Il Superuovo

Kafka e Saba analizzano la figura paterna: per ogni padre-padrone ce n’è uno amorevole

Kafka e Saba analizzano la figura paterna: per ogni padre-padrone ce n’è uno amorevole

Un excursus alla scoperta dei padri più celebri ed incisivi della cultura popolare letteraria e cinematografica.

Gregory Peck, Mary Badham e Philip Alford come Atticus, Scout e Jem Finch ne “Il buio oltre la siepe”

L’analisi del rapporto tra i figli e la figura paterna ha sempre interessato le arti per la sua complessità: a ciascun padre inflessibile e severo ne corrisponde un altro dolce e benevolo.

“PADRE PADRONE, SE HA TORTO PURE HA RAGIONE”

Partendo dagli albori della cultura letteraria, già nelle Scritture si trova traccia della complessità di questo rapporto, che nasce proprio dalla difficoltà di un compito gravoso quale la crescita di un figlio: è con parabole come quella del “Figliol prodigo” che si delinea la figura di un padre clemente che perdona la prole perfino quando questa lo disdegna e gli disobbedisce. Un rapporto estremamente tormentato fu invece quello di Franz Kafka con suo padre, al quale, nel 1919, scrisse una lettera che mai però venne spedita. Nella celebre “Lettera al padre” pubblicata postuma, Kafka, analizza lucidamente il rapporto che ha da sempre legato i due: un legame difficile, tormentato, che delinea perfettamente la figura del padre-padrone che influenzerà inevitabilmente la sua persona riversandosi anche nella materia letteraria. Tra i tanti episodi che l’autore ricorda, di particolare importanza e influenza sulla psiche del bambino vi è quello in cui il piccolo Kafka, assetato nella notte, incominciò a piangere e a nulla valsero le sgridate del padre che, per ristabilire la quiete notturna, fu costretto a chiudere il figlioletto nel corridoio. “Quella punizione mi fece sì tornare obbediente, ma ne riportai un danno interiore” scrive Kafka che, da quel momento, non si libererà mai del timore che “l’uomo gigantesco, mio padre, potesse arrivare nella notte senza motivo e portarmi dal letto sul ballatoio, e che dunque io ero per lui una totale nullità.” Neppure da adulto, l’autore, riuscirà a sanare le ferite inferte dal padre al quale mai saprà spiegare il motivo del suo timore: “carissimo padre, di recente mi hai domandato perché mai sostengo di aver paura di te. E se anche tento di risponderti per iscritto, il mio tentativo sarà necessariamente assai incompleto, sia perché anche nello scrivere mi sono d’ostacolo la paura che ho di te e le conseguenze, sia perché la vastità del materiale supera di gran lunga la mia memoria e il mio intelletto”. A questa descrizione si accosta perfettamente il capolavoro cinematografico dei fratelli Taviani, “Padre padrone” (1977), dove, Gavino Ledda, una volta adulto, per riprendere in mano la propria vita, dovrà arrivare anche allo scontro fisico con il padre Efisio che fin dall’infanzia lo ha strappato alla scuola e all’istruzione per relegarlo al lavoro nei campi. Per quanto il figlio, alla fine, ne esca vincitore e percorra il suo sogno di studiare e laurearsi, egli non riuscirà mai a dimenticare le durezze compiute dal padre nei suoi confronti.

Omero Antonutti e Saverio Marconi come Efisio e Gavino Ledda in “Padre padrone”

“SOLO ALLORA HO VISTO CHE EGLI ERA INVECE UN BAMBINO”

Un rapporto estremamente particolare fu quello che intercorse tra Umberto Saba e suo padre che, nella poesia “Mio padre è stato per me l’assassino” (1922), viene descritto come una piacevole scoperta. In questa confessione lirica l’autore racconta di come abbia sempre avuto una pessima opinione del padre, “l’assassino”, come lo appellava la madre, ma poi, dopo i vent’anni, scoprì che si trattava di una persona buona e affabile, del tutto simile a lui. La moglie infatti, per il comportamento libertino del marito che aveva abbandonato la famiglia per viaggiare, non era mai riuscita a perdonarlo e aveva dunque alimentato anche nel figlio un astio infondato. Nel componimento si sottolinea poi il contrasto tra leggerezza paterna e pesantezza materna, attuando un rovesciamento del tipico ruolo maschile con quello femminile: infatti per l’autore la madre ricopriva il ruolo dell’autorità inflessibile e della punizione, mentre il padre il ruolo della dolcezza e dello svago. Se la madre avvertiva il peso della vita, il padre viene definito come un bambino, dolce, astuto e leggero; stesse doti evidenziabili in Saba stesso che soltanto ora realizza di aver ereditato il dono della poesia e lo stupore e la meraviglia ad esso necessari, proprio da suo padre.

“QUESTO E’ IL SACRIFICIO CHE MIO PADRE HA FATTO PER ME”

Se dalla figura paterna negativa che si evince da Kafka e dai Taviani si è passati a quella, più positiva, descritta da Saba, in materia cinematografica ci sono padri il cui legame con i figli rimarrà sempre impresso nello spettatore e sarà sempre ricordato con una nota di nostalgia, soprattutto da chi, il padre, non lo ha più. Nel 1948, la coppia Vittorio De Sica-Cesare Zavattini proiettò sul grande schermo uno dei suoi capolavori, nonché uno dei film che la critica, unanime, annoverò tra i migliori di sempre: “Ladri di biciclette”. La pellicola è incentrata sul tentativo, che si rivelerà fallimentare, da parte di Antonio Ricci di recuperare una bicicletta necessaria per andare a lavorare. Nella ricerca, Ricci si avvale dell’aiuto di un compagno di partito e dei suoi colleghi netturbini, ma non mancherà di portare con sé il figlioletto Bruno che starà accanto al padre, guardandolo vivere, per tutta la pellicola. Altro film esemplare è quello diretto da Robert Mulligan nel 1962, che mette in scena l’omonimo romanzo di Harper Lee, “Il buio oltre la siepe”. La pellicola ci regala la figura del padre praticamente perfetto che si destreggia tra la sfiancante professione di avvocato, volto a difendere un innocente uomo di colore e il padre premuroso che si occupa dell’istruzione e della cura dei figli. In ultimo luogo, non possiamo non citare il più recente “La vita è bella” (1997), dove Roberto Benigni interpreta il giocoso Guido Orefice che per preservare il figlioletto dagli orrori e dalla brutalità nazifascista, al momento della deportazione in un lager, attua un’elaborata messa in scena per fare credere al bambino che si tratti di un gioco a premi; gioco in cui il padre è destinato a perdere la vita ma non il sorriso pur di fare in modo che il figlio sopravviva senza rendersi conto di quello che gli accade intorno. A conclusione di questo excursus sui vari tipi di figure paterne, è forse meglio comprensibile quanto Dostoevskij andava scrivendo nei “Fratelli Karamazov”: “colui che genera un figlio non è ancora un padre; un padre è colui che genera un figlio e se ne rende degno”.

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