Il Ramayana sanscrito, il Furioso e Lost dipingono il bosco come locus asper

In molte storie sono presentati loci amoeni, in cui trovare conforto dalle pene. Tuttavia altre storie muovono attorno a loci asperi, luoghi in cui i protagonisti sembrano perdersi irrimediabilmente. 

Orlando perso nel bosco incantato

Il Ramayana è un purana della cultura sanscrito-classica, che racconta la storia di Rama, avatara (incarnazione umana) del dio Vishnu (secondo la grafia inglese). In questo poema, come in molti altri della cultura sanscrita, il bosco è presentato come casa dei dèmoni. Anche nell’Orlando Furioso e nella serie televisiva Lost, la selva assume il ruolo di locus asper, attorno al quale ruotano tutte le vicende.

Il bosco dell’isola di Lost è popolato da mostri terribili e da visioni spaventose.

Il bosco nel Ramayana.

Il Ramayana è un purana (racconto epico) sanscrito, raccontato oralmente dal saggio Valmiki ai figli di Rama. Narra la storia di Rama, avatara (incarnazione) di Vishnu. In particolare, il racconto è diviso in sette kanda (sezioni), che elenchiamo velocemente:

  1. La Balakanda (sezione di Rama giovane);
  2. La Ayodhyakanda (sezione di Ayodhya);
  3. L’Aranyakanda (sezione della foresta);
  4. La Kishkindhakanda (sezione di Kishkinda);
  5. La Sundarakanda (sezione bella);
  6. La Yuddhakanda (sezione della guerra);
  7.  L’Uttarakanda (sezione ulteriore);

Inutile dire quale sezione sia di nostro interesse in questa sede. Riassumiamo brevemente la storia fino alla sezione dell foresta. Rama nasce grazie al sacrificio che dèi minori fanno a Vishnu, chiedendogli di generare un uomo che possa distruggere il rakshasa Ravana (terribile mostro con dieci teste e venti braccia), che non poteva essere ucciso da nessuno se non da un uomo. Così nasce Rama da Dasharata, re del regno di Kosala, che, non avendo avuto figli, offre sacrifici a Vishnu perché gliene dia. Una volta adulto, Rama viene ingiustamente privato dell’eredità al trono e con la moglie Sita e con il fratello Lakshmana, trascorre quattordici anni in esilio, in parte presso la collina Citrakuta, eremo di Valmiki, in parte nella foresta Dandaka. Nella foresta Sita viene rapita dal rakshasa (gigante) antropofago Viradha, che però viene immediatamente ucciso dai due fratelli. Incontrandovi molti rshi (saggi) Rama promette loro di difenderli dai rakshasa che popolano la foresta. Ad un certo punto della loro permanenza nella foresta, Ravana, re dei rakshasa, decide di rapire Sita, spinto dal desiderio di possederla. Grazie ad un espediente e all’aiuto di un altro rakshasa, egli riesce a rapire Sita. Portatala nel suo palazzo in mezzo alla foresta, egli, che non può violentare donne per effetto di una maledizione, tenta di persuadere Sita a diventare sua moglie, venendo sempre respinto. Senza svelare di più della trama del racconto, possiamo quindi constatare che nella cultura sanscrito-classica e nel Ramayana in particolare, il bosco è concepito come sede di giganteschi mostri (i rakshasa), di scimmie, avvolti e infine di asceti. Non certo il locus amoenus normalmente descritto in altre letterature, ma un vero e proprio locus asper, in cui sono un dio come Rama può sopravvivere e scampare ai molti pericoli che esso presenta.

Il Ramayana di Valmiki.

Il bosco nell’Orlando Furioso.

