Filologia della disinformazione: da dove nascono gli errori? Ricostruiamo il caso della “maschera nera”

La moretta opprimeva davvero le donne? Ma soprattutto, chi è che lo dice? Scopriamolo.

La moretta, la maschera nera veneziana, ha preso una serie di attributi fantasiosi grazie ai social. Vediamone alcuni e risaliamo agli errori attraverso un processo “filologico”.

GENEALOGIA DI UN ERRORE

La disinformazione oggi proviene da luoghi diversi, non da blog e siti amatoriali, non di certo da divulgatori affermati, quanto piuttosto dai social. Non che sui social ci sia solo falsità ma per una questione di diffusione. Se per un’informazione pescata da qualche sito in rete si può già storcere il naso quando manca delle fonti, sembrerebbe che questa domanda non si ponga proprio per un reel o un tweet. Su queste pagine abbiamo una fruizione passiva: un video si guarda, un tweet non è abbastanza lungo per chiamarsi “lettura”, entrambi attivano “meno pensiero”. Per questo è ancora più importante ricostruire la genealogia di un’informazione, trovare l’”originale”, le fonti, capire se c’è un errore e da dove è venuto.

COSA C’ENTRA LA FILOLOGIA?

Questo processo è molto simile a quello fatto dai filologi quando ricostruiscono la genealogia di un testo. Spesso si ha un testo fisico tra le mani che ha un’origine misteriosa. Da dove viene questo testo? In che ambito è stato prodotto? Perché? Nel nostro caso, spesso i tweet delle pagine più popolari, quelle di pensieri che diventano quasi aforismi o quelle di stampo storico che sono sempre accattivanti, vengono screennate (il vocabolario non me lo rileverà, quindi diciamo “cattura schermo”) e condivise altrove. Pinterest e Instagram sono pieni di post presi da twitter, da Reddit, o ancora da Tumblr. Nel caso più infelice le pagine sono chiuse da anni ma continuano a vivere in queste Memoriae, girando a pezzetti come un tempo facevano i libri più popolari. Se un tema diventa popolare ne viene ricavato un video su Tiktok, che circola anche su instagram come reel. L’utente che lo realizza può avere intenti di ricerca più o meno sinceri o semplicemente fare la somma di tutti i post letti. In queste modalità circola la notizia della moretta, affascinante maschera che ha meno funzioni di quello che sembra.

UNA MASCHERA, MOLTE FUNZIONI

La moretta, o muta, è una maschera circolare di velluto nero che veniva indossata solo dalle donne. Ma per quale motivo? Qui iniziano i problemi della diffusione mediatica. Le funzioni date da pagine, post di scrittori amatoriali e brevi video sono disparate:

  • Proteggere il volto dal sole, per mantenere una pelle bianca;
  • Dare un’aria di mistero, perché copriva l’intero volto, lasciando solo due fessure per vedere;
  • Nascondere la propria identità, per feste e balli in maschera;
  • Ammutolire una donna, perché la maschera non si legava con dei lacci ma si manteneva con un perno stretto trai denti;
  •  Prendersi gioco delle persone di colore, indirettamente, dato che il nero “imbruttiva” il volto di una donna per non renderla oggetto di sguardi.

Troppe funzioni per una piccola maschera. Di tutte queste, la prima è la “più” vera. I testi di storia, anche di luoghi diversi, sono d’accordo che servisse ad impedire le scottature durante lunghi periodi di esposizione solar, come i viaggi. È vero per l’Inghilterra elisabettiana e per la Francia del sedicesimo e diciassettesimo secolo. A Venezia, nello stesso periodo, aveva anche una funzione più giocosa. Alle feste dove si incontrava l’alta società, la donna si copriva il volto suggerendo mistero ed intrigo. Decisamente non lo faceva per sembrare di colore o per pudore. Da dove vengono queste idee?

MORO PER NERO

L’idea che una maschera nera serva a prendersi gioco delle persone di colore ha un immediato bias cognitivo. Bisogna considerare che lo storico di professione deve sfidare i suoi pregiudizi ed indagare le vere ragioni delle cose, “pensando” come una persona dell’epoca. Un appassionato di storia amatoriale potrebbe commettere l’errore di assimilare l’oggetto di studio a qualcosa di contemporaneo che fa parte della sua percezione. In questo caso, molti ricorderanno il periodo in cui si parlava spesso di “black face”. Una tale diffusione tramite internet ha influenzato un numero vastissimo di persone. Ora risiede nella coscienza di molti, anche con istruzione e provenienze diverse.

MUTA PER LA DONNA

La moretta, nella funzione che la lega al suo secondo nome, “muta”, è altrettanto oggetto di fraintendimenti. Nella pagina di Venetoinside (una delle prime suggerite dal motore di ricerca) sottolinea il contrasto tra il volto pudicamente coperto e lo scollo che andava di moda all’epoca, molto ampio, che mostrava buona parte del décolleté. Evidentemente alcuni devono aver interpretato il contrasto come qualcosa di “vittoriano”, tra pulsione e rispettabilità (e infatti molti video di utenti inglesi presentano questo errore). Si finisce a farsi un’immagine di donne “oppresse”, obbligate ad indossare una maschera da mariti gelosi (sulla percezione dell’italiano medio come brutale e geloso nel mondo inglese ci sarebbe molto da dire) e desiderose di esprimere la loro passione in altro modo. In alcuni reels si dice che la donna “era costretta ad essere sempre bella ma a stare zitta”. Tutto questo quadro è sbagliato. Nelle feste dell’alta società la seduzione era centrale. La ricca donna di alta società celava la propria identità ma metteva in mostra il corpo, rivelandosi solo se il corteggiatore le interessava. Mostrava le sue intenzioni ma negava la sua parola, manifesto dell’inizio di un legame.

SITUAZIONE COMPLICATA

Un caso particolare, trovato in alcuni post, complica la questione. La modalità è il classico tweet “screennato”, vediamo che i due “rami” erronei si sono uniti, quasi come se l’utente avesse letto più cose contrastanti, decidendo di includere entrambe, dando ragione ai due capi. Se una fonte dice che la maschera metteva le donne a tacere e l’altra che serviva a proteggersi dal sole, allora la maschera serviva sia all’una che all’altra. In questo modo ci arrivano le informazioni, che spesso decidiamo di non controllare, leggendo con trascuratezza, cadendo in errori quasi incoscienti.

 

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