Due apparentemente semplici poesie descrivono il passaggio tra la vita e la morte, paragonandolo ad un viaggio in treno.

Secondo Beppe Severgnini, giornalista, scrittore e vicedirettore del “Corriere della Sera”, quello in treno è un viaggio solo apparentemente rettilineo, che si rivela essere invece il più sorprendente. “Niente di meglio, se vogliamo conoscere le curve del mondo”.
I FANTASMI DEI RICORDI E DEGLI ADDII SI MESCOLANO NELLE STAZIONI
Quante volte ci è capitato tra i banchi di scuola di ascoltare riflessioni o versi che paragonano la vita ad un viaggio? Quante altre volte al cinema o in televisione abbiamo sentito pronunciare addii improntati sulla medesima metafora? O, ancora, quanto spesso sentiamo la società suggerirci obiettivi come fossero tappe indispensabili da raggiungere durante un lungo viaggio? Leggere la vita come un viaggio è metafora comune e associare allo stesso viaggio il mezzo di trasporto ferroviario lo è ancora di più. Come mai, ancora oggi, il viaggio in treno continua ad ispirare e ad esercitare il suo fascino? Secondo Terzani “il treno, con i suoi agi di tempo e i suoi disagi di spazio, rimette addosso la disusata curiosità per i particolari, affina l’attenzione per quel che si ha attorno, per quel che scorre fuori del finestrino. Sugli arei presto s’impara a non guardare, a non ascoltare”. In questa visione allegorica della vita, la morte viene chiamata a rappresentare l’ultima irrimandabile fermata.

IL TRENO SCIVOLA SENZA MORMORIO MA OGNI CARROZZA E’ UN SALOTTO
Giorgio Caproni (Livorno 1912- Roma 1990) fu esponente dell’Ermetismo per circa una ventina d’anni fin quando non scelse di dedicarsi ad una poesia fondata su versi brevi e autoironici: ad aprire la nuova fase fu proprio “Il congedo del viaggiatore cerimonioso”, 1965. Un congedo è già di per sé qualcosa di cerimonioso e si concretizza in questa lirica composta a ridosso del ’68, un periodo che mirava ad abolire ogni orpello; qui, l’io lirico, con una cordialità che può parerci esagerata se si pensa ad un semplice e comune viaggio in treno, saluta tutti i passeggeri che gli hanno tenuto compagnia durante il viaggio; una chiara allegoria per indicare la sua morte imminente. Egli si rivolge ai suoi compagni appellandoli come “amici”, viene quindi a mancare il ruolo di vate che crea un divario tra poeta e uomo comune. “Amici, credo che sia meglio per me cominciare a tirar giù la valigia”, la stessa valigia di cui, pochi versi dopo, si chiede quale sia la vera utilità, “ma pur la debbo portare, non fosse che per seguire l’uso”. Ci sono dei segni sicuri che spingono il poeta a prepararsi alla discesa, sebbene non sappia quale sia la sua stazione d’arrivo e sebbene sia triste di lasciare chi, durante il lungo viaggio, gli ha tenuto compagnia. Il protagonista ricorda tanto i momenti lieti quanto quelli più controversi, “era bello stare insieme. Chiacchierare. Abbiamo avuto qualche diverbio, è naturale. Ma cosa importa. Sia come sia, torno a dirvi, e di cuore, grazie per l’ottima compagnia”. Si susseguono poi quattro diversi congedi: ad un dottore e la sua dottrina, ad una ragazzina con la sua fanciullezza, ad un militare e al suo coraggio e ad un sacerdote e alla sua fede; questi non sono altro che personificazioni degli ultimi, estremi saluti alla scienza, all’amore, alla gioventù ed alla religione che hanno regolato la vita del protagonista. E’ così che senza timore e senza lamentele Caproni descrive la morte imminente: un atto che proprio per la sua ineluttabilità è da affrontarsi serenamente: “davvero amici. Addio. Di questo, sono certo: io sono giunto alla disperazione calma, senza sgomento. Scendo. Buon proseguimento”.
ROMANTICISMO E NOSTALGIA DENTRO AL FISCHIO DI UN TRENO
In Caproni è il protagonista a scendere dal treno per allontanarsi dalla vita, Vivian Lamarque (Tesero 1946) invece vede la protagonista della sua poesia salire sul treno per avvicinarsi alla morte. In “Vacanza conclusa” emergono quelle maniere fiabesche mediante cui l’autrice tratta con gentilezza quasi umoristica le tematiche più profonde dell’esistenza: in questo caso morte e mistero. Il breve componimento recita “A vacanza conclusa dal treno vedere chi ancora sulla spiaggia gioca e si bagna, la loro vacanza non è ancora finita: sarà così finire la vita?”. Quella che potrebbe presentarsi come una filastrocca lascia, dopo la lettura, un retrogusto amaro che abbraccia il lettore con un velo di malinconica leggerezza e calma inquieta. A seguire, il post scriptum: “PS: Siamo poeti, vogliateci bene da vivi di più, da morti di meno che tanto non lo sapremo”.