Precarietà, stipendi bassi, inflazione, disparità salariale, morti sul lavoro. Eppure si contesta il diritto allo sciopero.

Viviamo in un periodo storico di finte conquiste sociali. Si parla ogni giorno di diritti umani, pace e welfare, ma è incontestabile che, ad oggi, per i governi appare più conveniente schierarsi dalla parte delle grandi compagnie industriali piuttosto che tutelare i diritti dei lavoratori, sempre più minacciati in questa fase di frenesia consumista e di capitalismo estremo. L’arma più efficace, anche di fronte all’opinione pubblica, è sempre la delegittimazione, come si può intuire anche dalle recenti dichiarazioni di alcuni dei nostri ministri che sminuiscono la portata attuale e passata degli scioperi, dei movimenti operai e sessantottini. È una strategia simile a quella adottata dal governo inglese dopo il Massacro di Peterloo: la reazione immediata dei conservatori fu la repressione totale di tutte le manifestazioni che richiedevano riforme radicali, ma alla lunga si è rivelato un momento di svolta nella lotta per i diritti politici e sociali in Gran Bretagna.
“Peterloo”: ecco come sono nati i primi movimenti sindacali
L’espressione “Massacro di Peterloo” si riferisce alla violenta repressione di una grande manifestazione popolare tenutasi il 16 agosto 1819 a Manchester, uno dei maggiori poli industriali britannici nel XIX secolo. Questa formula è stata introdotta da James Wroe, direttore del “Manchester Observer”, dall’unione di “St Peter’s Field”, la località in cui ebbe luogo la carneficina, e “Waterloo”, dove quattro anni prima l’esercito britannico aveva sbaragliato le truppe di Napoleone, arrestando definitivamente l’ondata rivoluzionaria originatasi trent’anni prima in Francia. La vicenda è stata accuratamente ricostruita anche da un punto di vista cinematografico dalla pellicola di Mike Leigh intitolata, appunto, “Peterloo” (2018): durante un comizio pacifico organizzato per chiedere al parlamento britannico una riforma elettorale, la folla fu brutalmente dispersa da reparti di cavalleria dell’esercito britannico, che includeva anche alcuni reduci della battaglia di Waterloo. Decine di persone morirono e ne furono ferite diverse centinaia.
All’origine della manifestazione vi fu la povertà diffusa, insieme all’assenza del diritto di voto nell’Inghilterra settentrionale: il settore tessile fu il più colpito dalla grave crisi economica che colpì la Gran Bretagna all’indomani delle guerre napoleoniche, portando ad una situazione di carestia e disoccupazione diffusa. Dal canto loro gli industriali, per mantenere intatti i propri profitti, ridussero i salari dei lavoratori, addossando la colpa alle fluttuazioni del mercato causate dagli effetti postbellici e alle Corn Laws, che imponevano dazi sul grano straniero e aumentavano il costo del grano britannico, più costoso e di qualità inferiore. La combinazione di tutti questi fattori generò un crescente malcontento, tensione sociale e radicalismo politico tra la popolazione, che da allora iniziò a organizzarsi nelle prime insurrezioni sindacali.
Sebbene per molto tempo il governo britannico represse ostinatamente qualsiasi assemblea che richiedesse riforme radicali, Peterloo è stata determinante nella lotta per i diritti dei lavoratori: l’evento attirò l’attenzione della stampa nazionale, e in pochi giorni ne furono pubblicati resoconti a Londra, Leeds e Liverpool, intensificando il sentimento di indignazione in tutto il paese.

Dalla nascita del movimento operaio allo “Statuto dei lavoratori”
Gli anni successivi a “Peterloo” hanno visto l’espansione e i primi successi del movimento operaio in Gran Bretagna: uno dei primi traguardi significativi fu l’istituzione delle prime forme di protezione legale e sicurezza sul lavoro, che regolamentavano e stabilivano standard minimi per le condizioni dei lavoratori. In particolare, la Factory Act del 1833 rappresentò uno step fondamentale, in quanto limitò lo sfruttamento del lavoro minorile e introdusse le prime norme igieniche nelle fabbriche. Senza trascurare, poi, l’impatto delle teorie marxiste, che vedevano la luce proprio in quegli anni.
Durante il XX secolo i sindacati hanno giocato un ruolo fondamentale nella lotta per i diritti dei lavoratori, poiché la possibilità di negoziare collettivamente con i datori di lavoro ha consentito loro di ottenere migliori condizioni e salari equi, almeno nei paesi che oggi si definiscono “economicamente avanzati”.
Per quanto riguarda l’Italia, la promulgazione dello “Statuto dei lavoratori” nel 1970 ha rappresentato un passaggio cruciale nella storia legislativa del Paese. Negli anni ’50 e ’60 l’assetto economico italiano ha subito una profonda trasformazione, segnata dal passaggio dall’agricoltura all’industria. Questo portò molti dei lavoratori del settore agricolo a reinventarsi come operai, dando luogo a una grande disponibilità di manodopera a basso costo: divenne evidente la necessità di una legislazione più chiara e completa. La risposta arrivò, appunto, con lo “Statuto dei lavoratori”: tra i suoi principali obiettivi c’erano quello di garantire una maggiore tutela ai lavoratori dipendenti, il riconoscimento del diritto allo sciopero, la tutela della maternità e della paternità, la stabilizzazione del lavoro precario, la protezione contro il licenziamento ingiustificato e la promozione della partecipazione dei lavoratori alle decisioni aziendali attraverso i rappresentanti sindacali.
Il diritto sindacale è in declino
Negli ultimi decenni, le questioni concernenti i diritti dei lavoratori si sono estese a nuove sfide e urgenze, come la parità salariale, la sicurezza e la salute sul lavoro e la tutela dei lavoratori migranti. Le organizzazioni sindacali continuano impegnarsi in campagne di sensibilizzazione, azioni legali e negoziati con i datori di lavoro e i governi per garantire condizioni di lavoro dignitose ed eque per tutti, oltre che per combattere il fenomeno delle morti sul lavoro, che nel nostro Paese raggiunge numeri impietosi. “Il diritto sindacale, di contrattazione e allo sciopero sono diritti ‘di passaggio, o accesso‘ (gateway rights). Se vengono tutelati, è probabile che anche tutti gli altri diritti dei lavoratori lo siano” spiega il prof. David Cingranelli, politologo e docente di Scienze Politiche presso l’Università di Binghamton.
Tuttavia “A livello globale, i diritti di accesso sono in declino”, precisa Cingranelli: nei Paesi economicamente “in via di sviluppo”, le grandi compagnie agricole, petrolifere e minerarie traggono profitto dallo sfruttamento e dalla prevaricazione dei lavoratori. Ma sono anche i consumatori a muovere le rotelle di questo meccanismo: basti pensare all’industria del “fast fashion“, basato sulla produzione di capi di moda ad alta velocità e a basso costo. Com’è possibile che vengano continuamente introdotte sul mercato collezioni sempre nuove in tempi così rapidi e a prezzi accessibili? La risposta risiede chiaramente nella scarsa attenzione alla sostenibilità ambientale e nell’impego di manodopera a basso costo, cioè nello sfruttamento intensivo dei lavoratori nei paesi in cui questi capi d’abbigliamento vengono prodotti. È una verità oggettiva che le conquiste vantate dal civilissimo e democratico Occidente sono state rese possibili anche grazie al trasferimento dei grandi impianti industriali nei paesi economicamente e socialmente più arretrati.
