Gli scenari geopolitici mondiali ci fanno riflettere sulla instabilità del nostro mondo e contribuiscono ad assimilare la politica a una cieca arte strategica di guerra.

Fare pressione sulla classe politica e manifestare il proprio dissenso è il “riarmo” che la società può vantare contro decisioni illegali e imperialiste, non condivise da tutti i governi.
Un presente instabile
Vivere nella consapevolezza della precarietà della propria esistenza non è una condizione che riguarda tutti allo stesso modo. Ci sono persone che hanno di lusso di poter osservare la sofferenza da lontano, filtrata da uno schermo, assorbiti dal turbine della quotidianità che distrae dal pensiero che a centinaia di chilometri la qualità della vita non si misura da quanti giorni al mare ci possiamo concedere durante le ferie, ma dalla sicurezza di poter procurarsi un pasto per il giorno successivo. Ma, come si dice solitamente, non è colpa di nessuno se purtroppo il luogo in cui si nasce è sotto un regime totalitario, se viene bombardato all’improvviso o se non può fornire i beni di prima necessità: sembra che nascere nel “posto sbagliato al momento sbagliato” sia una circostanza sfortunata del caso. Eppure gli Stati e quindi anche le relazioni tra loro sono il risultato di accordi e trattati stipulati da esseri umani, gli stessi che decidono di fabbricare bombe, imporre dazi e invadere terre. Ciclicamente sono sempre esistiti posti sbagliati e momenti non giusti per vivere in un determinato territorio durante uno specifico momento storico, ma questa condizione non è stata dettata dalla sorte bensì dalle decisioni politiche di una o più persone, spesso guidate dalla convinzione che il concetto di “guerra giusta” sia la chiave di risoluzione delle controversie, che magari sacrificare qualcuno in nome del benessere e dell’orgoglio della nazione possa quasi considerarsi un atto eroico.

Manifestazioni contrarie
Per contrastare la mentalità del “si vis pacem, para bellum” (se vuoi la pace, prepara la guerra) tanti Paesi stanno esprimendo il proprio dissenso attraverso iniziative popolari con la speranza che vengano ascoltate attraverso provvedimenti politici. Roma è stata spesso teatro di manifestazioni organizzate da partiti o associazioni per chiedere lo stop al riarmo, oppure la pace nei luoghi colpiti da conflitti. L’ultima si è svolta a Porta San Paolo, dove circa quindicimila persone si sono riunite per esprimere solidarietà al popolo palestinese e la Cisgiordania, raccogliendo fondi per le attività di Medici Senza Frontiere. Una piazza di speranza e solidarietà, in cui diversi attivisti hanno ricordato l’importanza della mobilitazione e della protesta oltre a ribadire di non rimanere indifferenti davanti al genocidio. Anche la Spagna non sembra accondiscendere a iniziative belliche o alle decisione del premier israeliano, ma questa volta la posizione deriva dal premier spagnolo Pedro Sanchez, che sostiene in particolare la sospensione dell’accordo tra UE e Israele sui diritti umani, siccome il governo israeliano sta violando l’articolo 2 relativo al rispetto dei diritti umani vista la situazione a Gaza.
Una versione irenica
Ma la Palestina non è l’unico territorio vittima delle logiche di guerra: droni e missili sorvolano ancora l’Ucraina che cerca di contrastare la minacciosa avanzata russa e solo da qualche giorno la guerra tra Israele, Iran e la non diplomatica intermediazione degli USA è giunta a una precaria tregua. In un contingente storico in cui il mantenimento di equilibri di potere risulta sempre l’obiettivo principale della politica soprattutto dei leader più influenti a livello mondiale, a discapito del benessere e della sicurezza dei singoli, ci ricorda quanto è importante non adeguarsi al pensiero mainstream se non lo condividiamo, se crediamo ancora che la versione “si vis pacem, para pacem” possa essere un’alternativa vagamente migliore, sicuramente più umana.