Hikikomori: la prigione del silenzio

È possibile sentirsi oppressi al punto da abbandonare volontariamente qualsiasi contatto con la realtà sensibile? Si chiama Hikikomori la dilagante espressione di intenzionale confinamento in cui sono reclusi migliaia di giovani.

Hikikomori Hikikomoro
la stanza di un Hikikomoro in Giappone

Esiste un confine indelineato a tracciare la linea di separazione tra il reale e l’astratto, tra il mondo empiricamente inteso e le proiezioni introspettive; esistono anche fili sospesi a far compiere una torsione a questi standardizzati parametri mentali che individuano apparati divinamente stabili, cosicchè diviene concepibile una rilettura metodica della realtà sensibile in chiave astratta o attraverso rielaborazioni intellettuali che necessitano di un isolamento momentaneo dai traffici confusionari della vita terrena. Quando tuttavia il tempo di queste operazioni diviene eccessivamente prolungato e il metodo sbatte contro i moderni apparati tecnologici, siamo in presenza di una patologica emergenza sociale: l’Hikikomori. Questo fenomeno consiste nel volontario isolamento dalla vita sociale cui si sottopongono migliaia di giovani, conosciuto in Giappone a partire dagli anni ’80 e fortemente in espansione nel territorio europeo.

L’Hikikomori, termine giapponese che indica ‘lo stare in disparte’, si manifesta con un’ arbitraria autoreclusione di ragazzi dai 16 ai 30 anni che, oppressi dai tumulti mondani e dalle pressioni di realizzazione sociale che da essi derivano, si condannano ad una silente condizione di prigionieri all’interno della propria cameretta, lasciando piccoli spazi di interconnessione con altri ‘hikikomori’ attraverso appuntamenti quotidiani nel panorama internazionale costituito dalla rete, in una realtà alterata da videogame e giochi di ruolo.  Le chat avvengono nei gruppi ‘Hikikomori under/over 25’ a seconda dell’età, spazi di vita ultraterrena coordinati da divinità dal titolo di ‘amministratori’ col compito di gestire queste comunità virtuali che contano un milione di persone in Giappone e qualche migliaia in Italia, paese in cui il fenomeno è in espansione.

Tra la paura di un BAN e l’inquietudine generale, la vita di questi ragazzi si snoda all’interno della bolla protettiva della propria stanza che assurge alla duplice funzione di presidio e isolamento, tagliando qualunque contatto con la vita reale e affogando in un mondo fittizio l’ansia sociale o le pressioni che derivano da un carattere introverso che non consente relazioni soddisfacenti, tanto quanto le delusioni ricavate da carenze familiari.

Hikikomori Hikikomoro
le pessime condizioni di vita degli eremiti postmoderni, come potremmo definirli

L’immediato effetto è il distacco totale da qualunque rapporto concreto e il conseguente rifugio nel panorama astratto della rete, in cui qualcuno riesce a sostare per più di 32 ore consecutive, saltando pasti e non andando a dormire.

La dipendenza da internet non è tuttavia da catalogare come causa del fenomeno, come tiene a ricordare Marco Crepaldi, fondatore e presidente dell’associazione ‘Hikikomori Italia’, nata con lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni. La rete è rifugio per anime disperate, al lastrico tra una condizione di consapevole disagio e una patologica depressione, e ancora una volta manifesta palesemente i limiti e la pericolosità di un suo uso improprio: le richieste di aiuto gridate dai ragazzi nelle chat cadono nel vuoto delle inquietudini autolesioniste pullulanti in questi mondi fittizi, nei quali il valore dell’ascolto reciproco e della condivisione di problemi e paure è effimero e relativo ad una distanza reale che si concreta in quella emotiva.

Una richiesta che suona come vox clamantis in deserto, un deserto arido che scioglie e confonde le richieste di aiuto divenute presenze inconsistenti come macchioline sul terreno, scambiate per laghetti in cui i nuovi utenti cercano di abbeverarsi contribuendo al nichilismo asistematico cui assistiamo.

Hikikomori Hikikomoro
lo slogan di Hikikomori Italia per sensibilizzare l’opinione pubblica

Un fenomeno sociale da non sottovalutare questo dell’Hikikomori, che si presenta come la nuova frontiera del disagio che accomuna orde di adolescenti e uomini adulti, gli eremiti postmoderni: il rischio cui si va incontro è quello di cercare ogni risposta dentro di sè ed esporsi all’isolamento in una terra di nessuno abitata da esseri informi e amebi, o, ancora peggio, quello di rinchiudersi nella prigione del silenzio credendo che un aiuto possa derivare solo da questo mondo alieno alla realtà che annienta le persone. «Chi lotta contro dei mostri, deve fare attenzione a non diventare egli stesso un mostro. E se tu guarderai a lungo nell’abisso, anche l’abisso vorrà guardare dentro di te». Risuona cupo il monito Nietzschiano, cui tuttavia bisogna prestare attenzione anche al fine di sensibilizzare il discorso mirando al recupero e alla reintegrazione sociale delle vittime di una malattia in forte espansione sul web.