“Fragilità, il tuo nome è donna”: “Red” racconta l’emotività femminile rielaborando la mitologia classica

“Notumque furens quid femina possit” – “È noto di che cosa sia capace una donna infuriata”. Virgilio, Eneide, libro IV.

Elettra tragedia di Euripide riassunto - Studia Rapido
Oreste perseguitato dalle Erinni di William-Adolphe Bouguereau, 1862.

Quante volte ognuna di noi si è sentita dire frasi come “Oh, ma per caso ti è venuto il ciclo?” quando eravamo arrabbiate? Quante volte ci è stato detto di essere “troppo emotive” in un momento di particolare tristezza o commozione? Questa idea dell’instabilità femminile è tutt’altro che moderna, e affonda le sue radici nel mondo classico. Ci sono molte figure nel mito che analizzano proprio questo aspetto. Dalle donne impazzite di gelosia come Didone, a quelle talmente trasportate dai sensi da essere considerate invasate, come le baccanti.

Eppure, nonostante siano molte le opere antiche che raffigurano la perdita di ragione da parte delle donne, troppo irrazionali per essere considerate al pari dell’uomo (motivo per cui, come ben ci dimostra la commedia di Aristofane “La Lisistrata”, non possono avere diritto di voto), troviamo anche uomini di una sensibilità raffinata capaci di smontare questi stereotipi di genere. In maniera non dissimile, la stessa operazione viene attuata anche nell’ultimo film Disney, Red. La protagonista, una giovane adolescente di nome Mei Lee, a causa di un forte trauma dovuto a una litigata con sua madre, si ritrova trasformata in un gigantesco panda rosso. Solamente calmandosi riesce a tornare nella sua forma umana. Tuttavia, il pericolo è sempre dietro l’angolo, giacché una qualsiasi emozione intensa rischia di farla ritrasformare nel mostruoso animale…

Euripide e la sua apologia di Medea: da strega folle a principessa tradita

Conosciamo tutti la storia della bellissima barbara proveniente dalla Colchide e innamoratasi perdutamente di Giasone. Nella letteratura classica la sensuale Medea rappresenta tutto ciò che non è greco. Un mondo diverso, primitivo e maggiormente incline alle pulsioni dell’animo rispetto ai valori civili incarnati dagli Argonauti. Per questo motivo, quando la giovane principessa si innamora dell’eroe, non ci pensa due volte a tradire la famiglia e a fare a pezzi suo fratello, al fine di rallentare l’inseguimento dei guerrieri con cui sta fuggendo. Non solo: padroneggia le arti magiche, da cui il mondo ellenico prende le distanze, disprezzando e temendo la stregoneria.

Non è un caso che la trama dello spettacolo di Euripide prende l’avvio proprio dal momento in cui i due si trasferiscono a Corinto, generando due figli. Nulla è rappresentato di quanto avvenuto prima, in quanto il grande tragediografo ha un’idea diversa di quanto sta accadendo. Medea è una creatura selvatica, per certi versi sinistra, certo, ma è in primo luogo una donna che ama perdutamente. Una donna che per il suo uomo ha sacrificato tutto ciò a cui teneva, dalla famiglia al suo onore, sino al ruolo a cui era stata destinata in patria: proteggere il vello d’oro. Una donna che si ritrova costretta in un altro mondo, estremamente diversa a quello cui è abituata, ma in cui si avvolge dentro con gioia per stare con Giasone.

Eppure, lui decide di ripudiarla. Dopo aver acquisito fama con la grande impresa – che, peraltro, non avrebbe avuto un grande finale se non avesse avuto lei accanto – ha adesso l’obiettivo di ampliare il suo regno. Per queto motivo sceglie di sposare Glauce, la figlia del re di Corinto.

Medea sente la terra precipitare sotto i suoi piedi. Il cuore le si infrange in mille pezzi di vetro che le fanno sanguinare gli organi. Tutto viene annerito, ogni cosa perde di senso. Che senso hanno i suoi figli, frutto del seme di Giasone, ora che non avranno più un padre? Che senso hanno avuto i suoi sacrifici? E allora, ecco che prende la decisione fatale: uccidere non solo Glauce, ma anche i propri bambini.

Proprio qui si disvela la grande idea di Euripide, che fece scandalo durante la sua prima, alle gare ateniesi. Medea non viene punita. Giasone è in lacrime, distrutto, invoca la vendetta di Giove… Ma non accade nulla. La principessa lo insulta, urlandogli addosso tutte le sue colpe. Poi viene fatta assurgere in cielo dal dio del Sole, sul suo carro alato. Nessuna punizione per l’eroina della tragedia, ma quasi un premio di consolazione. Una deificazione e la promessa di un mondo divino in cui poter essere felice, dopo tanto dolore.

Spettacolo "Medea" - Parco della Valle dei Templi
Locandina dello spettacolo “Medea” de la Compagnia teatrale Empedocle, regia di Marco Savatteri.

Il giusto dolore di Didone per l’abbandono di Enea: le Heroides di Ovidio

Non svelerò nulla di nuovo asserendo che l’Eneide di Virgilio altro non è che un’opera scritta per spiegare le origini stesse della storia di Roma, abilmente costruite al fine di giustificare la presa di potere di Augusto e l’inizio del regime del principato. Per questo motivo Enea incarna il modello di eroe fondatore; devoto agli dèi, è più volte costretto a sacrificare la propria felicità umana per un disegno più grande.

