La storia non dimentica, l’uomo sì. Questa è la conclusione più logica a cui approdare alla luce dei drammi che si stanno consumando in molte parti del mondo, di fronte ai quali si continua a non reagire, come se si sperasse che certe situazioni si risanino da sole. Queso però non è possibile e l’oggi ne è la conferma.

Guardando a Gaza e all’Italia del 1944, cerchiamo di capire l’importanza della memoria storica anche se, in passato, si è cercato di eliminarla.
ULTIME NOTIZIE DA GAZA
Dallo scorso 7 ottobre a Gaza si sta consumando una guerra che trova le sue ragioni negli inizi del cosiddetto “secolo breve” e che sembra non trovare soluzioni. Dalla Casa Bianca arrivano notizie circa una possibile fine dell’occupazione e la conseguente smilitarizzazione del territorio intorno a gennaio 2024, troppo tardi siamo portati a pensare tutti noi. Sì perché indipendentemente da fazioni e logiche di ragione o torto, è innegabile che in Medio Oriente si stia consumando un’emergenza umanitaria: i bollettini ANSA fissano il numero delle vittime intorno alle sedicimila e quello degli sfollati al milione. Insomma, una situazione che l’ONU, senza troppi giri parole, ha definito “apocalittica” e “infernale”, che da quasi due mesi tiene con il fiato sospeso il mondo intero. Ciò che più preoccupa è la totale inattività internazionale che, secondo il sovrano del Qatar, sarebbe la vera responsabile di questo conflitto che si sta consumando sulle spalle e negli occhi di innocenti cittadini, unicamente colpevoli di essere nati al di là o al di qua del confine. Probabilmente il reale problema è il fatto che chi di dovere sembra essere più determinato a vincere a discapito degli innocenti, piuttosto che a trovare una soluzione: il portavoce delle Forze di difesa israeliane Jonathan Conricus, nel commentare il dato che vede due civili morti per ogni miliziano di Hamas ucciso, ha affermato che questi numeri siano “tremendamente positivi” aggiungendo che “se lo si confronta con qualsiasi altro rapporto di un conflitto in territorio urbano […], questo è un rapporto straordinario, straordinariamente positivo e forse unico al mondo”. Che dire, chapeau!

IL DRAMMA DELLE FOSSE ARDEATINE
Era il 24 marzo 1944 quando 335 tra civili e militari italiani furono brutalmente trucidati dall’occupante tedesco. Le ragioni di questo eccidio, trovano le loro basi nell’attentato partigiano di Via Rasella consumatosi il giorno precedente, in cui rimasero uccisi 33 tedeschi appartenenti all’Ordnungspolizei. In una telefonata tra il generale Malzer, il generale Von Mackensen e il colonnello Kappler, venne pattuito che per ogni soldato tedesco ucciso, sarebbero dovuti essere fucilati dieci italiani scelti tra i Todeskandidaten, persone che sarebbero già dovute essere eliminate o per motivi razziali, o per motivi politici. Durante la notte si iniziarono a trascrivere le liste di condannati a morte ma, dato il poco preavviso, queste tardarono ad arrivare tanto che si decise di radunare casualmente cinquanta detenuti dal carcere di Regina Coeli e portarli nel luogo dell’ eccidio. Quando poi tutte le liste furono completate, i soldati si occuparono dello spostamento di coloro che rimanevano, impegnandosi a svolgere il lavoro con rapidità e rigore, come solo un tedesco sa fare. È quindi così che arrivarono 335 persone, 5 in più rispetto al numero pattuito il giorno precedente che il colonnello Kappler, data la situazione, decise di eliminare lo stesso, giustificando questa sua azione al maggiore Karl Hass dicendo che ormai “avevano visto tutto”. Naturalmente al termine della procedura i soldati si preoccuparono di eliminare ogni traccia facendo esplodere le cariche per sbarrare le entrate e precludere gli ingressi. Il caso ha voluto che dei salesiani nei dintorni udissero il frastuono che li spinse, nella notte, ad entrare e conoscere le ragioni di tutto quel trambusto: fu in quel momento che trovarono 335 corpi ammassati l’ uno sopra l’altro, vittime dell’odio, dell’indifferenza, della guerra.
LA STORIA NON DIMENTICA, NOI SI
L’aver parlato dell’ eccidio del 1944 in questo contesto, non vuole essere motivo di confronto ma di riflessione. La storia insegna e il tempo non dimentica, lascia tracce indelebili di ciò che è stato e inaugura pagine bianche per il tempo che verrà, anche se, alcune volte, ciò che è stato si è cercato di eliminarlo, come nel caso delle fosse Ardeatine. Sì perché la memoria implica la responsabilità che, in quella vola come altre, le vittime del male banale hanno cercato di scrollarsi di dosso, fortunatamente senza riuscirci. Il Novecento è stato definito il secolo più cruento della storia e, prendendo in esame i cinque anni di seconda guerra mondiale, questo è ben evidente. È proprio in quel periodo infatti ad essersi consumato il dramma della Shoah che ancora oggi pesa sulle coscienze dei colpevoli e sulla memoria delle vittime di una furia irrazionale e, senza dubbio, ingiustificata; è stato quel periodo ad aver creato una spaccatura interna e non risanabile tra le popolazioni, messe le une contro le altre, che per paura e disperazione si sono rese protagoniste di atti d’odio e di orrori che ancora oggi provocano ribrezzo. “Homo homini lupus” diceva Plauto nell’ avanti Cristo, chissà cosa avrebbe detto ora. Sganciandosi per un momento dagli eventi dell’oggi ed approdando in una dimensione che sfugge alle dinamiche contemporanee, è innegabile che l’uomo non sia in grado di imparare dai proprio errori, non comprende l’immenso valore della memoria che si trova alla base della civiltà. Di questo ne abbiamo la prova ogni qualvolta che si parla di un conflitto in una qualsiasi parte del mondo, ogni volta che si commettono crimini dettati dall’odio o dalla discriminazione. Ad oggi possiamo senza dubbio affermare di essere una società avanza a livello tecnologico, medico, scientifico e chi più ne ha più ne metta ma, di certo, non si può dire di essere umanamente sensibili di fronte a certe situazioni. Perché i governi che si riempiono la bocca con parole di pace, speranza o condanna, non agiscono praticamente per placare il conflitto in Medio Oriente? Perché non lo fanno nell’est Europa? Perché oggi come allora, ciò che noi vediamo è solo la punta dell’ iceberg, è il prodotto di giochi di potere, di copioni che si ripetono dall’alba dei tempi e che gravano sulle spalle dei cittadini, che essi appartengano ad una fazione o all’altra. È stato così, è così e sarà così fino a che non si romperà questa catena che vede l’uomo cieco o, ancor peggio, indifferente di fronte al passato. Tutti almeno una volta nella vita ci siamo sentiti dire che gli errori servono per imparare e non ripetere, ci sentiamo dire che cadere è importante per potersi rialzare con una consapevolezza diversa. E allora perché questo non può valere per tutti? Perché non è possibile voltare lo sguardo a ieri per poter costruire il domani? La risposta a queste domande, come cantava Bob Dylan, “It’s blowing in the wind”, “soffia nel vento”.