Il Superuovo

LA CONTINUITÀ TRA LATINO E VOLGARE RISCOPERTA ATTRAVERSO I GRAFFITI POMPEIANI

LA CONTINUITÀ TRA LATINO E VOLGARE RISCOPERTA ATTRAVERSO I GRAFFITI POMPEIANI

A Pompei le scritte sui muri erano prese molto seriamente, infatti Pompei conserva graffiti di vario genere: troviamo slogan di propaganda elettorale, annunci di spettacoli, semplici promemoria, insegne di alberghi ed osterie con relativi avvertimenti dell’oste, sfoghi personali, maldicenze su persone odiate, poetici messaggi amorosi o altri di carattere decisamente osceno.Le scritte sui muri, o per meglio dire graffiti, risultano da sempre una risorsa fondamentale per la linguistica italiana, poiché negli errori grammaticali presenti nei graffiti è possibile riscontrare la continuità linguistica tra dialetti volgari e latino parlato.

L’EROTISMO POMPEIANO

I muri di pompei, insieme agli affreschi, per un fortuito gioco del destino, ci restituiscono l’immagine di una città “viva”, fatta di sentimenti e di passioni, una città che le persone sensibili all’arte e alla vita amano così tanto proprio perché in fondo ci racconta come siamo stati, come continuiamo ad essere e come, forse, saremo per sempre. Vi è però una particolarità, la maggioranza dei graffiti a noi pervenuti presentano iscrizioni erotiche di vario tipo ecco ad esempio un graffito ingiurioso che recita : “Guarda che tua moglie lo succhia ad un altro. Ora ne sei al corrente”. Oppure ancora lo spot promozionale di una prostituta: “Schiava si offre per due monete. E’ di gusti raffinati” . Insomma
certi messaggi non sono troppo diversi da quelli che capita di leggere oggi sui muri delle toilettes pubbliche o alle fermate della circumvesuviana. Quindi, come abbiamo visto il sesso a Pompei era una cosa seria, ci basti pensare che all’epoca i pompeiani possedevano già un vero e proprio quartiere a luci rosse colmo di lupanare (erano così denominati i bordelli dell’epoca) dove il “servizio” era offerto a prezzi ben più alti e si trovavano insegne, come : “Euplia lo succhia per cinque assi” scrive sul muro di una casa una “signora” dall’esplicito nome di “colei che sa ben navigare”, epiteto di Venere riservato solo alle prostitute più “in”. Questa Euplia doveva davvero spopolare, considerato che il suo nome appare diverse volte sui muri di Pompei, come del resto sembra confermare una scritta volta ad informarci che “migliaia di uomini valenti si sono congiunti con lei”, record non certo vantaggioso come fa rilevare un cliente forse scontento che deplora l’eccessiva “capienza” di Euplia.

I GRAFFITI COME “POST”

Viene lecito pensare che i pompeiani usassero i muri delle case, delle botteghe e degli edifici pubblici, come dei veri social network su cui scrivere pensieri, minacce, annunci e promesse, inoltre se pensiamo che spesso su questi testi intervenivano altri writers che come appunto in un qualsiasi post di Facebook commentavano il graffita precedente, esprimendo la propria opinione simile o contraria, Prendiamone ad esempio uno a tematica amorosa,scrive un pompeiano in piena euforia da innamoramento: “gli amanti sono come le api: vivono la loro vita nel miele”. Ma ecco che qualcuno, evidentemente già disilluso, aggiunge più in basso “…Magari !”.

DIALETTI VOLGARI E LATINO

Come l’italiano anche il latino non è mai stato una lingua unita ed immutabile, infatti il latino classico dei letterati si discosta nettamente da quello parlato, all’epoca, dai popolani. Come ho già detto, ciò è dimostrato dagli errori grammaticali presenti nei graffiti pompeiani che evidenziano le sostanziali variazioni diamesiche tra latino scritto e latino parlato, i popolani avevano infatti difficoltà a scrivere nella lingua letteraria, madre dei grandi classici latini, quindi tendevano a scrivere in una lingua che pure nello scritto presentava gli elementi caratteristici della lingua parlata, ne è un esempio il graffito pompeiano risalente al 79 d. C., che recita: “quisquis ama voglia peria aui nosci amore bis (t) anti puria quisquis amore vota” l’iscrizione appena citata presenta molti errori grammaticali come la mancata t finale coem desinenza di terza persona o lo scempiamento del dittongo “ae” in “I”. Questi errori sono da ricercare nella bassa istruzione dello scrivente, che a differenza di un letterato non riusciva a cogliere le differenze tra scritto e parlato, il problema della variazione diamesica era tangibile anche nell’antichità come dimostra l’usanza dei maestri latini dell’epoca di adottare l’appendix probi una lista di 227 nomi che opponeva la forma corretta (scritto) a quella errata (parlato), la lingua latina era quindi trasmessa oralmente e variava in diamesia e diatopia già nell’antichità, non c’è quindi da meravigliarsi nell’osservare che l’evolversi di una lingua parlata non normativizzata abbia risentito della frammentazione politica e territoriale che è alla base della storia del nostro belpaese.

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