Il Superuovo

Infanticidio: quella che per noi è la tragedia più grande, ieri era recitata a teatro

Infanticidio: quella che per noi è la tragedia più grande, ieri era recitata a teatro

Anche se ormai il telegiornale non sembra essere altro che una rassegna di brutte notizie, puntuali ogni sera ci sediamo in poltrona davanti al televisore. E se invece per “assistere in diretta” a queste tragedie andassimo a teatro?

Rappresentazione teatrale della Medea
Rappresentazione della Medea ai templi di Paestum. In immagine il coro delle donne Corinzie. Il sito da cui è presa l’immagine è il seguente: https://www.museopaestum.beniculturali.it/teatro-ai-templi/.

“Nella vita non esistono tragedie paragonabili alla morte di un bambino. Le cose non tornano mai com’erano prima.” Con queste parole si espresse a proposito dell’infanticidio Dwight Eisenhower, 34° presidente degli Stati Uniti. Purtroppo la notizia della morte di un bambino non è affatto cosa nuova o rara nei nostri notiziari e il nostro sconforto aumenta quando ad uccidere il bambino è proprio uno dei due genitori. Si potrebbero fare nomi e citare articoli di giornali a proposito, ma sono sicura che ognuno di noi, nel momento esatto in cui sta leggendo, sta già pensando ad una notizia che ha sentito, che riportava proprio un avvenimento del genere. Si potrebbe discutere o disquisire sull’efferatezza di un tale gesto, su quanto possa essere considerato contro natura, ma la sede non è questa. Vi chiedo dunque di leggere quanto segue, se possibile, a cuor leggero: oggi voglio raccontarvi la storia di Medea.

Il teatro greco

Nella Grecia antica la maggiore attrazione era sicuramente il teatro, momento religioso, agonistico e politico. Durante le feste di Dionisio, le diverse compagnie, composte esclusivamente da uomini mascherati, mettevano in scena commedie, tragedie e drammi satireschi. C’era poi una giuria popolare che, con un voto anonimo, alla fine di ogni giornata votava la miglior storia e rappresentazione. A noi, di tutta questa tradizione non è rimasta che un’esigua parte, ma sappiamo che erano momenti fondamentali per la vita pubblica e costitutivi per la crescita dell’individuo.

La tragedia

“Ogni tragedia è fondata su un conflitto inconciliabile. Se interviene o diventa possibile una conciliazione, il tragico scompare”; queste sono le parole che Goethe utilizza per definire la tragedia, la forma teatrale che ancora oggi è più lontana dalla nostra realtà. Chi non l’ha studiata fatica a capirne le dinamiche, ma questo avviene anche perché il nostro mondo è sicuramente molto lontano da quello greco. La finalità della tragedia era quella di suscitare il pathos negli spettatori, ossia la compartecipazione alle vicende rappresentate: solo così infatti si sarebbe realizzata la catàrsi, ossia la purificazione dell’animo. Infatti lo scopo delle tragedie era di suscitare il pianto, forma di sfogo ancora oggi: spesso infatti gli spettatori soffrivano con i personaggi e attraverso la sofferenza (pàthei màthos) si arrivava ad una maggiore conoscenza e consapevolezza. In ogni tragedia quello che si mette in scena è proprio il dolore.

La Medea: I atto

Come si evince dal titolo, la protagonista di questa tragedia è Medea, moglie di Giasone che ha lasciato la sua terra e suo padre per andare a vivere a Corinto con l’uomo che ama. Euripide, autore di questa tragedia, insiste fin dall’inizio su un concetto molto importante: lei, per amore di lui, ha lasciato tutto quello che aveva. Per chi non conoscesse la mitologia greca, Medea è la prosecuzione del ciclo degli Argonauti e del Vello d’oro: Giasone e i suoi compagni si erano recati dal padre di Medea per rubare il vello d’oro e lei, innamoratasi di lui, tradisce la sua famiglia, fa uccidere il fratello e abbandona il padre per seguirlo a Corinto. Giasone poi, arrivato a Corinto, dopo aver sposato Medea e aver avuto due figli da lei, si innamora di Glauce, figlia del re e lascia Medea per sposare la principessa.

Prima di proseguire nella narrazione è necessario ricordare una caratteristica importante del personaggio di Medea: lei non è una semplice donna bensì una maga. Così, alla notizia delle nozze di Giasone con Glauce, si lamenta con le donne corinzie e scaglia maledizioni sulla casa reale. Creonte, re e padre della promessa sposa, preoccupato, decide di espellere dal paese Medea e i figli. A Medea non resta altro da fare che ricordare le promesse e chiamare in causa gli dei, davanti ai quali lei e Giasone hanno giurato. Tutto è invano però: Giasone è indifferente, privo di coraggio e le sue scuse sono patetiche. E lei è da sola, lontano da casa, senza che nessuno possa aiutarla.

Rappresentazione teatrale della Medea al teatro Mercadante sotto la regia di Gabriele Lavia. Nell’immagine Federica Di Martino e Daniele Pecci nei ruoli di Medea e Giasone. Fotografia di Tommaso Le Pera.

 

La vendetta di Medea

Dopo questi avvenimenti Medea, rivolgendosi a Zeus, pianifica la sua vendetta. Avrebbe finto di sotterrare l’ascia di guerra e, tessuto un mantello e una corona per la sposa, li avrebbe mandati come doni nuziale a corte. I suoi figli stessi li avrebbero recapitati. Così Glauce riceve i doni ma, una volta indossata la veste, muore tra atroci sofferenze perché Medea l’aveva intrisa di veleno; con lei muore anche Creonte che cercava di aiutare la figlia. Giasone tenta di salvare i suoi figli, la sua discendenza, ma appare Medea sul carro del Sole con, fra le braccia i cadaveri dei bambini da lei stessa uccisi, per privare il marito di una stirpe.

