Il Superuovo

Il soffitto di cristallo va abbattuto: scopriamo chi è oggi il vero femminista

Il soffitto di cristallo va abbattuto: scopriamo chi è oggi il vero femminista

La diseguaglianza di genere è nel linguaggio che utilizziamo quotidianamente così come nell’ambiente lavorativo. Chimamanda Ngozi Adichie identifica il problema e ci spiega chi è oggi il vero femminista.

All’alba della trasformazione della questio generis in un argomento passe-partout da inserire senza cognizione di causa in conversazioni da bar, occorre fare un’opera di autoanalisi per prendere coscienza di quanto la radici patriarcali che permeano la nostra cultura siano radicate anche e in particolar modo nel linguaggio quotidiano. Come si abbatte quel “soffitto di cristallo” di cui parlava Hillary Clinton nel 2016?

 

Il linguaggio di genere

Parole che feriscono, segnano confini di genere e costringono le donne in ruoli prestabiliti, imprigionandole in una gabbia invisibile” sono le parole di Alessandra Addari, coordinatrice sud Sardegna di Giulia Giornaliste. Il linguaggio quotidiano si veste di termini e modi di dire intrisi di stereotipi di genere e specchio di una struttura patriarcale della società che stenta a lasciare il posto alla tanto agognata uguaglianza tra uomo e donna. Al di là delle classiche espressioni “donna al volante, pericolo costante” o “auguri e figli maschi”, quello che stupisce è come esista un diverso vocabolario per l’uomo e per la donna: quello che si vuole esprimere è il medesimo concetto ma nel passaggio dal soggetto maschile al soggetto femminile interviene la discriminazione di genere, conferendo al femminile un’accezione negativa. Facciamo un esempio: se un uomo d’affari mette in atto un piano ragionato per raggiungere un determinato obiettivo è un uomo ambizioso che mette in atto un piano strategico; se una donna mette in atto il medesimo piano diviene una iena calcolatrice o nella peggiore delle ipotesi manipolatrice. Non solo, se ad un uomo è concesso reagire perché “avrà le sue ragioni”, una donna può solo essere drammatica e probabilmente lo sarà solo perché “le sarà tornato il ciclo”. Per non parlare di cosa diciamo di fronte ad una donna in carriera: pensiamo a quel subdolo meccanismo mentale per cui se una donna è di successo “chissà chi si sarà fatta per arrivare fino a lì”, diciamo lo stesso per un uomo? E do un altro suggerimento, qual è il primo pensiero che viene in mente davanti ad una donna affermata? La vita privata: e i figli? il marito?  E pensiamo a come spesso si vada ad imputare il successo di una donna alla presenza salvifica di un uomo al suo fianco.

 

Il soffitto di cristallo

Quanto detto prima costituisce quello che definiamo il cosiddetto “soffitto di cristallo”. Il termine è divenuto noto ai più nel 2016 quando Hillary Clinton, candidata alla presidenza, lo utilizzò per fare riferimento all’esistenza di una barriera invisibile, impalpabile ma al tempo stesso ingombrante e irremovibile che continua a frapporsi tra le donne e il raggiungimento dell’eguaglianza di genere che si declina tra le altre prerogative nel conseguimento della parità lavorativa e in particolar modo nell’eguale accesso alla carriera. Di seguito le parole di Clinton in occasione del discorso di sconfitta contro Trump:

Non siamo stati in grado di rompere il soffitto di cristallo più alto e più resistente della nostra epoca, ma grazie a voi adesso quel soffitto ha 18 milioni di crepe […] D’ora in poi, non sarà più sorprendente che una donna vinca primarie negli Stati, né che una donna sia in corsa per la nomination, né che una donna diventi il presidente degli Stati Uniti.

Era il 2016 e da allora molti passi sono stati fatti nella direzione della parità di genere: l’attuale governo statunitense ne costituisce una conferma, così come il dilagare di movimenti per l’eguaglianza, uno dei più significativi il Me Too. Quest’ultimo nasce come tentativo di combattere i numerosi casi di violenza sessuale e molestie fisiche e psicologiche che si verificano nell’ambito del mondo lavorativo. Prende piede nel mondo dello spettacolo per poi estendersi, anche grazie all’utilizzo dei social media che ne hanno conferito una portata mondiale, nelle singole realtà. I dati parlano chiaro: se prendiamo in riferimento il contesto italiano si evidenza nel 2020 un dato positivo nella direzione della parità di genere, sebbene il tasso di occupazione femminile rimanga ancora lontano dal colmare il gender gap. E allora cosa fare?

 

La presa di coscienza

Quello che occorre fare è prendere coscienza dell’esistenza di strutture patriarcali che continuano ad ostacolare la parità e bisogna partire da se stessi: è necessario fare un’opera di introspezione per prendere confidenza con il fatto che inconsciamente, come retaggio della nostra mentalità, mettiamo quotidianamente in atto delle forme di discriminazione di genere, a partire dal linguaggio. Come secondo step occorre poi scardinare quei deficit culturali che ci portano a considerare il femminismo non già come una teoria inclusiva bensì come una teoria estremista ed in qualche modo esclusiva. Chimamanda Ngozi Adichie nel TED talk a lei dedicato riporta il seguente accaduto: mentre promuoveva il suo nuovo libro in Nigeria un giornalista le ha intimato di non definirsi una femminista, in quanto femministe sono quelle “donne infelici che non riescono a trovare marito”. La soluzione di Chimamanda? Definirsi una “femminista felice”. Ecco, quindi, quel bias culturale che imprigiona il femminismo nelle maglie di uno stereotipo che può dirsi culturale ma che altro non è che il riflesso di uno state of mind e di un modus operandi marcatamente patriarcale.

E allora, per fare chiarezza, chi è il femminista? Riportando le parole di Chiamamanda Ngozi Adichie

femminista è quell’individuo che crede nell’eguaglianza sociale, politica ed economica dei sessi.

E aggiunge

un femminista è un uomo o una donna che dicono “Sì, oggi come oggi abbiamo un problema con la questione di genere e dobbiamo risolverlo. Dobbiamo fare meglio di così.

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

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