Il mito di Pigmalione ci svela il desiderio umano di dare vita a creature artificiali

Da Ovidio a Frankenstein, c’è una forte tendenza umana alla creazione di altre creature.

Viviamo in un mondo creato quasi interamente dall’uomo. L’artificiale ha superato il naturale, e anche se la natura continua a regalare scenari e immagini che tolgono il fiato, è creato dall’uomo tutto ciò che compone e inquadra la nostra quotidianità. Siamo unici, noi esseri umani. O forse no? In un’epoca in cui si assiste anche al perfezionamento delle intelligenze artificiali, un salto indietro tra storia e letteratura ci potrebbe far riflettere su quanto radicato sia da sempre negli uomini il desiderio di dare vita ad altre creature.

Storie di creazioni

L’uomo che plasma esseri viventi: è un tema non ricordato frequentemente ma che spesso ricorre nella letteratura e, a partire da quella, nell’immaginario collettivo. Nota ai più è la storia del dr. Frankenstein, protagonista che nel romanzo di successo del 1818 di Mary Shelley riesce a riportare in vita un cadavere e genera così una creatura di cui gli sfuggirà il controllo. Da una ricerca nell’antica tradizione ebraica emerge invece il golem, che corrisponde in un gigante creato per magia. Se cerchiamo bene, la prima comparsa di questo è nella Bibbia, e precisamente nel Salmo 139: golem significa embrione, massa informe.  D’altra parte, è così che Dio genera Adamo, il primo uomo. La creazione di intelligenze artificiali, invece, giunge nei tempi moderni: i primi robot nell’accezione comune, sono apparsi nel 1921 in un dramma del ceco Karel Capek, dove sono raffigurati come prodotto di una fabbrica che se ne serve come forza lavoro a basso costo, al posto degli schiavi e con lo scopo di eliminare ogni sfruttamento di uomini. Dalla creazione ebraica ai robot moderni, troviamo un immenso patrimonio di storie e di racconti che vedono nascere creature dalle mani degli uomini. Il più noto? Senza ombra di dubbio Pinocchio, il burattino che si fa bambino.

La mitologia greca e latina

Esempi di creature artificiali sono reperibili anche nel vasto repertorio della mitologia greca. Secondo i racconti, ad esempio, il dio del metallo Efesto si era creato dei servi meccanici: si trattava di alcune damigelle dorate, dotate di intelligenza, e di una serie di tavoli a tre gambe che potevano spostarsi da soli. È però Ovidio, nella letteratura latina, ad offrirci una tra le più belle pagine dei racconti sulle creature artificiali. L’opera in cui ricercarla è il poema delle Metamorfosi, che in più di 12 mila versi esametri racconta storie di trasformazioni di esseri umani e divini in forme diverse. La storia della creazione è quella di Pigmalione, re di Cipro e scultore, che dall’avorio aveva creato una statua femminile, l’aveva chiamata Galatea e se ne era innamorato. Nessuna donna vivente era bella come lei: Pigmalione aveva deciso di scolpirla perchè sdegnato dal comportamento immorale di alcune fanciulle, ed era riuscito a plasmarla nell’esatta forma in cui la desiderava, e a segnarla di pudore e moralità. Fu così inevitabile innamorarsene: l’artista cominciò a trattare la sua opera come un’essere vivente, e nel vederlo tanto acceso di passione Venere decise di dare vita alla statua.

Il mito di Pigmalione

L’arte di cui l’artista vorrebbe la vita è al centro del mito di Pigmalione. Il senso del racconto di Ovidio si concentra sulla dedizione dell’artista, che se nella sua opera riesce a incarnare bellezza e amore fa in modo di farle prendere vita. Nel momento in cui Pigmalione si innamora della sua stessa opera, comincia a trattarla come un’essere vivente. La statua prende vita grazie ad Afrodite, che decide di rendere onore a due componenti: la straordinaria abilità artistica di Pigmalione, che ha plasmato tanto bene la sua donna, e il forte desiderio d’amore. Nella prima fusione di sensi tra Pigmalione e la sua opera che ha appena preso i sensi vitali si concentra una tra le più intense pagine dell’opera di Ovidio.

“Mentre si stupisce e gioisce esitando e teme di ingannarsi quello pieno d’amore più e più volte tocca con mano l’oggetto del suo desiderio; era un corpo vero: le vene pulsano sotto il pollice che le tasta.” (Trad. di N. Scivoletto)

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