Riflessioni

Questa, sicuramente una delle tragedie più famose, mette in scena l’uccisione dei figli da parte della madre, ma non solo. Mette in scena una donna che aveva dato tutto e a cui non è rimasto più nulla. Mette in scena una donna così disperata disposta a tutto pur di ferire la persona che aveva amato. Perché in questa tragedia Medea non è pazza. Medea è una donna tradita che compie il gesto più estremo di tutti, con una consapevolezza e con una lucidità disarmante. A Medea non restano altre possibilità.

Una riflessione che è opportuno fare è che bisogna saper distinguere molto bene la compartecipazione e l’immedesimazione, dalla realtà: lo scopo del teatro greco era proprio quello di mettere in scena situazioni al limite dell’inverosimile per suscitare commozione. Stiamo parlando di una società che considerava la massima aspirazione la morte in battaglia, la morte dei giovani in battaglia, per essere ricordati giovani e per sempre nella memoria dei posteri. Eppure, anche questo tipo di società, di fronte all’uccisione dei figli da parte della madre, piangeva. La società greca non legittimava né scusava il gesto di Medea, ma lo capiva. Il pubblico non giudicava Medea, al massimo, giudicava il suo gesto. Ma non lei. Lei era ed è figlia dei avvenimenti, figlia di quel Fato a cui nessuno riesce a sottrarsi.

Infine…

Prima di proseguire vorrei chiarire un dettaglio: parlare di Medea e della sua vicenda non vuol dire legittimare l’infanticidio. Parlare di Medea non vuol dire assolverne il gesto o il modo di agire. Parlare di Medea non vuol dire considerare normale la vicenda narrata. Le tragedie greche, così come ogni altra storia o racconto, possono essere spunto di riflessione solo se si attua la sospensione del giudizio. Davanti alla morte di un bambino non ci sono parole da spendere o da dire e le accuse gratuite, oltre ad essere fuori luogo, sono inutili. Medea, nello specifico, prima di essere un’assassina è una vittima e proprio per questo diventa assassina consapevole e successivamente vittima di nuovo, questa volta, delle sue azioni. Quello che prevale è il suo dolore, che non può essere giudicato.

Questa riflessione su un argomento così delicato vuole essere prima di tutto un invito. Troppo spesso quello che prevale al di là della vicenda, di ogni vicenda, è il giudizio, gratuito e automatico, scaturito dalla sensazione di superiorità di cui ci sentiamo investiti. Quello che vuole fare il teatro greco, così come ogni rappresentazione, è il portare l’individuo ad una riflessione; tale pratica però non si deve estinguere nel momento in cui, voltando le spalle al palcoscenico, si esce dalla sala. Del teatro e della vicenda di Medea quello che dobbiamo portar via è la capacità di comprendere, o almeno di provarci. Un genitore che uccide i propri figli (se lo fa con consapevolezza e nel pieno delle sue facoltà mentali) non ha bisogno né della nostra condanna né della nostra assoluzione: la sua punizione sarà il dolore con cui dovrà convivere per il resto dei suoi giorni e nessuna pena inflitta dagli organi giudiziari sarà maggiore. Anche davanti a questo ci vuole rispetto.

Il mondo greco e il mondo latino a confronto

La tragedia della Medea ha avuto molta fortuna anche in ambito latino e tra i tragediografi che ne hanno raccontato la storia c’è Seneca. “Vattene per gli spazi celesti nel cielo più alto. Sarai la prova vivente dovunque arriverai, che gli déi non esistono.” : con queste parole di Giasone si conclude la Medea di Seneca.

“Zeus, le ascolti le ripulse, gli affronti che patisco da questa putrida leonessa, che ha massacrato i suoi figli? Ma per quanto sta in me e posso, piango la mia sventura e invoco gli dèi, li chiamo a testimoni. Tu hai ucciso i miei figli e ora mi proibisci persino di toccarli, di seppellirne i corpi: vorrei non averli mai messi al mondo, per non vederli ora trucidati da te.“: queste sono invece le ultime parole pronunciate da Giasone nella Medea di Euripide. A lui risponde il Coro che sottolinea come la vicenda si sia conclusa e suggellata così.

Immagine del codice miniato delle tragedie di Seneca. Il testimone è catalogato E146 SUP ed è conservato nella Biblioteca Ambrosiana di Milano. Riporta il testo delle nove tragedie di Seneca.

Oltre a vedere due mondi diversi a confronto, vediamo nettamente come la prospettiva sia simile sotto alcuni aspetti ma completamente diversa sotto altri. Se il Giasone greco invoca gli dei e si rivolge proprio a Zeus, il Giasone latino invece, non solo non li chiama neanche in causa, ma nella battuta finale della tragedia ne nega quasi l’esistenza. Forse, tra i due, il mondo latino si dimostra ancora una volta più vicino al nostro: laddove vi è l’uccisione di bambini, sembra che questa sia la testimonianza dell’assenza di un dio. Ci sono cose che non capiremo mai né che ci potremo spiegare, ma forse, per alcuni aspetti, va bene così. Non a tutto è necessario cercare di dare una spiegazione.

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