Il Superuovo

Il ruolo dell’insegnante è tra i più importanti nella società e merita rispetto

Il ruolo dell’insegnante è tra i più importanti nella società e merita rispetto

Nessuno nasce imparato“. Esordire con un mezzo proverbio mezzo sgrammaticato forse non è esattamente il massimo, e tuttavia nulla fu mai più vero.

Nasciamo che siamo argilla da sbozzare, potenzialità inespressa, sviluppo possibile e futuro e solo la cattiva sorte o eventi accidentali potranno fermarci dal compiere il nostro percorso, perché destino di tutti è crescere e svilupparsi, allungarsi nella forma e nella mente, fare sempre inarrestabili passi in più verso l’oscurità più assoluta ed eterna.

Tutti quanti noi ci becchiamo dalla vita la stessa cosa, anche se in diverse quantità e qualità, ovvero un “lifetime“, un lasso di tempo che va dall’apertura degli occhi della nostra mente ad un mondo innanzitutto istintivo fino alla chiusura degli stessi occhi, che tra rimpianti, gioie o disperazioni varie ci priva per sempre della nostra interiorità che ci ha fatto da compagna e padrona in ogni esperienza.

Allora in questo “lifetime” tutti noi esperiamo, esperiamo di ogni cosa nelle maniere più disparate e mentre esperiamo impariamo insaziabili, nell’attesa che questo continuo invecchiamento ci trasporti dal diventare più grandi allo scomparire insignificanti.

Una certezza, quella della morte, ma a questa prima sicurezza appare opportuno affiancarne un’altra, quella dell’imparare.

Fonte 02blog.it

Per riprendere l’esordio, si potrebbe dire: “non si smette mai di imparare“, giusto per restare sul leitmotiv dei modi di dire. E come dissentire?
Si impara sempre da ogni cosa, perché ogni esperienza non è mai la stessa. Ogni esperienza ci colpisce e soprattutto ci scolpisce, ammassandosi in un catasto di ricordi e sensazioni che poi vanno a costituire l’insieme dei nostri vissuti, che determina la nostra identità e le nostre azioni future, le nostre scelte.

Imparare è un elemento fondante della nostra esistenza, responsabile del nostro avanzamento, della nostra sopravvivenza e soprattutto della nostra sussistenza nel presente. Imparare è qualcosa che garantisce la nostra esistenza su questo mondo ed è assolutamente vero che si può imparare da chiunque. Un bambino ci può insegnare l’innocenza delle emozioni di questa vita o ancora la spontaneità di quell’essere che ancora ci scorre dentro e che è stato sommerso da tutte quelle sporcizie che lo offuscano, un po’ per paura e un po’ per salvaguardia di sé.

All’opposto, per come sembra ovvio, un vecchio può insegnarci tutta la saggezza che la vita gli ha inciso sulla pelle, tra una ruga e l’altra, portandoci nel mondo di sogni che una memoria ottuagenaria viene a creare.

Imparare è universale e fondamentale, colpisce tutti indifferentemente ed è l’unico motivo per poter anche solo pensare di apprezzare i propri errori, per poter andare avanti oltre le interruzioni di percorso, verso una forma sempre più perfetta del nostro essere.

Del resto poi imparare non è un’attività facile, bisogna saperlo fare nel modo giusto, con la giusta morale e con il giusto approccio. Imparare spesso può metterci in grave difficoltà. Ed è qui che entra in gioco una figura salvifica, quella di colui che già sa e che in virtù di ciò impegna il proprio “lifetime” per gli altri, per cercare di indirizzarli verso un’esistenza felice e corretta sulla strada di un miglioramento di sé sempre più ampio e importante. Si parla dell’insegnante, ovviamente.

L’insegnante è colui che in potenza è meno saggio del discepolo, colui che si impegna a far sì che tale potenza di saggezza possa effettivamente diventare realtà. L’insegnante, quello vero, non è mai una macchina sputa-concetti a ripetizione, né tantomeno un automa disposto per riempire le teste di chi ancora è vuoto. L’insegnante, quello vero, è un padrone della forma, ovvero è colui che ha colto la struttura dell’esperienza e che l’ha sentita sulla propria pelle, con tutte le difficoltà che a ciò si possono legare, e che ora, in virtù della propria conquista, è pronto a trasmettere questa forma a chi non sa nemmeno dove poggiare il proprio sguardo per riposare le proprie membra tese dalle difficoltà.

