Aquaman ritorna sul grande schermo: il deep sea mining rilancia la green economy ma non esclude i numerosi rischi ad esso collegati.

Jason Momoa, sensibile alle tematiche ambientali, dà voce a un crudo documentario: Deep Rising. L’estrazione mineraria dai fondali rilancia la green economy ma mette a rischio l’ultimo incontaminato baluardo del pianeta, l’oceano profondo, e tutti gli organismi che ci vivono.
Joseph Jason Namakaeha Momoa
Jason Momoa, nato a Honolulu il 1° Agosto del 1979, è un noto attore dalle origini Hawaiane. Nonostante sia principalmente riconosciuto per il suo ruolo da protagonista in Aquaman, Momoa non è solo questo. Oltre ad essere un modello, un filmmaker e un imprenditore, è inoltre un attivo sostenitore di problemi ambientali e di giustizia sociale.
Fiero delle sue origini, ha recentemente preso le parti delle popolazioni indigene delle sue isole natali e ha dato voce a tutti i rischi che ne minacciano l’incolumità e la salvaguardia. Momoa ha infatti lottato contro la costruzione invasiva di un telescopio ad alta potenza su Mauna Kea, un prominente vulcano ormai spento.
Nonostante la sua carriera lavorativa lo abbia spinto verso tutt’altro, grazie al suo sogno di diventare biologo marino, Momoa porta avanti numerose campagne per sensibilizzare le persone sul riscaldamento globale, l’inquinamento ambientale da plastica e da rifiuti di origine umana.
Oltre a questo ha collaborato anche con il WWF Australia nel tentativo di salvaguardare la barriera corallina, testimoniando anche gli effetti del cambiamento globale alle nazioni unite.
L’attore ha fondato Manalalu, una compagnia di acqua potabile in lattine di alluminio, con lo scopo di ridurre l’utilizzo di plastica monouso (https://www.mananalu.com/). Nel tentativo di combattere il fast fashion e aiutare a proteggere gli habitat marini e costieri, ha anche lanciato una edizione limitata di sneakers vegane fatte d’alghe e da altri materiali completamente ecosostenibili. (https://ontheroam.soillholds.com/).
D’ultimo, ma non per importanza, l’attore e attivista è stato designato Global Ambassador for Life Below Water dall’UNEP (United Natios Enviroment Programme). Le sue parole, onorato dal ruolo che gli è stato proposto, sono state le seguenti:
“Con questa designazione, spero di continuare il mio viaggio per proteggere e conservare l’oceano e tutti gli esseri viventi sul nostro bellissimo pianeta blu, per la nostra generazione e le generazioni a venire.”

Il documentario
Dopo la miniserie Chief of War, disponibile su Apple TV+ che tratta l’unificazione e la colonizzazione delle Hawaii, da un crudo punto di vista indigeno, Momoa propone un nuovo progetto, questa volta trattando proprio lo sfruttamento di ciò che si trova sotto la superficie degli oceani.
Deep Rising ha debuttato al Sundance Film Festival del 2023 ed è stato presentato al ventiseiesimo Festival Cinemambiente.
Il documentario, prodotto e narrato da Momoa in persona, parla di intrighi e realtà politiche che portano allo sfruttamento dei fondali oceanici. Lo scopo? L’estrazione di minerali ed altri materiali utili per la crescita economica del mercato delle batterie elettriche, tanto richieste negli ultimi anni.
Nonostante la green economy dell’elettrico abbia preso largamente piede, l’estrazione massiccia di materiali dagli oceani profondi mette non solo in relazione il guadagno mondiale, ma anche l’alto rischio di compromissione di uno dei pochi habitat ancora incontaminati del pianeta.
Il documentario si focalizza, infatti, sulle attività distruttive ed invasive dell’estrazione in alto mare, portando alla luce una domanda di fondamentale importanza. Si cerca infatti di indagare il motivo per il quale, al posto di devastare ogni angolo della Terra per scopi di lucro, non si ricerchino invece metodi verdi alternativi che rispettino non solo l’ambiente, ma anche tutti i suoi abitanti.

