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Euridice all’ospizio e Orfeo con un permesso di uscita: Claudio Magris reinterpreta il mito

Lo scrittore Claudio Magris racconta da un altro punto di vista una delle più celebri storie d’amore della letteratura.

L’amore di Orfeo e Euridice è stato reinterpretato numerosissime volte, ma l’accademico Claudio Magris (nel racconto Lei dunque capirà…) è comunque riuscito a restituirne una versione originale: Euridice all’ospizio, Orfeo con un permesso per farla uscire e un finale innovativo.

La vicenda in Ovidio

Il mito di Orfeo e Euridice, sin dall’antichità, è tra i più celebri e rivisitati della storia della letteratura. Uno dei rifacimenti più conosciuti è quello di Ovidio nelle Metamorfosi: Orfeo, sommo poeta del passato, rimane vedovo dell’amata ninfa Euridice, morsa da un serpente velenoso. Non potendo rassegnarsi a questa perdita, il cantore intraprende la pericolosa discesa agli Inferi, nel tentativo di commuovere le ombre con le sue preghiere. Forte del suo prodigioso talento musicale riesce a smuovere, con il suono della lira, i gelidi animi dei coniugi infernali, convincendoli ad assecondare la sua richiesta (d’altronde, anche Plutone era stato vinto da Amore, quando decise di sedurre Proserpina). I due amanti potranno, dunque, ricongiungersi, a patto che Orfeo non si volti a guardare la sposa per tutta le durata del viaggio di ritorno, altrimenti la grazia concessa verrà ritirata. Giunti alle soglie del mondo terreno il poeta, però, non resiste alla tentazione e si gira in cerca del volto tanto sospirato: Euridice, come predetto, svanisce, risucchiata dalle tenebre una volta ancora, urlando un ultimo addio che l’amato non è in grado di udire. Non importa quanto il coniuge supplichi Caronte di traghettarlo indietro di nuovo, ormai ha perso la sua occasione, e non può far altro che rinunciare alla speranza: la storia che fino a questo momento aveva le sembianze di un’impresa divina, si conclude con un errore umano.

Una poesia divina, un poeta umano

Non è difficile indovinare la ragione dell’immensa fortuna di questo mito: la struggente vicenda degli sposi divisi dalla morte, il triste epilogo di una speranza nata solo per svanire di nuovo… È il racconto senza tempo di un amore interrotto per sempre, e dell’incapacità di accettarne l’amara conclusione. Chiunque abbia conosciuto una separazione può rivedersi in Orfeo, rappresentante di una tendenza tutta umana al rifiuto dei limiti che la natura impone: l’impavido amante sfida la morte armato della bellezza della vita, che ha la sua massima espressione nella poesia, in cui egli sa di eccellere sopra ogni altro essere vivente. L’errore di Orfeo non è nel considerare l’arte tanto potente da poter vincere la morte, ma nell’equivalenza che sottintende tra arte e se stesso, l’artista: per quanto la musica sia dotata di una forza quasi divina, il mezzo attraverso cui opera è umano, da cui quindi non è posseduta ma solo trasportata, così come la divinità che le appartiene. E se quindi l’arte che si manifesta attraverso il poeta è tanto meravigliosa da commuovere tutti gli abitanti degli Inferi, il corpo a cui viene data la grazia di riportare Euridice tra i vivi è fallace, debole… Il tentativo risulta, quindi, fallimentare: Orfeo canta come un dio, ma resta fragile nella carne, traballante nella volontà, e infine indulge alla tentazione di guardare in volto l’amata, dimentico della punizione che ne sarebbe derivata. Il mito dell’invincibilità dell’uomo, è, qui, completamente sfatato: neanche il più sommo artista può prevaricare i confini imposti dalla natura, anche se Amore – altra potentissima forza – lo spinge al tentativo.

Euridice all’ospizio

Nel racconto Lei dunque capirà… Claudio Magris offre una nuova interpretazione del mito. La narrazione si svolge sotto forma di una lettera che Euridice starebbe scrivendo al ‘Presidente’ (Plutone) dell’ospizio in cui si trova ricoverata (gli Inferi), lontana dal marito che l’aveva accudita durante la malattia. La sposa descrive il compagno e ne svela al lettore i due volti: agli occhi dei più, Orfeo è artista invincibile e fascinoso, ‘viveur’ amato dalle donne; ma per lei è il marito un po’ pigro, lamentoso e in balìa delle sue debolezze. Il sommo poeta dell’antichità è, qui, ancor più umano, e non solo nel finale gesto di impazienza che nel mito porta alla struggente conclusione, ma nella vita di tutti i giorni, in cui senza la sua Euridice – che ne disciplinava e ispirava l’arte – sarebbe rimasto poco più che uno scribacchino di talento. La leggenda crolla, raccontata attraverso gli occhi di una sposa devota, che con tenerezza sempre si accontentò di restare dietro le quinte del successo del coniuge, senza recriminare alcun ruolo nella sua fama. Lei dunque capirà… mette in scena un amore navigato ma sereno, maturato in anni di condivisione e intimità, forgiato da sacrifici e accettazione. La figura di Euridice è di donna forte, talmente solida e consapevole da colmare le mancanze del marito in modo disinteressato, senza chiedere nulla in cambio. Concluse le premesse sulla natura del rapporto coniugale, la narrazione entra, poi, nel vivo: l’amato Orfeo ha, infatti, ottenuto un permesso straordinario per far uscire la compagna dal tenebroso ospizio da cui nessuno fa ritorno.

Il finale: un nuovo punto di vista

Per quanto la sposa ricordi con malinconia i momenti trascorsi con l’amante e senta un gran desiderio di riabbracciarlo, il finale di Magris si discosta da quello tradizionale: non è l’impazienza di Orfeo a causare l’addio definitivo, ma la ferma decisione di Euridice a impedire il ricongiungimento. In anni di vicinanza e condivisione la donna ha imparato a riconoscere le necessità del marito: riaverla è ciò che lui vuole, non ciò di cui ha bisogno. Il coniuge, infatti, disorientato dal lutto, è incapace di comprendere quali limiti non debbano essere superati, e sta per addentrarsi in un luogo che ancora non gli è dato conoscere: la rinuncia al permesso speciale ottenuto e all’opportunità di una seconda vita sarà l’ultimo e definitivo sacrificio della ninfa. Nel segno di questa coraggiosa scelta, la storia di un amore insieme semplice e profondo, umano e divino, trova la sua degna conclusione: Euridice ha accettato la sua condizione, e desidera che l’amato abbracci la propria, seguendo ciò che la natura ha stabilito. La consorte del cantore rimarrà, dunque, nel silenzioso ospizio a cui è destinata, e a cui ormai è avvezza, così proteggerà il poeta dalla conoscenza del buio eterno. Il mistero della vita è, infatti, oggetto e nutrimento dell’arte: la morte svela questo arcano, privandolo della sua magia. Nell’ignoranza dell’aldilà, invece, Orfeo potrà continuare a vivere e a far poesia, per poi addentrarsi nelle tenebre quando sarà il tempo.

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