Gli italiani chiamati alle urne: tutte le risposte sul referendum del 20 e 21 settembre

Analisi dei pro e dei contro del referendum per un voto sicuro e consapevole.

Il prossimo 20 e 21 settembre, stessi giorni in cui si svolgeranno per alcuni le elezioni amministrative e regionali, tutti gli italiani saranno chiamati ad esprimere un voto favorevole o contrario a quella legge costituzionale, approvata lo scorso ottobre che, se confermata dai cittadini, ridurrà il numero dei parlamentari. Se all’apparenza il quesito referendario sembra semplice e dalla risposta scontata, è invece necessario analizzare tutti i cavilli e le eventuali conseguenze derivanti da una simile revisione costituzionale al fine di arrivare ad una risposta certa e ragionata. Per il voto manca meno di un mese e, se ancora non hai un’idea chiara, questo è l’articolo giusto per te!

L’oggetto

La legge costituzionale sul taglio dei parlamentari veniva approvata quasi all’unanimità lo scorso 19 ottobre 2019, proponendosi sostanzialmente di ridurre il numero dei parlamentari alla Camera da 630 a 400 e dei senatori da 315 a 200, diminuendo anche i rappresentati della circoscrizione estero da 6 a 4. Inoltre la modifica imporrebbe al Presidente della Repubblica di nominare un massimo di 5 senatori a vita, intervenendo dunque nel complesso sugli art.57 58 e 59 della Costituzione. Unanimità? E allora perché siamo arrivati al referendum? Semplice. Perché in realtà dietro la calma apparente si nasconde l’opinione nebulosa delle voci interne ai partiti. Se i pentastellati, da sempre paladini della riforma sembrano essere sicuri del suo successo, non si può dire lo stesso del Partito Democratico che solo alla terza deliberazione (dopo due voti sfavorevoli e l’accordo di governo con i Cinque Stelle) ha deciso di appoggiare l’approvazione della legge costituzionale. Più decisi invece sembrano essere i partiti di destra che attraverso i maggiori esponenti come Matteo Salvini e Giorgia Meloni hanno fatto sapere di credere fermamente nella bontà della modifica costituzionale. Fatto sta che 71 senatori, una mattina, non troppo convinti della riforma, hanno deciso di avanzare la richiesta di indire il referendum, andando dunque a testare il parere del popolo così come prevede l’art 138 della Costituzione. E infatti, ciò accadrà (premesso che il malefico virus lo consenta) il prossimo mese: per votare basterà avere 18 anni e scrivere SI per manifestare assenso alla legge costituzionale sul taglio dei parlamentari, NO per appoggiare invece l’abrogazione della stessa. Per la validità del referendum, essendo esso confermativo, non sarà necessario un quorum di partecipazione, cioè una soglia minima di votanti effettivi tra gli aventi diritto.

Anche i sondaggi più recenti svelano un’indecisione dei votanti, perciò proviamo a fare chiarezza in modo semplice!

I pro della riforma

Sono anni che gli italiani gridano a gran voce un bisogno del taglio del numero dei parlamentari, sempre sconcertati delle cifre da capogiro che corrispondo agli stipendi di chi in realtà dovrebbe rappresentarci. Una richiesta che sembra finalmente essere accolta e che placa un po’ quel senso di sfiducia che il popolo nutre nei confronti di chi durante l’emergenza Covid invece di pensare al bene del proprio Paese, trovava un escamotage per incassare il bonus di 600 euro destinato ai cittadini davvero in difficoltà. Una punizione, insomma, per chi per tanti anni ha deluso le nostre aspettative, non ha saputo gestire la fiducia riversata e ha fatto maturare giorno dopo giorno una significativa esigenza di cambiamento. Così, pensare ad un numero più contenuto di parlamentari rappresenta per alcuni una speranza di maggiore efficienza del Parlamento, che seppur dovrebbe essere il cuore pulsante del nostro Paese, ha dimostrato di non poter garantire il corretto adempimento al suo ruolo legislativo e di controllo, talvolta carente di trasparenza e velocità. Una vera necessità quella di rivedere il funzionamento delle Camere che potrebbe ad oggi trasformarsi in opportunità: dal taglio dei seggi infatti si stima un sostanzioso impatto sui costi della politica poiché l’Italia risparmierebbe ogni anno circa 100 milioni di euro, cifra che oggi potrebbe coprire moltissimi altri bisogni dei cittadini. Per i fautori del SI dunque, approvare la riforma sarebbe una garanzia di miglioramento del funzionamento del Parlamento, ancor di più se si pensa che a differenza dei tempi dell’entrata in vigore della Costituzione, esso non ha ad oggi l’esclusiva sul potere legislativo oggi diviso con regioni e sempre di più con l’Unione Europea, e che il rischio di ledere la rappresentanza è scongiurato dalla presenza di Consigli regionali e comunali, adatti ad ascoltare le voci dei singoli cittadini.

I contro

Niente però è mai così semplice: seppur convincenti e condivisibili le tesi del SI, sono tantissimi i giuristi, costituzionalisti e le testate giornalistiche che si sono schierate invece a favore del NO invocando una vera e propria minaccia alla tenuta della Costituzione in caso di esito positivo del referendum. Ciò che preoccupa è l’assenza di una vera e propria riforma in concomitanza al taglio: per capirci meglio se in una panetteria 7 impastano il pane ,4 si occupano della cottura e 9 della distribuzione ai clienti, nel momento in cui 5 di questi vengono licenziati i compiti devono essere ridistribuiti ad ognuno, affinché nel pane non ci sia troppo sale, non sia troppo cotto e i clienti non aspettino troppo. Così dovrebbe avvenire in Parlamento: i problemi che da anni attentano alla centralità del suo ruolo e accrescono i malcontenti sono innegabili, ma per garantire l’efficienza e il buon funzionamento delle Camere non basterebbe secondo alcuni il semplice taglio dei membri ma una vera e propria riorganizzazione completa. Un altro problema che preoccupa sarebbe il possibile indebolimento della rappresentanza dei cittadini: ad un parlamentare corrisponderebbero più elettori e non è certo che le voci di tutti sarebbero ugualmente ascoltate. Si sfalderebbe il filo che lega eletti e elettori poiché in alcune realtà, soprattutto quelle più piccole, come nel caso degli italiani residenti all’estero o  degli abitanti delle regioni più piccole, si rischierebbe di diventare completamente incapaci di avere rappresentanza dei propri interessi, determinando una sorta di effetto squalo per chi invece avrebbe nelle camere la voce più grossa, cosa che, in uno Stato che garantisce la tutela delle minoranze, non è accettabile. Secondo alcuni l’unico modo per salvare la riforma costituzionale sarebbe rivedere prima di tutto la legge elettorale, in poche parole il modo in cui quel numero di parlamentari viene spalmato sul territorio nazionale, prediligendo un sistema proporzionale che ne garantisca l’effettiva rappresentanza e non una mera rappresentazione.

E tu, ora, come la pensi? Vale la pena parlare di sconto sul prezzo della democrazia?

 

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

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