Il Papa condanna la pena di morte: nelle sue parole riecheggia il celebre trattato di Beccaria

Secondo il pontefice, le esecuzioni capitali sono un veleno che inietta violenza nelle società civili e lede la dignità umana del cittadino.

Nella prefazione al volume “Un cristiano nel braccio della morte. Il mio impegno a fianco dei condannati” di Dale Recinella, un ex avvocato di successo che da venticinque anni assiste spiritualmente i condannati a morte in alcuni penitenziari della Florida, Papa Francesco condanna fermamente la pena capitale come forma di punizione giudiziaria, ancora in vigore in molti paesi. Il suo intervento rievoca le argomentazioni esposte da Cesare Beccaria in “Dei delitti e delle pene”, l’opera che ha consacrato l’intellettuale milanese come il maggior esponente dell’Illuminismo italiano.

“La pena di morte è violazione dell’anima umana”: il Papa cita Dostoevskij

Nel romanzo “L’idiota”, Fëdor Dostoevskij sottolinea in poche righe il paradosso logico e morale insito nella pena di morte: “È una violazione dell’anima umana, niente altro! È detto: ‘Non uccidere’, e invece, perché lui ha ucciso, altri uccidono lui. No, è una cosa che non dovrebbe esserci”. Il pontefice riprende la tesi del celebre autore russo e la sviluppa ulteriormente, sottolineando l’inefficacia giudiziaria e la pericolosità della pena di morte in un contesto sociale che mira alla concordia fra le sue diverse componenti:

La pena di morte non è in alcun modo la soluzione di fronte alla violenza che può colpire persone innocenti. Le esecuzioni capitali, lungi dal fare giustizia, alimentano un senso di vendetta che si trasforma in un veleno pericoloso per il corpo delle nostre società civili. Gli Stati dovrebbero preoccuparsi di permettere ai detenuti la possibilità di cambiare realmente vita, piuttosto che investire denaro e risorse nel sopprimerli, come fossero esseri umani non più degni di vivere e di cui disfarsi“.

La condanna capitale, infatti, piuttosto che garantire l’adempimento della giustizia, reitera il male di cui l’essere umano è vittima, “che non si può riparare; il male che il condannato sta vivendo, sapendosi destinato a morte certa; il male che, con la pratica della pena capitale, viene instillato nella società”.

Cesare Beccaria e la rivoluzione del diritto penale

Uno dei primi a mettere in luce l’illogicità e l’illegittimità della pena capitale come strumento di giustizia è stato Cesare Beccaria. La sua opera più nota, “Dei delitti e delle pene”, lo ha affermato come il principale esponente dell’Illuminismo italiano e come punto di riferimento fondamentale per la riforma del sistema giuridico e penalistico in Europa. Il pensiero che il giurista milanese sviluppa nel trattato recupera le dottrine di altri intellettuali di spicco del Settecento europeo, come i fratelli Verri e gli illuministi inglesi e francesi; Beccaria le amplia e le arricchisce introducendo l’idea laica di separare il concetto di peccato da quello di reato e proponendo una concezione utilitaria e umanitaria della giustizia, a beneficio dello Stato e del singolo. Tuttavia, si può approdare a un tale traguardo solo tramite l’abolizione della tortura e della pena di morte.

Perché ogni pena non sia una violenza di uno o di molti contro un privato cittadino, dev’essere essenzialmente pubblica, pronta, necessaria, la minima delle possibili nelle date circostanze, proporzionata a’ delitti, dettata dalle leggi”.

Per Beccaria non è l’intensità, ma «l’estensione», la certezza e la giustezza della pena a prevenire i reati. Anche la prontezza gioca un ruolo fondamentale, in quanto è indispensabile che, nella visione della gente comune, si realizzi l’associazione delle idee di delitto e pena; in altre parole, è necessario che venga resa chiara la relazione di causa ed effetto fra due concetti. Infatti, se si ritarda la somministrazione della pena, e se quest’ultima eccede in rapporto alla gravità del reato commesso, non si fa altro che minare il senso e la legittimità stessa del castigo. Dunque dalla repressione/punizione, concepita tradizionalmente come espiazione di colpe spesso morali e religiose, nell’opera di Beccaria l’accento si disloca sulla prevenzione dei delitti, sull’educazione, sulla certezza del diritto in contrapposizione all’arbitrarietà dei giudici, sulla chiarezza e sulla trasparenza dei processi.

Quale punizione per chi commette un reato?

Beccaria propone la detenzione in carcere per i colpevoli, i pagamenti di multe salate o, in alcuni casi, i lavori forzati. È fondamentale che ogni pena sia rapportata al delitto: se due reati di portata differente fossero puniti allo stesso modo, si perderebbe la coscienza di quale dei due sia il più grave, e a parità di castigo si esorterebbe il colpevole a macchiarsi del più pesante.

In nessun caso, però, la pena di morte e la tortura sono provvedimenti ammissibili. Tra le tesi di maggiore efficacia che Beccaria avanza contro la pena capitale vi è il fatto che lo Stato, per punire un delitto, ne compierebbe uno a sua volta; e lo Stato, che altro non è che la somma dei diritti dei cittadini, non può avere tale potere, poiché questo risulterebbe in una dissoluzione del contratto sociale.

Un sistema giuridico che utilizza la violenza e l’uccisione come forme di punizione non solo viola i diritti umani fondamentali, ma mina anche la legittimità del potere stesso, poiché lo Stato non può giustificare l’uso della violenza che esso stesso condanna. Il fine della pena deve essere quello di impedire che nuovi crimini vengano commessi, mediante una riabilitazione che reintegri il trasgressore nella società con una nuova consapevolezza. La pena deve sempre tendere a rieducare il colpevole, non a infliggere una sofferenza fine a se stessa. In tal modo, il sistema giuridico contribuisce a mantenere l’ordine e la coesione sociale, rispettando al contempo la dignità umana: “Il fine dunque non è altro che d’impedire il reo dal far nuovi danni ai suoi cittadini e di rimuovere gli altri dal farne uguali”.

 

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