Nel poema ariostesco il bosco è il luogo in cui domina l’illusione, a partire proprio dai vocaboli usati dal poeta. Per semplicità ci concentreremo solo su un canto del poema, il canto XII (quello del castello di Atlante). In questo canto Ariosto inserisce, in tre ottave seguenti (4,5,6), il verbo par; in altre due (11-12) utilizza l’aggettivo vano, prima riferito ai sentieri, e poi come oggetto di ricerca di tutti i paladini conversi nel castello di Atlante. Scorrendo nel canto, si trovano ancora altre volte parole legate alla sfera dell’illusione. Il bosco perciò è il luogo dell’illusione e l’apice della follia verrà raggiunto da Orlando proprio nel bosco (canto XXIII), alla vista delle iscrizioni che provano l’amore contraccambiato di Angelica, la donna amata da Orlando, per Medoro. Queste iscrizioni sono vere, purtroppo per il paladino di Carlo Magno, e non frutto di illusione, anche se per un certo momento Orlando cerca di convincersi della falsità delle stesse. L’illusione appartiene decisamente al canto XII, in cui i paladini si trovano a vagare nel “nuovo e disusato incanto/ ch’avea composto Atlante di Carena”. Chi era questo Atlante e come mai aveva creato, in una radura boschiva, questo castello-illusione? Nel canto IV Ariosto ci dice che Atlante è un “debol vecchio”, è il protettore di Ruggiero, eroe che dalla sua unione con Bradamente darà inizio alla stirpe degli Estensi. Il mago sa che qualora i due si congiungano e abbiano dei figli, la vita di Ruggiero finirà molto presto. Allora costruisce il castello dell’inganno, in cui convergono tutti i più grandi eroi del poema cosicché “di lor mano Ruggier non mora”. La storia sembra quindi incagliarsi in questo bosco, così come nello stesso bosco sembrerà fermarsi dopo che Orlando impazzirà, furioso per gli amori di Angelica e di Medoro (canto XXIII). Mentre nel caso della follia di Orlando, che, dopo tre giorni di pazzia, il quarto si spoglia delle armi “e mostrò ignudo/ l’ispido ventre e tutto ‘l petto e ‘l tergo/ e cominciò la gran follia, sì orrenda”, è Astolfo a smuovere la situazione con il suo viaggio sulla Luna, nel caso del castello di Atlante è la stessa Angelica a farsi motrice della trama. La fanciulla, grazie ad un anello magico, che se tenuto in bocca permette di essere invisibile, entra nel castello e si avvede degli inganni che Atlante sta tramando contro tutti i paladini. Angelica nel castello sperava di trovare una guida che la facesse tornare sana e salva in India, sua patria. Decide di svelarsi al circasso Sacripante, ma nel farlo, viene riconosciuta anche da Orlando e un altro paladino, svelando loro, seppur involontariamente, l’inganno di Atlante: i paladini stavano seguendo, nel castello e nei suoi dintorni, ombre e illusioni, immagini, non realtà. Non andiamo avanti a raccontare la trama del canto XII, ma spero che quanto detto fin qui sia la prova del fatto che anche nel Furioso, come nel Ramayana, il bosco sia concepito come locus asper.

I paladini persi nel castello di Atlante.

Il bosco in Lost.

Anche in Lost il bosco è descritto come locus asper, habitat del mostruoso Black Smoke e sede di incredibili visioni. Molti personaggi nel bosco, che costituisce gran parte della vegetazione dell’isola misteriosa, hanno visioni o fanno incontri sconvolgenti: inizialmente è Jack Shephard, medico di Los Angeles e presto leader dell’intero gruppo e protagonista della storia, a vedere l’immagine del suo defunto padre errante nel bosco. Successivamente altri personaggi avranno visioni di persone legate alla loro vita, la bella e oscura Kate, l’amichevole Hurley, John Locke, Mr. Eko e molti altri ancora. Nel bosco, inoltre, come già anticipato, vive il terribile Black Smoke, una nube di nero fumo il cui obiettivo è uccidere tutti sull’isola (per evitare spoiler coloro che non hanno visto Lost si accontentino di questa descrizione). Il bosco è poi sede dei temibili ‘altri’, uomini cattivissimi che, nella mente dei protagonisti vogliono uccidere tutti loro, portando via i bambini.

Jack Shephard vede suo padre nel bosco.

Conclusioni

Sembra dunque evidente che il bosco, dall’antichità ad oggi, rappresenti nella storia della letteratura di diverse zone geografiche il perfetto locus asper, sede di mostri, visioni, illusioni e tutto ciò che potrebbe portare alla morte il protagonista, che però, o per sue caratteristiche o con l’aiuto di amici, riesce sempre a scampare dalle insidie e guardandosi indietro scopre che proprio le peripezie passate nel bosco lo hanno reso quello che è veramente. Forse dunque il bosco rappresenta, soprattutto in queste tre opere, momenti significativamente difficili della vita, che tutti noi dobbiamo superare per diventare davvero noi stessi.

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