Nonostante fosse stato trasportato dal vortice di passione nel cuore di Cartagine, con la spledida Didone, non appena Mercurio gli dà la nuova del padre degli dèi, lui è pronto. Non deve più indugiare in Africa, ma salpare: è giunta l’ora di costruire un immenso impero. Il pio eroe, dunque, obbedisce senza fiatare. In un addio che per noi lettori sembra quasi freddo, proprio in virtù della chiamata, vediamo l’anima di Didone infrangersi per la seconda volta.

Vedova del suo primo amore, cui aveva giurato fedeltà eterna anche dopo la morte, solamente con la venuta dell’esercito troiano aveva ritrovato la serenità di un tempo. Riconosce subito “i segni dell’antica fiamma”. E da questi, seppur con fatica e con qualche tentennamento dovuto ai sensi di colpa per il marito morto e al timore di essere nuovamente ferita, si lascia trasportare.

Quand’ecco che, nella sua tunica bianca, i capelli morbidi sulle spalle e il viso di statua, il suo Enea la lascia. Neanche una lacrima sul suo volto, nessuna traccia di dolore. Questi elementi sono notati dalla regina, che accusa l’amato di non aver mai provato un briciolo di affetto per lei. E quando lui parte, lei non può fare a meno di piangere, di urlare, di giurare un odio eterno verso quell’uomo che lei ha curato, salvato, accudito da quando la tempesta lo aveva fatto giungere sulle rive di Cartagine. Di quest’odio saranno nutrite anche le generazioni future, ci dice Virgilio: si consumeranno infine con le tre guerre puniche. Dopo aver spergiurato contro gli dei e i troiani, la bella Didone si uccide. Nulla le è più rimasto, se non un annichilente senso di nulla.

Anche qui, dunque, la tradizione ci parla di una donna straniera, di una cultura diversa da quella ellenica, ed estremamente emotiva. Eppure, Ovidio, una generazione dopo Virgilio, prende le difese della povera regina. Attraverso una lettera che immagina essere scritta da Didone stessa – nello stile che caratterizza tutte le Heiroides, che vedono come protagoniste proprio le donne abbandonate dagli eroi – ecco che il quadro cambia prospettiva.

Enea non è altro che un traditore, che ha approfittato della sua benevolenza per rimettere in sesto i suoi uomini. Una vola raggiunto il suo obiettivo, e saziata la sua sete, è fuggito senza più guardarsi indietro. Nulla rimane della pietas, anzi, una nuova accusa si sovrappone a quella virgiliana. Enea aveva già abbandonato un’altra donna, durante la fuga da Troia. Si parla infatti di Creusa, sua moglie, che lascia fra le mura incendiate della sua vecchia patria dopo che lei stessa lo ha implorato di andare.

Ogni tratto epico svanisce, in una prospettiva ineditamente emotiva, che ha lo scopo di ribaltare il classico canone virile e propagandistico romano. Non è forse un caso, infatti, che a differenza di Virgilio – uno dei poeti più vicini al circolo di Mecenate e, di riflesso, anche del princeps – Ovidio sarà invece esiliato…

The Death of Dido
La morte di Didone, Joshua Reynolds, 1781. Conservato al Philadelphia museum art.

L’emotività come qualcosa di positivo: Red e la “luna rossa”

A chiudere il cerchio con un’opera contemporanea, entra qui in gioco il cartone firmato Disney, Red. Anche in questo caso ci troviamo di fronte a una ragazzina di origine straniera, essendo i suoi genitori cinesi, che vive a Toronto. La protagonista è costretta dentro a una famiglia che a tratti la soffoca. Ammantata da una protezione materna, la quale non riesce a comprendere sino in fondo i mutamenti dell’animo della figlia, Mei si avvicina inesorabilmente al periodo dell’adolescenza.

Chi pensa che il cartone non sia altro che una metafora per l’avvento del ciclo mestruale della protagonista, a mio avviso ha poco colto il vero significato del film. Nonostante, certo, vi siano dei rimandi espliciti a questa dimensione, il senso del cartone è ben diverso, e ha lo scopo di rappresentare quegli sbalzi emotivi e umorali tipici dell’adolescenza. Mei non rischia di trasformarsi in panda solamente quando è arrabbiata o triste, ma anche quando è euforica, o particolarmente intenerita da qualcosa (nel suo caso, da una cesta ricolma di micetti). Per tutto il film cercherà di reprimere quella parte, opponendovisi con tutte le proprie forze e sottoponendosi persino al rituale cui, si scopre, tutte le donne (non a caso) della famiglia si sottopongono da generazioni.

A differenza delle sue predecessore, tuttavia, all’ultimo comprende di non voler rinunciare al proprio panda rosso. Non si vuole sottomettere al potere dei capi famiglia che detengono il privilegio di separare lo spirito dell’animale dalle giovani. Non vuole rinunciare a un aspetto importante di sé, per quanto caotico possa essere. Questo lato le piace, come piace ai suoi amici. Per questo impara a conviverci, svelandoci come l’emotività non sia qualcosa da cui scappare, bensì da conoscere e accettare.

Proprio come le donne del mito, Mei si ritrova costretta a confrontarsi con un mondo, quello della famiglia, molto diverso per tanti aspetti da ciò che sente come proprio. E proprio come le eroine classiche difese dagli autori sopracitati, anche lei finisce per farci scoprire tutta la bellezza della sua fragilità, insegnandoci a non condannarla, ma ad amarla come parte di noi.

Red: nuovo trailer e i voice talent della versione italiana | Lega Nerd
Miriam, Priya e Abby abbracciano Mei, accettandola in qualsiasi sua forma. Scritto da Julia Cho e Domee Shi, la quale ha anche diretto il film. 2022, Prodotto dai Pixar Animation Studios e distribuito dai Walt Disney Studios Motion Pictures.

 

Lascia un commento