Il vero volto della migrazione: quando i bambini tentano il suicidio

L’appello lanciato dagli operatori di Medici senza Frontiere è drammatico: nel campo profughi di Moria, nell’isola greca di Lesbo, persino i bambini di appena 10 anni tentano il suicidio. Nel campo, descritto dagli operatori umanitari come uno dei peggiori al mondo, la presenza di 8000 persone stipate non è il solo problema da risolvere. Le condizioni psicologiche dei migranti rasentano la disperazione, e l’aumento dei casi di depressione è dovuto in larga parte al numero crescente di episodi di violenza interni tra i rifugiati uniti ad atti persecutori degli agenti di polizia, accusati anche di casi di violenza sulle donne. Le condizioni cui sono sottoposti i rifugiati dell’area compresa tra Moria e Olive Grove, oltrepassano i limiti di tollerabilità: basti pensare che le stime effettuate dalla BBC riportano il numero di un servizio igienico funzionante ogni 72 persone e una doccia ogni 84. Gran parte dei migranti stipati a Lesbo ha riportato condizioni psicologiche labili, dovute soprattutto secondo Giovanna Bonvini, responsabile delle attività di salute mentale MSF nella clinica di Mitilene, ‘alle esperienze traumatiche che i migranti hanno subito prima di approdare nella nuova terra nella quale speravano di trovare sicurezza e dignità, mentre hanno ritrovato ancora violenza e condizioni inumane’.

Campo profughi Lesbo

Gravi disturbi da stress post-traumatico sono riportati soprattutto dai minori e dai bambini non accompagnati, colti spesso nel tentativo di auto lesionarsi sino a spingersi al suicidio. Il più piccolo ha 10 anni. Molti dei rifugiati sono colti da attacchi di panico ricorrenti e da psicosi che si presentano con flashback, paura del buio, stati di disperazione e angoscia che vengono amplificati nel campo profughi di Moria, una gabbia da cui non si può scappare.

L’esperienza greca riporta le condizioni cui sono sottoposti numerosi migranti, colte in tutta la drammaticità del caso. Persistono d’altra parte gli ostacoli interposti al loro disperato percorso per scappare da violenza, tirannia e sfruttamento, che assumono le fattezze di politiche migratorie spregiudicate, di diffusa xenofobia e odio razziale imposte dalle civiltà autoctone dominanti. Ma chi stabilisce che uno Stato abbia il diritto di esercitare una presa di posizione talmente dura da creare episodi di subordinazione e sfruttamento non dissimili dall’inferno da cui scappano i rifugiati? I doverosi interventi umanitari sono spesso ostacolati da attività contrarie, sia per orientamento che per intensità di manovra, erette sul terreno mobile e arbitrario di una presunta superiorità cercata e ottenuta mediante l’uso di coercizione e violenza. A questo si aggiunge un diffuso timore della popolazione di perdere la purezza della tradizione culturale e valoriale a seguito di una contaminazione con un patrimonio totalmente diverso e, di conseguenza, abietto.

Rifugiati campo

Quest’analisi diparte da presentismo e spersonalizzazione: sono lontani i tempi in cui i romani temevano le migrazioni al punto da inviare le legioni per sottomettere i rivali, salvo poi venire a patti accordando la cittadinanza a tutti i sudditi dell’impero facendo nascere la cultura romano-barbarica che costituisce la base di quel deposito valoriale che difendiamo tanto strenuamente. Decisamente più vicini appaiono i tempi in cui la vita è un segmento sconnesso nello spazio e nel tempo, e i suoi abitanti sono calcolatori privi dell’acume di cogliere luci ed ombre da passato e potenziale futuro per orientare le proprie scelte. Ma il fenomeno migratorio, ormai in atto con una portata incalcolabile, ha già iniziato il suo corso e quel che ne uscirà sarà una cultura dai connotati vasti e imprevedibili che i posteri difenderanno con altrettanto ardore, salvo poi arrendersi alla ciclicità d’una ibridazione doverosa e necessaria.

Pierfrancesco Albanese