Il Superuovo

I romanzi “Circe” e “Artemisia” ci raccontano la storia di donne forti e ribelli

I romanzi “Circe” e “Artemisia” ci raccontano la storia di donne forti e ribelli

Nel corso della storia la donna è quasi sempre stata relegata ad una condizione di subalternità e la sua voce è spesso stata soffocata.

“The Sorceress” di John William Waterhouse

Madeline Miller e Anna Banti nei loro romanzi cercano di ridare voce alle figure femminili concedendo loro lo spazio così a lungo negato. Circe e Artemisia, due donne diverse e distanti, ma unite nell’intento di rivendicare se stesse e la loro individualità.

“Circe”: maga spietata o donna tormentata e sensibile

“Circe”, uscito nel 2018, è un romanzo della scrittrice statunitense Madeline Miller, già celebre per il precedente libro “La canzone di Achille”. Fra le pagine di quest’opera la famosa figura della maga Circe, racconta se stessa e la sua interiorità sotto una luce totalmente nuova. Il personaggio, presente per la prima volta nell’Odissea, è consacrato dalla mitologia come lo stereotipo della donna crudele, terribile e prevaricatrice, una dea animata dal piacere di incantare gli uomini con i suoi perfidi filtri. Tuttavia quella che viene intessuta è la storia di una bambina poco considerata, diversa dalla propria divina famiglia, di una ragazza delusa e respinta dall’innamorato, per il quale era disposta a dare tutta se stessa, e infine di una donna che ha dovuto mutare in forza la propria debolezza per difendersi. Un mondo crudele grava su di lei, dove non sono ammesse fragilità e regna la legge del più forte, dove per sopravvivere è necessario corazzare il proprio cuore. La Circe che emerge è una figura dall’animo buono e sensibile, dal carattere forte e indipendente, segnata nel profondo dalla sofferenza e dalle umiliazioni subite, tormentata dai rimorsi e costretta ad armarsi di freddezza per farsi valere.

“Autoritratto come suonatrice di liuto” di Artemisia Gentileschi

Circe e Artemisia: due escluse

L’esclusione sperimentata da Circe è duplice, dalla famiglia e dal mondo circostante. Anche Artemisia Gentileschi, la pittrice seicentesca protagonista del romanzo “Artemisia” di Anna Banti del 1947, subisce questa sorte. Figlia del titano Helios, il dio Sole, e della ninfa Perseide, Circe a differenza dei suoi fratelli e di sua sorella non ha ereditato la luminosa e abbagliante bellezza e la voce divina. Il suo aspetto è invece più goffo e la sua voce è come quella degli uomini. Per questo e per il suo temperamento difficile è maltrattata e incompresa dagli alteri parenti. Lo stesso padre, dal quale lei costantemente cerca timidamente affetto, è distaccato e arroccato nel suo fiero orgoglio. Quando lei rivendica azioni potenti delle quali non è ritenuta in grado, lui le sfregia il viso con lo sguardo dei suoi occhi raggianti e infuocati. Una volta riconosciute e temute le sue capacità, la sua totale solitudine si realizza con l’esilio nell’isola di Ea, che le viene imposto da Zeus. Ugualmente Artemisia è sola, intimidita dagli impassibili e quasi inespressivi occhi paterni. Per quanto questi occhi non la sciolgano con il loro violento calore, la lasciano comunque brancolante nell’insicurezza. Lo sguardo paterno del quale avrebbe bisogno per esistere e affermarsi le è spesso negato o comunque concesso in modo superficiale. Così anche nel suo dolore più grande non si sente sostenuta, anzi forse colpevolizzata anche dal padre oltre che dalla società. L’esilio di questa artista consiste nella privazione di ogni solidarietà.

“Giuditta che decapita Oloferne” di Artemisia Gentileschi

Le armi della vendetta: magia e pittura

Donne che vengono messe da parte, ma che non si rassegnano e contando solo in loro stesse meditano la loro “vendetta” o, forse meglio, la loro rivincita. Circe è dotata della forza di volontà adatta alla preparazione di pharmaka, pozioni magiche ed è particolarmente portata nell’indurre metamorfosi. Durante la sua relegazione, la rabbia e la frustrazione verso chi l’ha disprezzata si convertono in zelo e tenacia verso l’approfondimento e l’amplificazione delle sue abilità. La sua rivalsa è nella magia, che la rende finalmente forte. Grazie ad essa può essere temuta e rispettata, non più oppressa. Ora le basta una parola per tramutare in porci coloro che vorrebbero approfittarsi del suo essere inerme e ingenuamente fiduciosa. Così Artemisia, vittima di violenza da parte dell’amico del padre Agostino Tassi, è stigmatizzata e mortificata da chi invece dovrebbe difenderla, nel processo contro l’aggressore è lei che davvero ne esce sconfitta. Tuttavia la sua indole impetuosa, che l’aveva portata a denunciare e a sopportare ogni tortura, senza cedere, in nome della cruda verità, la spingerà a non arrendersi. Non è la magia ciò che le permettete di non farsi calpestare, ma il suo talento artistico. Attraverso la pittura può farsi valere, e nelle sue opere non intende tacere ciò che ha patito. Sono numerose le tele in cui lei è intimamente coinvolta. La più lampante è “Giuditta che decapita Oloferne“, è in questo groviglio di membra nel cui fulcro c’è il crudo gesto di un macellaio, che si esplicano la sua vendetta, i suoi rimorsi e pulsioni contrastanti.

 

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