Il 26 dicembre 1991 cambiava il mondo: l’URSS cessava ufficialmente di esistere

come uno dei protagonisti mondiali collassò su se stesso

Il 26 dicembre 1991 l’URSS cessava di esistere. A 30 anni dalla caduta ripercorriamo gli ultimi anni di vita di un pilastro della politica del XX secolo.

L’elezione di Gorbačëv e i paesi baltici

Nel 1985 Michail Gorbačëv veniva eletto segretario generale del PCUS, dando così il via ad una nuova (e di fatto ultima) fase nella storia dell’Unione Sovietica. Gorbačëv fu sostenitore di un’innovativa politica fondata sui concetti chiave di perestrojka (ristrutturazione) e di glasnost (trasparenza), volte al superamento dei problemi socio-economici del paese. Questa politica di riforme da un lato portò alla fine della guerra fredda e dell’isolamento internazionale dell’URSS, ma dall’altro lato portò all’emersione dei problemi economici dello stato che fino ad allora erano stati tenuti nascosti dal regime. La fine della rigida politica di repressione interna, la crisi economica e l’ammissione della fragilità del sistema politico fecero emergere ben presto i contrasti, gli odi razziali e le spinte indipendentistiche dei numerosi popoli presenti nello sterminato territorio dello stato sovietico e che fino a quel momento erano stati tenuti sotto controllo dal governo centrale. I Paesi Baltici cominciarono a spingere per il ripristino dell’indipendenza, iniziando dall’Estonia nel novembre 1988, quando il legislatore estone approvò delle leggi nonostante l’opposizione del governo centrale. Dopo numerose proteste anche nelle altre repubbliche e la caduta del Muro di Berlino (9/11/89), nel febbraio 1990, il PCUS accettò di rinunciare al suo stato di partito unico, permettendo elezioni libere. Nelle settimane successive, le 15 repubbliche dell’URSS andarono al voto, finalmente libero,  dove riformatori e nazionalisti etnici ottennero la maggioranza dei seggi e il PCUS perse le elezioni in sei stati: Lituania, Moldavia, Estonia, Lettonia, Armenia, Georgia. Le repubbliche costituenti iniziarono a dichiarare la propria sovranità nazionale e iniziarono una battaglia legislativa con Mosca, in cui i governi delle repubbliche costituenti respingevano la legislazione a livello di Unione, dove era in conflitto con le leggi locali, affermando il controllo su tutte le loro economie locali e rifiutandosi di pagare le entrate fiscali al governo centrale.

il New York Times del 26/12/1991

El’cin e il putsch di agosto

Boris El’cin (o Eltsin) nel 1990 veniva nominato Presidente del Praesidium del Soviet Supremo della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa (RSFSR). Nello stesso anno venne approvata la dichiarazione di sovranità statale della Russia, e il 17 marzo un referendum popolare creò la figura del Presidente della RSFSR eleggendo El’cin a tale ruolo. Anche la Russia quindi, la parte più consistente dell’URSS, si stava separando da essa. Di fronte al crescente desiderio di autonomia, Gorbačëv tentò di trasformare quindi l’Unione Sovietica in uno stato meno centralizzato. Vengono dichiarati sciolti il Comecon ed  il Patto di Varsavia, liberando così dai vincoli i paesi esteri fino ad allora satelliti. Il 17 marzo 1991, con un referendum sulla conservazione dell’URSS, la grande maggioranza dei cittadini fu favorevole al mantenimento dell’Unione e dopo dei negoziati, otto delle nove repubbliche sovietiche (tranne l’Ucraina) approvarono il nuovo trattato dell’Unione che avrebbe trasformato l’URSS nell’Unione degli Stati Sovrani, con presidente, politica estera e militare comuni. La firma del trattato era prevista a Mosca per il 20 agosto 1991, ma il vice presidente sovietico, il primo ministro, i ministri dell’interno e della difesa e il capo del KGB si unirono per impedire la firma del nuovo trattato formando il “Comitato generale sullo stato di emergenza”, dando vita di fatto ad un colpo di stato. Gorbačëv venne dichiarato incapace di assolvere alle sue funzioni di Presidente dell’URSS per motivi di salute, venendo quindi sostituito dal vice-presidente. Tuttavia, nonostante gli organizzatori del putsch avessero previsto un sostegno popolare per le loro azioni, la popolazione nelle grandi città e nelle altre repubbliche risultò essere in gran parte contro di loro. Tale contrasto si manifestò con una campagna civile di resistenza, che ebbe luogo soprattutto a Mosca, dove il presidente Boris El’cin si affrettò a condannare il golpe; migliaia di persone a Mosca uscirono in strada per difendere il Parlamento. Dopo tre giorni, il 21 agosto, il colpo di stato collassò su se stesso, gli organizzatori furono arrestati e Gorbačëv ridivenne presidente dell’Unione Sovietica. La sua posizione era però compromessa, in quanto né l’Unione né le strutture di potere ascoltavano i suoi comandi, mentre la figura di El’cin otteneva grande consenso.

La CSI e la fine del CCCP

Il 23 agosto 1991, El’cin siglò un decreto che sospese tutte le attività del PCUS nella RSFSR e il 6 novembre bandì i partiti comunisti della Russia e dell’URSS dal territorio della RSFSR. In Ucraina il 1º dicembre 1991 si svolse un referendum in cui il 90% dei votanti optò per l’indipendenza dall’Unione Sovietica. I leader delle tre repubbliche di Russia, Ucraina e Bielorussia concordarono quindi di incontrarsi per una discussione sulle possibili forme di relazione. L’8 dicembre 1991  s’incontrarono per firmare l’accordo di Belaveža, che dichiarava dissolta l’Unione Sovietica e la sostituiva con la Comunità degli Stati Indipendenti (CSI). Il documento, composto da un preambolo e quattordici articoli, stabiliva la cessazione dell’esistenza dell’Unione Sovietica sia come soggetto di diritto internazionale sia come entità geopolitica. Il 12 dicembre, l’accordo venne ratificato dal Soviet supremo della Russia con 188 voti favorevoli, 6 contrari e 7 astenuti. Il 25 dicembre 1991 alle ore 18, Gorbačëv si dimise da presidente dell’Unione Sovietica e dichiarò abolito l’ufficio, inoltre conferì tutti i poteri e l’archivio presidenziale sovietico al presidente della Russia Boris El’cin. Alle 18:35 la bandiera sovietica sopra il Cremlino fu ammainata e sostituita con il tricolore russo. Il V Congresso dei deputati del popolo della RSFSR approvò la ridenominazione dello stato in Federazione Russa, che sarebbe stata ufficializzata solo il 21 aprile 1992 con le riforme costituzionali varate dal VI Congresso dei deputati del popolo. Infine, il 26 dicembre 1991 il Soviet Supremo dell’URSS dissolse formalmente l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.

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