Il caso di “When they see us” e la vittoria dell’identità etnica sulla giustizia

Alla fine degli anni ’80 un  caso sconvolse l’America e New York soprattutto. Il caso della jogger di Central Park.

Il caso dei Cinque di Central Park e la vittoria dell'identità etnica sulla giustizia
The Central Park Five

Uno scontro tra comunità, bianchi contro afroamericani ed ispanici. Un caso che non puntava a trovare il colpevole ma ad accusare semplicemente qualcuno in modo che la comunità di New York potesse finalmente dormire sonni tranquilli.

La storia

Era il 1989 quando una serie di attacchi a persone avvenuti nel famoso Central Park di Manhattan sconvolse la città. Il caso più eclatante ma anche più grave fu quello a discapito di Trisha Meili, ventottenne jogger per hobby. Il 19 aprile fu assalita, stuprata, picchiata selvaggiamente e lasciata a morire. Non accadde. La giovane rimase in coma per 12 giorni e alla fine, dopo lunghe e travagliate sedute terapiche si riprese. La situazione all’epoca era così seria che il New York Times definì queste aggressioni come “uno dei crimini di più ampia risonanza degli anni ottanta”. In seguito alla violenza di Trisha furono arrestati e accusati quattro quattordicenni, di cui tre afroamericani e uno ispanico e il sedicenne Korey Wyse, anch’egli afroamericano. Quest’ultimo in particolare fu trattenuto semplicemente perché aveva accompagnato alla stazione di polizia l’amico che doveva essere interrogato. La vicenda ebbe una risonanza mediatica vasta e importante. Donald Trump acquistò una pagina sui quattro principali quotidiani di New York in cui auspicava il ritorno della pena di morte per gli stupratori della jogger. Peccato però che i ragazzini imprigionati non avessero compiuto il fatto e peccato che ci siano voluti solo 25 anni per dimostrarlo.

Il caso dei Cinque di Central Park e la vittoria dell'identità etnica sulla giustizia
la pagina acquistata da Donald Trump

La docu-serie Netflix

Di questa storia è stato fatta una miniserie/documentario su Netflix, dal titolo “When they see us”. Un telefilm che prova, quanto più minuziosamente possibile, a ripercorrere l’aggressione, ma soprattutto ciò che ha portato ad accusare quei cinque giovani afroamericani ed ispanici. È giusto sottolineare questa loro appartenenza etnica perché all’epoca fu praticamente l’unica cosa che forze dell’ordine e media notarono. Infatti la loro sfortuna iniziò solo perché si trovarono in quel famoso parco quella sera, seppure in una zona totalmente opposta. I Cinque di Central Park, come vennero chiamati, erano tutti minorenni e ciò che subirono alla stazione di polizia fu del tutto illegale. La domanda è: sarebbe accaduto ad un gruppo di ragazzini bianchi? Interrogati senza la presenza dei genitori o di un qualsiasi tutore, nonostante la loro giovane età lo garantisse per legge. Trattenuti ore ed ore, senza l’appoggio di un parente e/o di un legale furono costretti a confessare, con la promessa di chissà quali favori. Costretti a ripetere le parole dettate dai poliziotti e a firmare fogli con la garanzia che tutto si sarebbe concluso. Il loro calvario si protrasse per venticinque anni, finì solamente perché il vero colpevole si decise a confessare e si ebbero le prove a sostegno.

Ingroup – Outgroup

Questa vicenda sottolineò ciò che Henri Tajfel, psicologo britannico di origine polacca, asserì con la sua teoria dell’identità sociale. Egli iniziò a sperimentare dividendo delle persone in gruppi sulla base di piccolezze, minuzie. Si accorse quindi che la gente appartenente ad una comunità, seppure decisa arbitrariamente, cominciò a comportarsi come se il proprio raggruppamento fosse automaticamente migliore rispetto all’altro. Non esisteva quindi un Io individuale, bensì un io/noi. L’importanza del team, di farne parte, di sentirsi un tutt’uno era superiore alla propria individualità. Ma per l’uomo è spontanea, quasi naturale costituire un gruppo, distinguere il proprio gruppo di appartenenza (chiamato ingroup) da quelli di non appartenenza (detti outgroup). Conseguenza diretta di ciò è mettere in atto un comportamento di favoritismo verso la propria categoria a discapito di tutto il resto. Secondo la SIT, social identity theory, l’identità sociale si costruisce su tre fondamenta: categorizzazione, identificazione e confronto sociale. Una persona crea categorie per qualsiasi cosa e basate su qualsiasi cosa: età, razza, religione, appartenenza politica e molto altro ancora, una lista che probabilmente potrebbe essere infinita. Categorizzando tutto, si finisce per appartenere a diversi raggruppamenti, come l’essere bianca, essere donna… Tutte queste appartenenze costituiscono la base psicologica che andrà a formare la propria identità sociale. E infine il confronto sociale. Si tende sempre a paragonare l’ingroup con l’outgroup di riferimento. La propria comunità è semplicemente migliore, gli altri vengono svalutati, criticati. Ci si considera quasi superiori, come se anche l’autostima individuale dipendesse dall’importanza del gruppo. Questa teoria ci aiuta comprendere le impressioni, piuttosto che le conoscenze, ma anche gli stereotipi che l’uomo nutre nei confronti degli appartenenti all’outgroup. L’investimento psicologico che si compie sull’ingroup, spinge quindi ad avere opinioni negative, quasi di disprezzo per i membri esterni.

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