L’insegnante è salvifico, perché senza gli insegnanti ogni uomo sarebbe in sé l’intera storia dell’umanità che ricomincia da capo. In questo senso chi ci insegna ci spinge nei 100 metri della vita, ci dà lo scatto di accelerazione necessario per una partenza efficace, affinché effettivamente noi possiamo arrivare a tagliare il traguardo della vita stanchi e soddisfatti.

Chi ci insegna non ci incatena, ma ci libera perché ci insegna non a sapere questo o quello, ma ad imparare.

E allora come accade che sputiamo addosso a chi sacrifica se stesso in virtù degli altri? Non fu forse Gesù a trasmettere all’umanità cristiana ancora oggi tanto presente la virtù del sacrificio?

Allora come accade che il ruolo di coloro che formano la nostra società e che le permettono di non ripartire da zero ogni volta venga così sotterrato sotto il peso delle ingiurie e del disprezzo?

Non si parla di idee o di dubbi riguardo ai problemi che si allacciano a questo ruolo, ma piuttosto di dati, recentissimi, che ci sbattono la verità in faccia come chi, svezzandoci alla vita, ce la fa conoscere in tutta la sua crudeltà.

Recente è infatti la pubblicazione della seconda edizione del Global Teacher Status Index, sondaggio percettivo che risponde alla richiesta di rappresentare efficacemente come la società percepisca un ruolo così importante quale quello dell’insegnante.
Il sondaggio ha coinvolto 35 paesi e riporta una classifica di questi in ordine dal paese che porta maggior rispetto al ruolo dell’insegnante fino al paese in cui l’insegnante è maggiormente vittima di atti irrispettosi.

Ebbene la nostra cara amata Italia, paese della cultura e della bellezza, è riuscita nell’impresa di classificarsi al 33esimo posto, davanti solo a Brasile e Israele che chiudono la classifica.
Il dato è preoccupante ma non del tutto sorprendente, considerando la grande quantità di ingiurie e violenze che i nostri insegnanti si sono visti recapitare negli ultimi anni.

I dati riguardanti l’Italia poi sono notevolmente peggiorati rispetto al sondaggio precedente. Solo il 16% degli italiani intervistati infatti ritiene che gli studenti del nostro paese rispettino i propri insegnanti. Dato allarmante, questo, che tuttavia viene accompagnato da una leggera fiducia nell’importanza del ruolo dell’insegnante, testimoniato dal fatto che il 33% degli italiani desidererebbe vedere la propria prole assumere un simile ruolo come occupazione futura.

Quella dell’insegnante è indiscutibilmente un’occupazione fondante per la società e per l’io individuale, e in questo senso, ma anche in tutti gli altri sensi, merita molto più rispetto di così, non per un’idea di potere autoritario ma in rispetto di una gerarchia spirituale che va a vantaggio di tutti quanti.

Non si parla di stabilire un potere assoluto o violento dell’insegnante sullo studente, ma piuttosto di rispettare il ruolo di tutti quegli uomini e donne che mettono la propria conoscenza e saggezza al servizio delle generazioni future e che dedicano le proprie vite al benessere di coloro che la felicità non sanno nemmeno dove andare a cercarla.

Fonte: palermo.repubblica.it

Per far ciò sarà fondamentale allontanare da sé l’arroganza del non volersi mai sentire inferiori a nessuno, anche quando si ha davanti qualcuno che ci mette a disposizione la propria superiorità di esperienze (e non una superiorità di essenza o mentale a priori) per favorire il nostro bene e quello degli altri. Un voto negativo non è un insulto, una sgridata non è una mancanza di rispetto, ma solo una prova di quello che la vita ci riserva là fuori e a cui dobbiamo essere per necessità preparati.

In molti paesi asiatici, si prenda d’esempio, la situazione è diametralmente opposta, per cui gli insegnanti occupano uno dei ruoli più alti all’interno della gerarchia sociale, appena al di sotto sotto delle autorità politiche e spirituali.

Ancora, i nostri figli non sono perfetti, probabilmente mai lo saranno, ma possono migliorare solo attraverso difficoltà da superare e impegno costante. Inutile quindi pretendere che essi lo siano già a priori, che essi lo siano tanto quel tanto che basta da diventare incorreggibili. Cercare vendetta nella violenza verso l’insegnante per una mancanza personale del proprio figlio è da vigliacchi e da codardi, incapaci di accettare quella legge universale dell’esistenza umana che prescrive che si impari e si guadagni da ogni situazione, incapaci quindi di affrontare l’esistenza con l’umiltà necessaria per poter creare una vita e un ambiente migliore per sé, ma soprattutto per tutti.

Giovanni Ciceri

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