Inventare storie è davvero una semplice distrazione? Vediamo cosa ne pensano due autori del ‘900: Italo Calvino e Gianni Rodari.
Da bambini, immaginare ci permette di arredare il mondo come piace a noi; da adulti, questa capacità viene considerata una modalità infantile di evasione. Per i due autori, è un acuto metodo di allenamento, indispensabile ad affrontare la concretezza della vita.
Calvino è fantastico
“La vita di tutti i giorni è una vita in cui si è mangiati vivi, in cui si è sbranati e questo la fiaba lo dice nella maniera più evidente attraverso il lupo, attraverso l’orco, attraverso il drago. Qualsiasi discorso che noi facciamo ad un bambino per spiegargli che la vita sarà piena di pericoli e che lui deve esserne cosciente, ma che non deve avere paura, sarà un discorso più astratto, più debole e in fondo più falso di quello che la fiaba gli dà.” Da Intervista Calvino
La fiaba per Calvino è il luogo dove l’eroe cresce nello scontro con la realtà esterna. Questo scontro viene interiorizzato dal lettore, poiché filtrato grazie ad una disponibilità totale nei confronti della narrazione, agevolata dalla sospensione dell’incredulità. Il lettore infatti non vi ricerca la verità o la verosimiglianza storica ma un significato profondo e inatteso.
Per Calvino, Il genere fiabesco e, più in generale del fantastico, costituisce il metodo efficace per rivendicare la potenza della letteratura, in grado di creare mondi di certo nuovi, ma profondamente radicati nella realtà. Le fiabe sono vere, poiché in grado di fornire una spiegazione della vita, se ben strutturate tramite una logica narrativa.
La componente fondamentale del racconto fantastico è il linguaggio, che Calvino utilizza per associare immagini, sfruttando a pieno la sua facoltà creativa, generando spesso metafore che permettono di mettere in relazione mondi per loro definizione distanti.
Un signore maturo con un orecchio acerbo
“Un giorno sul diretto Capranica-Viterbo
vidi salire un uomo con un orecchio acerbo. […]Signore, gli dissi dunque, lei ha una certa età
di quell’orecchio verde che cosa se ne fa?Rispose gentilmente: – Dica pure che sono vecchio,
di giovane mi è rimasto soltanto quest’orecchio.È un orecchio bambino, mi serve per capire
le voci che i grandi non stanno mai a sentire […]”
Recita così la poesia di Gianni Rodari, l’unico scrittore italiano al quale sia mai stato riconosciuto il premio Hans Christian Andersen per la letteratura d’infanzia.
Nella sua “grammatica della fantasia” pubblicata nel 1973, riporta note e delucidazioni su come nascono le storie, sulle personali modalità di mettere in movimento parole e immagini. Il manuale, se così può definirsi, deve essere utile a chi sostiene la necessità dell’immaginazione, a chi sa il valore che può assumere la creatività infantile e, più in generale, all’importanza che assumono le parole per ognuno -non perché tutti siano artisti ma perché nessuno sia schiavo-.
A questo punto resta da chiedersi, come si immagina? Per Gianni Rodari è molto semplice, come un sasso gettato in uno stagno smuove e coinvolge oggetti che se ne stavano in pace, facendoli vibrare e richiamandoli in vita, così le parole, evocate nella mente producono numerosi legami, che alimentano una catena infinita, fatta di suoni, immagini, ricordi e sogni.
La cosa interessante è che la mente non osserva il suo stesso lavorio da spettatrice, al contrario, interviene scegliendo cosa accettare e cosa respingere, creando di continuo la sua personale storia.
Il binomio fantastico di Gianni Rodari
La parola diviene magica quando questo processo di evocazione e attenta selezione genera accostamenti imprevedibili, così che nel ragionamento faccia irruzione un nuovo esercizio immaginifico. Non è una banale fantasticheria evasiva, piuttosto un modo di riscoprire e rappresentare nuove forme di realtà. Possiamo dire che la vera azione della parola si manifesta solo quando incontra una seconda parola, che la provoca e la “costringe a uscire dai binari dell’abitudine, a scoprire nuove capacità di significare”.
Il pensiero si plasma per coppie, attraverso una struttura binaria il cui principio è l’opposizione. Quindi un concetto è definito solo grazie al suo opposto e di conseguenza non esistono concetti a sé stanti ma solo binomi di concetti. Nel caso delle storie: binomi fantastici, costituiti da un’indispensabile distanza concettuale, che costringe l’immaginazione a mettersi in moto per istituire un qualche rapporto di parentela, permettendone la convivenza nel nuovo contesto fantastico.
A cosa serve dunque la fantasia? A trovare soluzioni, imparando a risolvere, tramite la capacità inventiva, situazioni che in prima istanza paiono impossibili, ma soprattutto imprevedibili, poiché caratterizzate da elementi concettualmente estranei, manifestati in contemporanea per via del caso. Solo una mente allenata dal binomio fantastico, sarà in grado di risolverli in un equilibrio innovativo ed ideale.

