Elemento imprescindibile della vita di ognuno di noi, è inevitabile che il dolore faccia parte in qualche modo dell’esistenza umana, al punto di credere che la felicità venga apprezzata in maniera più profonda se sopravvissuta alla sofferenza.

Esistono diversi e infiniti tipi di dolore, tutti egualmente strazianti. Molto spesso nel nostro quotidiano sentiamo storie, ascoltiamo testimonianze di dolore e sofferenza che riescono a far pensare ad ognuno di noi che la propria sofferenza non conti, che il proprio dolore non sia abbastanza grande da avere attenzione e importanza. Nulla di più sbagliato. Ogni tipo di turbamento, di dolore che si possa provare, anche per quanto effimero possa apparire agli occhi di chi ne è spettatore, ha un peso e lascia un segno su chi lo sperimenta sulla propria pelle.
Il male di vivere
Senza alcun dubbio la più grande scoperta, e allo stesso tempo la più sconvolgente, nel panorama letterario del Novecento è stata l’avanzata inesorabile del concetto di male di vivere.
Gli autori dell’Ottocento accusavano la storia per dolore dei loro personaggi, ciò faceva della sofferenza qualcosa di esterno all’uomo stesso, che subiva il patimento come vittima del Mondo, di un Dio o della Natura. Questo pensiero va poi cambiando nel momento in cui l’uomo e gli autori nel Novecento acquisiscono la consapevolezza, aiutati dalle nuovissime teorie di Freud, che ogni individuo è il creatore della propria storia, artefice del proprio destino, responsabile unico della propria vita.
Questa consapevolezza porta quindi alla conclusione che il male non è qualcosa di esterno all’uomo, ma al contrario rappresenta una parte integrante dell’esistenza umana.
”Il vivere stesso è una malattia”

Montale
Campione indiscusso per quanto riguarda lo sviluppo e l’analisi del concetto di male di vivere, Montale fa della sofferenza generalizzata che attanaglia quelle generazioni che hanno affrontato l’orrore della guerra, elemento fondamentale della sua poetica.
Possiamo capire in maniera particolare il punto di vita di Montale attraverso la poesia ”Spesso il male di vivere ho incontato”. Qui l’autore catapulta il dolore e la sofferenza nel mondo delle cose tangibili, fa del tormento e della disperazione dei nemici reali. La bellezza di questo componimento è rappresentata dalla descrizione reale ed emblematica del dolore, non vengono utilizzate analogie e metafore, in modo semplice e crudo Montale ci presenta la sofferenza nel momento in cui questa minaccia, ferisce e uccide non solo l’uomo ma ogni elemento della natura. Il dolore coinvolge indistintamente e senza pietà tutto ciò che esiste.
”Spesso il male di vivere ho incontrato
era il rivo strozzato che gorgoglia
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.”
Come difendersi quindi da questo male universale? Montale individua come unica via di fuga e sopravvivenza la ”divina Indifferenza”: bisogna diventare insensibili al dolore, lontani da ogni turbamento attraverso un’Indifferenza che viene definita ”divina” poichè posseduta unicamente dagli dei che possono donarla agli uomini per liberarli dl male.
Vecchioni
Atteggiamento completamente diverso decide invece di adottare Vecchioni di fronte al dolore.
Anche Vecchioni ci dice di aver conosciuto il dolore ”di persona”, personificandolo, rendendolo reale e tangibile. Esattamente come Montale, l’autore elenca una serie di situazioni e scenari in cui la sofferenza da il meglio di se, distruggendo e sconvolgendo tutto ciò che la circonda.
Ma in questo caso Vecchioni non si volta dall’altra parte, al contrario decide di combattere il dolore, di affrontarlo e sconfiggerlo con le armi che meglio conosce, di renderlo nulla di fronte al coraggio che solo chi ha conosciuto la sofferenza e non ne ha più paura possiede.
”Ho conosciuto il dolore
E l’ho preso a colpi di canzoni e parole”
E ad un tratto, nel momento in cui si sente affrontato, il dolore perde ogni sua forza, ”abbandona il ring” e fugge come il migliore dei codardi, così eternamente solo da far pietà, infinitamente piccolo rispetto alla grandezza della vita e dei piccoli attimi che la rendono vera e piena.
”Io sono vivo
E tu, mio dolore,
Non conti un cazzo di niente”
