L’uscita del film Nuremberg (2025) di James Vanderbilt offre l’occasione per riaprire il doloroso capitolo della giustizia post-bellica. Attraverso il confronto psicologico tra Douglas Kelley e Hermann Göring, l’opera anticipa visivamente la “banalità del male” teorizzata da Hannah Arendt, costringendoci a scrutare nell’abisso della normalità criminale per comprendere le radici dell’orrore.

Ottant’anni dopo i processi che hanno ridefinito il diritto internazionale, il film Nuremberg (2025) riporta sullo schermo il confronto epocale tra i gerarchi nazisti e la giustizia alleata. Basata sul saggio The Nazi and the Psychiatrist di Jack El-Hai , la pellicola sposta il focus drammaturgico dall’aula di tribunale alla claustrofobia della cella, inscenando un duello intellettuale tra lo psichiatra americano Douglas Kelley e il Reichsmarschall Hermann Göring. Questa nuova prospettiva cinematografica non si limita a una fedele ricostruzione storica, ma instaura un dialogo a distanza con il pensiero filosofico di Hannah Arendt. Se il tribunale cercava colpevoli legali, Kelley cercava mostri clinici; entrambi, inquietantemente, trovarono solo uomini mediocri capaci di azioni mostruose, ponendo le basi per una riflessione morale che risuona con urgenza nel presente.
L’enigma della mente nazista e la vana ricerca del mostro
Il cuore pulsante di Nuremberg risiede nella tensione tra la necessità di patologizzare il male e la terrificante scoperta della sua normalità. Douglas Kelley, interpretato con nevrotica intensità da Rami Malek, arriva a Norimberga con l’ambizione faustiana di “dissezionare il male”. La sua speranza, condivisa dal mondo libero nel 1945, è quella di individuare come un virus nazista, una deviazione psichiatrica che separi nettamente i criminali di guerra dal resto dell’umanità. Tuttavia, il film illustra magistralmente il fallimento di questa ipotesi attraverso le sedute con Hermann Göring, a cui Russell Crowe presta un carisma inquietante e manipolatorio.
A differenza del suo collega Gustave Gilbert (interpretato da Colin Hanks), che etichettò i prigionieri come psicopatici narcisisti , Kelley giunse a una conclusione molto più disturbante: i test di Rorschach e i colloqui clinici rivelarono che i gerarchi rientravano nello spettro della normalità psichiatrica. Non erano mostri, ma opportunisti ambiziosi, privi di empatia ma perfettamente sani di mente. Questa rivelazione, che il film sottolinea come il vero orrore di Norimberga, distrugge l’alibi della follia: se Göring è sano, allora il potenziale per tale malvagità risiede nella struttura stessa della psiche umana e non in una sua aberrazione. Il dramma personale di Kelley, che si concluderà anni dopo con un suicidio tramite cianuro – lo stesso metodo usato da Göring – viene dipinto come l’ultima vittoria del nazista o, forse, come l’incapacità dello psichiatra di convivere con la consapevolezza che non esiste una barriera biologica tra noi e loro.

La giustizia dei vincitori e i limiti strutturali del processo
Mentre Kelley indaga le profondità della psiche, il film affronta parallelamente le complessità giuridiche del processo attraverso la figura del procuratore Robert H. Jackson, interpretato da Michael Shannon. Qui la narrazione cinematografica incrocia la critica filosofica di Hannah Arendt. La filosofa, osservando gli eventi, notò che i crimini nazisti avevano fatto esplodere i limiti della legge. Il tribunale si trovava di fronte al paradosso di giudicare crimini senza precedenti – il genocidio industriale – utilizzando categorie legali che non erano state ancora codificate al momento dei fatti, esponendosi così all’accusa di esercitare una giustizia dei vincitori.
Il film non nasconde queste contraddizioni: mostra un Göring abile nel mettere in scacco l’accusa, denunciando l’ipocrisia degli Alleati e trasformando il banco degli imputati in un palcoscenico politico. Arendt criticò aspramente la definizione di “crimini contro l’umanità” come semplici “atti inumani”, ritenendola un eufemismo inadeguato per descrivere il tentativo di decidere chi avesse il diritto di abitare la Terra. Nonostante ciò, Nuremberg evidenzia come, nonostante le imperfezioni giuridiche e l’uso di prove scioccanti come i filmati dei campi di concentramento , il processo fosse un atto necessario per ristabilire una grammatica morale. La pellicola suggerisce che, sebbene la legge possa aver vacillato di fronte all’enormità dell’Olocausto, il rito del processo costrinse infine i responsabili a confrontarsi con le proprie azioni individuali, smantellando la difesa dell’obbedienza agli ordini.
La banalità del male come monito per il presente
La convergenza tra la diagnosi clinica di Kelley e la teoria politica di Arendt costituisce la riflessione più profonda che il film consegna allo spettatore del 2026. Sebbene Arendt abbia formulato il concetto di “banalità del male” anni dopo, in relazione al processo Eichmann, Nuremberg dimostra che le radici di tale pensiero erano già visibili nelle celle del 1945. Göring, pur essendo teatrale al contrario del grigio burocrate Eichmann, condivideva con lui la stessa assenza di profondità morale, la stessa thoughtlessness (incapacità di pensare) che Arendt identificò come la vera matrice del male. Il male non è radicale o demoniaco, ma superficiale e, per questo, capace di diffondersi come un fungo sulla superficie della terra. Il film si chiude con una citazione di R.G. Collingwood: “L’unico indizio su ciò che l’uomo può fare è ciò che l’uomo ha fatto”.1 Questa frase sigilla il messaggio dell’opera: l’Olocausto non è un’anomalia storica irripetibile, ma una possibilità latente dell’agire umano. In un’epoca segnata da nuove polarizzazioni e dal risorgere di ideologie autoritarie, Nuremberg funge da monito potente, suggerendo che per prevenire il ritorno dell’orrore non basta cercare mostri sotto il letto, ma occorre vigilare sulla “normale” indifferenza che permette al male di pensare.