La scorsa domenica si è celebrata la ‘Giornata della Memoria’, con cui si ricorda la liberazione dai campi di concentramento nazisti. Evento che spesso viene vissuto come una rimembranza dell’uccisione di milioni di persone, spostando l’attenzione verso un qualcosa a noi lontano e che ormai non ci riguarda più, allontanando la realtà attuale.

Il termine Olocausto originariamente era un sacrificio supremo, nell’ambito di una dedizione totale a motivi sacri o superiori. Aveva un’accezione e una relazione diretta col sacro, poiché era il sacrificio alla divinità delle antiche religioni greca ed ebraica, in cui la vittima veniva interamente arsa, termine utilizzato per indicare le vittime dello sterminio nazista.
Presso gli ebrei il culto fu istituito, secondo la tradizione, da Mosè e rappresentava la più completa espressione del culto offerto a Dio e consisteva nel bruciare interamente la vittima sull’altare dopo l’immolazione.

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Ma data quest’accezione puramente religiosa è preferibile utilizzare il termine Shoah, che vuol dire ‘tempesta devastante’ dalla Bibbia, per es. Isaia 47, 11: ‘Ti verrà addosso una sciagura che non saprai scongiurare; ti cadrà sopra una calamità che non potrai evitare. Su di te piomberà improvvisa una catastrofe che non prevederai.’ Anche per questo senso di inevitabilità del sacrificio il termine Shoah è preferito rispetto a Olocausto, perché non implica un coinvolgimento a pieno della persona, è il prossimo a doversi far carico di ciò, non noi.

Perciò anche dall’uso quotidiano di questi termini si evince che quanto accaduto nei campi di sterminio è continuamente, e a volte volutamente, travisato. Poiché sostanzialmente nessuno vuole addossarsi la colpa, ma sebbene la Shoah sembri un evento lontano e che ormai non ci riguarda più, è invece un evento che accade anche al giorno d’oggi. Cambiano i soggetti ma non la sostanza.

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La storia è compenetrata di migrazioni e migranti con tutti gli aspetti differenti che li concernono, ma uno li accomuna più di tutti, il fuggire. Sì perché sostanzialmente il migrante fugge, da sé stesso, da una situazione economica e/o politica disastrosa, oppure è costretto a fuggire, costretto a migrare verso una meta imposta, che lo disumanizzerà e alienerà a tal punto da renderlo identico a tutti gli altri che allo stesso modo sono stati costretti a fuggire. Il migrante di per sé è un individuo doppiamente assente, poiché non appartiene più all’ambiente culturale di partenza e non appartiene pienamente neanche in quello di arrivo, e chissà, forse non lo sarà mai. È evidente che questi caratteri comuni sono flessibili e possono essere attribuiti ad ogni tipo di migrante, anche ai campi sterminio, qualunque essi siano.

 

Hilde Domin, ‘Uomini come noi tra loro’.

Hilde Domin (1909-2006) è una poetessa tedesca di origini ebraiche. La sua vita è caratterizzata da spostamenti e migrazioni per scampare alla persecuzione nazista. Per questo si vide costretta a imparare continuamente la lingua del posto e questo suo plurilinguismo è un tratto fondamentale del suo scrivere. Tanto che si auto traduceva le poesie da una lingua all’altra per vedere se ‘funzionavano’. Ma non comincia a scrivere subito, dopo il trauma della morte della madre, nel 1951, sente la necessità di cominciare ad esprimersi attraverso la poesia.

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Il suo modo di scrivere è diretto e pulito, descrive la realtà in un modo altamente chiaro e assertivo, in modo da coinvolgere il lettore a pieno. Scrisse molte opere ed è principalmente conosciuta per la sua netta posizione nella sfera politica del suo tempo. Riportiamo una poesia ‘Tempi bui’, che mette in evidenza e sullo stesso livello ogni tipo di migrazione:

Deve essere custodito
come se venisse da tempi bui

uomini come noi noi tra loro
viaggiavano su navi avanti e indietro
non potevano approdare da nessuna parte

uomini come noi noi tra loro
non potevano restare
e non potevano andare

uomini come noi noi tra loro
non salutarono gli amici
e non vennero salutati

uomini come noi noi tra loro
su coste straniere
chiedevano perdono di esistere

uomini come noi noi tra loro
vennero protetti

uomini come noi noi tra loro
uomini come voi voi tra loro
chiunque

può essere spogliato
denudato
pupazzi di uomini nudi

più nudi degli animali
sotto i vestiti
il corpo delle vittime

spogliati
quelli con ancora il guscio intorno al mattino
corpi bianchi

Il ‘problema’ migranti quindi non è recente, è sempre esistito, sin dai tempi dei romani, e non possiamo permetterci di sminuire quello attuale o sentirci non presi in causa nel momento in cui si ricordano le vittime dello sterminio nazista. È più semplice certo, ma non è giusto, per noi e per chi invece è ancora costretto a fuggire.

(Per i versi: H. Domin, Tempi bui (versione 1966), in Il coltello che ricorda, Del Vecchio Editore, 2015, traduzione di Ondina Granato).

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