E’ ormai da quasi un secolo che si discute sulla possibilità di creare una macchina che sia in grado di emulare il pensiero umano. E’ effettivamente possibile riprodurre in un apparecchio elettronico la nostra più importante caratteristica, quella che ci distingue da ogni altro essere vivente? La domanda è stimolante e coinvolgente. Tanti filosofi, matematici e informatici si sono impegnati per rispondere a questo interrogativo, analizzandolo non solo da un punto di vista meccanico, ma anche sotto il profilo teorico. Una delle prime risposte arrivò da Alan Turing, un importante filosofo matematico. Pubblicò un articolo sulla rivista Mind nel 1950, intitolato Computing machinery and intelligence, dove descrisse quello che è passato alla storia come il Test di Turing. Venne presentato dal matematico come un criterio sufficiente per poter stabilire se una macchina sia effettivamente in grado di pensare. L’idea di un test per poter giungere a significative conclusioni coinvolse numerosi studiosi, tra i quali John Searle. Quest’ultimo si impegnò in una severa critica, giudicando il Test di Turing inadatto ad emettere decisioni finali. Propose quindi l’esperimento della stanza cinese, per evidenziare quelle che, secondo lui, erano le inadeguatezze della proposta di Turing.

Il Test di Turing

La prova per verificare se una macchina stia emulando il pensiero umano è molto simile ad un gioco. I partecipanti sono tre: due uomini e una macchina. Si trovano tutti in stanze diverse e comunicano con una telescrivente. Ognuno ha il suo compito ben preciso. Uno dei due uomini deve fare la parte dell’intervistatore, e deve scoprire, attraverso delle domande, chi è la macchina e chi l’uomo. Lo scopo del dispositivo tecnologico è quello di ingannare il suo interlocutore, mentre il partecipante in carne e ossa deve fornire delle risposte che aiutino l’intervistatore a non cadere in errore. Se chi pone le domande sbaglia ripetutamente, non riuscendo ad indovinare la vera identità degli altri due giocatori, allora quella macchina è effettivamente in grado di pensare. Il Test di Turing è ancora molto attuale, nessuna macchina è riuscita a superarlo senza qualche particolare trucco. Tuttavia Turing stesso disse che prima del 2050 non dovrebbe comparire nessun dispositivo in grado di passare la prova. Restano ancora trentadue anni.

La stanza cinese

Nonostante l’ingegnosità della prova studiata da Turing l’esperimento della stanza cinese di J. Searle è molto significativo, ed evidenzia un difetto del Test da non sottovalutare. Anche il suo ragionamento può essere spiegato con parole molto semplici. Il protagonista è Searle stesso che si trova chiuso in una stanza. Dato che non conosce il cinese gli viene fornito un manuale dove viene spiegato come comporre frasi di senso compiuto ordinando in un determinato modo gli ideogrammi della lingua. Deve infatti rispondere a delle domande che gli vengono fatte dall’esterno e che sono, ovviamente, scritte in cinese. L’obiettivo del filosofo è quello di ingannare il suo interlocutore facendogli credere che lui stia capendo quale sia il discorso, quando invece, in realtà, non conosce il significato di neanche una parola. Così come Searle non ha consapevolezza di ciò che sta scrivendo nelle sue risposte, la macchina del Test di Turing non è cosciente di quello che sta facendo. Quello che il filosofo vuole dimostrare è che una macchina può solo simulare l’intelligenza umana. Secondo lui una mente non può fare a meno di un’attività semantica. L’impiego della coscienza all’interno di noi stessi e la reale comprensione delle azioni mentali sono proprie dell’essere umano. Sono ciò che caratterizza l’uomo e trasferirli è complicato, se non impossibile.