolazione era costituito da poveri. Le cause principali di questo trend negativo furono: l’incremento demografico, il progresso industriale, la rivoluzione dei prezzi e la trilogia costituita da peste, guerra e carestia. Si tratta di calamità che hanno certamente contraddistinto numerose epoche storiche, ma che a partire dall’età moderna il riconoscimento della povertà assume connotati diversi rispetto al passato. In questi anni si genera una mobilità che coinvolge masse di indigenti che si spostano dalle campagne verso le città, destanndo preoccupazione per gli aspetti potenziali e connessi di criminalità. Il fatto che queste minoranze non fossero connesse alle elite oligarchiche delle città-stato italiane, rese i poveri e le altre minoranze poco riconoscibili rispetto al centro di potere cittadino. Proprio quest’ultimo si ritrovò a fare una sorta di selezione tra veri falsi poveri e quindi tra chi meritasse l’aiuto economico e chi in realtà dovesse essere abbandonato a sé stesso. All’interno del grande fenomeno della povertà si sviluppa quindi la tendenza istituzionale a distinguere la povertà vera da quella falsa. I poveri riconosciuti dalle istituzioni erano le persone con una inabilità fisica, e quindi  destinatari dell’assistenza pubblica.

L’importanza delle istituzioni

Questa prima forma di assistenzialismo meriterebbe di essere riletta in una prospettiva dialettica con l’assistenzialismo attuale. Tornando all’età moderna però i malati erano al primo posto, poiché bisognosi di aiuto e quindi  riconosciuti come poveri. Un’altra categoria era costituita da ragazzi e bambini che venivano abbandonati dalle loro famiglie.  Le vedove, così come altri poveri “strutturali”, ossia coloro che si organizzavano in compagnie riconosciute dalle istituzioni, come quelle dei ciechi e degli storpi, erano anch’esse destinatarie dell’aiuto pubblico. Vicino a questo primo grande gruppo ce n’è un altro formato dai “poveri della crisi”. Essi ricevevano l’elemosina in modo saltuario poiché, seppur poveri, non erano indigenti: tra di essi sono compresi i lavoratori occasionali e le persone con un basso reddito, piccoli artigiani. Molti di loro cadevano in povertà a causa dei numerosi debiti contratti. Le autorità cittadine concessero prestiti alla condizione che il denaro fosse utilizzato ai fini dell’utilità pubblica e quindi che non venisse sperperato utilizzato in attività riconosciute come inaffidabili e fonte di perdita. La maggioranza delle persone che componeva l’esercito dei poveri era costituita però da contadini, lavoratori agricoli non specializzati e occupati solo occasionalmente: essi erano al limite del vagabondaggio. Tra questa massa di marginali una figura che emerge è quella del mendicante. I mendicanti popolavano le città e la loro posizione era divenuta fonte di molti problemi: non avevano nessun tipo di potere, non pagavano le tasse, erano esclusi dalle corporazioni e dalle confraternite. Le istituzioni nel XVI secolo iniziarono a mettere in atto la distinzione tra falsi mendicanti e veri mendicanti. Sempre più nella categoria dei falsi mendicanti iniziano ad essere inclusi i vagabondi.

 

 

 

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