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Faber est suae quisque fortunae: ecco perchè gli Azzurri sono artefici della loro vittoria

Faber est suae quisque fortunae: ecco perchè gli Azzurri sono artefici della loro vittoria

Gli azzurri sono padroni del loro destino? Questo ha detto il ct della nazionale, che li ha condotti alla vittoria.

Il sogno azzurro è uno di quelli che si compiono ad occhi aperti. A sognare non sono stati solo i componenti della nazionale italiana, che a loro modo hanno tutti contribuito alla vittoria, ma milioni di italiani sparsi per il mondo. Ma cosa c’è, dietro alla grinta positiva di un gruppo unito e coeso che partita dopo partita ci ha convinto sempre di più che quel sogno era realizzabile?

Le parole di Mancini prima dell’ultima sfida

Forse, dietro alla coppa che adesso vede inciso “Italy”, oltre alla necessaria preparazione tecnica che accomuna tutti i grandi partecipanti di una competizione come quella degli Europei c’è di più. C’è un’intesa perfetta, una motivazione corretta ed efficace e la radicata consapevolezza di poter fare di un sogno la realtà.

Allora, io non ho niente da dire, voi sapete quello che siete e non siamo qua per caso. Siamo noi i padroni del nostro destino, non l’arbitro, non gli avversari, nessuno. Ok? Voi sapete quello che dovete fare.

Sono queste le parole che forse risuonavano nella testa degli azzurri, mentre giocavano l’ultima partita di una competizione che li ha visti uscire con il trofeo tra le mani. Sono queste infatti le parole usate dal ct della nazionale, nel momento in cui annunciava la formazione dei titolari della finale dell’Europeo. Così, di fatto, è stato: non erano a Wembley per caso, gli azzurri, che sfida dopo sfida sono riusciti a giungere in finale. Sapete quello che dovete fare…e gli azzurri forse sapevano bene che sollevare al cielo quella coppa non fosse un sogno irrealizzabile. Sono loro, così, gli artefici della loro vittoria.

Faber est suae quisque fortunae

L’immagine dell’uomo come unico artefice della propria sorte ha una storia che risale a tanti secoli prima della partita di domenica. L’espressione Faber est suae quisque fortunae (“ciascuno è artefice della propria sorte”), presente per la prima volta in un testo verosimilmente attribuito a Sallustio, sembra essere stata pronunciata dal console Appio Claudio Cieco, e nell’intensa riscoperta dei classici avvenuta nel Quattrocento, è diventata emblema di una concezione antropocentrica del mondo. Alla fine del XV secolo, infatti, una nuova visione dell’uomo che prenderà il nome di Umanesimo lo riscopre abile di un’elevata abilità di pensiero e di attività, come dimostra l’immenso patrimonio artistico e culturale del mondo classico e il grande rinnovamento letterario, pittorico e architettonico che rende l’Italia, tra Quattrocento e Cinquecento, un modello ammirato nel resto d’Europa.

Leon Battista Alberti e la virtù dell’uomo

È Leon Battista Alberti il primo umanista del Quattrocento che si afferma anche nella produzione letteraria in volgare. Non solo scrittore, si dedica all’arte e all’architettura e realizza diversi capolavori indiscussi del Rinascimento italiano. In volgare fiorentino scrive tra il 1432 e il 1443 il trattato Della famiglia, che in forma dialogica affronta il rapporto tra virtù e fortuna e mostra come realizzare il bene della propria famiglia. Solo chi si sottomette alla fortuna resta vittima di quello che crede un destino prestabilito, afferma Alberti. È ognuno di noi, dunque, a scegliere se sottomettersi a lei o meno.

“Non è potere della fortuna, non è, come alcuni sciocchi credono, così facile vincere chi non voglia essere vinto.”

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