Clarion – Clipperton Zone (CCZ)
Il focus del regista, Matthieu Rytz, è una zona dell’oceano Pacifico a diciotto mila piedi sotto la superficie: la Clarion Clipperton Zone (CCZ). Con questo termine si indica un’area che si estende a partire dalle Sporadi Equatoriali fino al largo dell’America Centrale. La CCZ è una zona di frattura del fondale oceanico, risultante dall’azione di espansione da parte delle dorsali.
È proprio a livello di quest’area sottomarina che si trova la nuova El Dorado, ricca dei noduli polimetallici di Rame, Nichel, Cobalto, Ferro, e Manganese che fanno gola alle nuove industrie di elettronica.
Per estrarre i materiali più richiesti e per completare la transizione verso la green economy, si pensa di utilizzare delle nuove e avanzate tecnologie per scavare e dragare il fondo oceanico. I noduli metallici raccolti vengono pompati fino ad una nave da carico che, a sua volta, espellerà nuovamente in mare le acque reflue e i detriti inutilizzabili, dopo il processo di estrazione.
Dato che la giurisdizione di queste aree abissali è ancora incerta, è stata fondata la International Seabed Authority (ISA). L’autorità riguarda gli oceani del pianeta, e più in particolare le attività di estrazione mineraria sottomarina, ed è stata originariamente fondata dall’ONU (Organizzazione delle Nazioni Unite).

I rischi intrinsechi
La CCZ è la zona oceanica più ricca di minerali al mondo, ma si sa ancora poco, se non quasi nulla, delle forme di vita ivi presenti. Oltre ai noduli polimetallici che fanno luccicare gli occhi alle multinazionali, in quest’area di rottura sono anche presenti numerose specie di vita, la maggior parte ancora sconosciute alla scienza.
Infatti, a discapito delle alte profondità, della scarsa disponibilità di luce e di cibo, gli habitat di questi infiniti campi sottomarini sono la casa di numerose comunità di fauna invertebrata bentonica. Nonostante l’esplorazioni del fondale e le indagini tassonomiche condotte a partire dagli anni settanta, poche specie sono state formalmente descritte. Secondo un articolo pubblicato su Current Biology, a oltre cinquemila metri di profondità, ci sono ben più di cinque mila specie ancora senza nome.
Questa zona è dunque un nuovo e inesplorato hotspot di biodiversità per la scienza, in quanto è anche possibile che questi organismi, rimasti indisturbati da sempre, non abbiano mai modificato la loro morfologia o stile di vita. Finora infatti, non sono stati sottoposti a massicci ed invasivi interventi umani a disturbarne la quiete e l’esistenza.
Tra le altre cose, la CCZ ospita anche i residui fossili di almeno sei specie di balene, estinte fino a sedici milioni di anni fa. Ad oggi invece, è stato descritto su Nature, che gli Zifidi, o balene dal becco, sembrino ingoiare alcuni di questi noduli metallici per regolare il loro galleggiamento.
La preoccupazione crescente è dunque quella della potenziale ed inarrestabile distruzione di un habitat tanto fragile quanto incontaminato. La stessa IUCN (International Union for Conservation of Nature) si è esposta sull’argomento, dando voce ai dubbi e alle inquietudini degli scienziati. Gli oceani profondi sono infatti ancora poco studiati e poco compresi: le lacune nella conoscenza approfondita di queste aree, e dei suoi ecosistemi, rendono quasi impossibile valutare i rischi intrinsechi dell’estrazione mineraria in alto mare.
Le imminenti perturbazioni dei fondali della CCZ, non solo potrebbero portare allo sconvolgimento di un habitat ancora sconosciuto, ma eliminare per sempre specie marine la cui vita era, fino ad ora, a noi completamente estranea.

L’inquinamento
Come già accennato, lo scavo e la rimozione dei noduli minerali possono perturbare largamente il fondale e alterare la vita delle creature che ci risiedono. Purtroppo, i rischi intrinsechi a queste attività non finiscono qui.
L’utilizzo di macchine, per raschiare il fondo e portare a galla i materiali di interesse, solleva i sedimenti, creando ondate di particelle sospese che impiegano molto tempo per ri – sedimentare. Il tutto viene anche aggravato dalle acque reflue provenienti dalle navi in superficie, che aumentano il grado di inquinamento e di disturbo.
Balene, tonni e squali potrebbero infatti essere influenzati dalle vibrazioni persistenti, ma anche dall’inquinamento luminoso delle attrezzature in uso. Non da ultimo, vanno citate anche le potenziali perdite di materiali tossici utilizzati durante i processi di estrazione, che andrebbero ad aumentare l’inquinamento marino.
In conclusione, si spera che l’Accordo sulla Conservazione e Uso Sostenibile della Biodiversità Marina delle Aree al di là della Giurisdizione Nazionale (Accordo BBNJ) riesca, in collaborazione con l’ISA, a trovare una giusta via di mezzo tra l’estrazione di minerali a scopo commerciale e la regolamentazione per la salvaguardia della biodiversità marina.

Grazie, non sapevo dell’impegno sociale di Mamoa e dell’idea di perforare l’oceano!
Molto interessante e ben strutturato l’articolo.