La discussione tra Trump, Zelensky e J. D. Vance di una settimana fa è una prova del grande peso della lingua nella diplomazia.
Tutto risolto. Trump ha annunciato che l’accordo con Zelensky è stato raggiunto. Ma non ci si può lasciare alle spalle quello che l’incontro di una settimana fa ha significato. È stato la prova di un gioco di potenze che passa attraverso la padronanza dell’inglese come lingua di prestigio.
LINGUE DI PRESTIGIO
Cosa rende una lingua prestigiosa? Le caratteristiche che rendono una lingua così importante sono state riviste. Non si tratta solo della potenza politica di un paese ma di un allineamento di visioni. A un certo punto dell’incontro tra Trump e Zelensky all’Oval Office si aprono le domande. Un giornalista polacco dice una cosa interessante prima di fare la sua: quando era bambino l’America non rappresentava solo il paese più forte ma il luogo dei grandi film, della grande musica, delle macchine. Il fatto che in Europa si usi l’inglese come lingua franca anche dopo la Brexit a dimostrazione che il Regno Unito non era il punto di riferimento. Parliamo in inglese per l’influenza dell’America, ma l’America non è solo un sogno lontano, è un paese con cui abbiamo importanti relazioni e che gioca sempre un ruolo fondamentale nei conflitti. La selezione di una lingua di prestigio a discapito delle altre ha delle implicazioni ricorrenti. Prima di tutto, imparare la lingua di prestigio è associato ad un’alta educazione. L’inglese è richiesto nei livelli accademici più alti, talvolta è l’unica lingua in cui si può studiare un testo, come vale per molte ricerche nel campo della linguistica. La lingua prestigiosa permette di affacciarsi al mondo, veicola la modernità. Poi c’è l’aspetto più economico, quello degli scambi mercantili che avvengono in inglese. Questo oggi significa anche richiedere il bilinguismo in ambiti non accademici. Con o senza laurea, parlare la lingua più desiderata cambia la propria posizione in società. La gerarchia sociale può essere stravolta da una lingua. Chi non parla l’inglese può essere soggetto a pregiudizi o a marginalizzazioni.

IL GRADO DI ORGANIZZAZIONE
Bisogna considerare il contesto del colloquio tra Trump e Zelensky. C’è chi dice che è stato tutto architettato in precedenza per incastrare il presidente ucraino; personalmente non mi stupirei. Un’intervistatrice chiede a Trump “E se Trump non rispetta gli accordi?” e Trump risponde “qualsiasi cosa può succedere (“what if anything”), una bomba può piombarti in testa all’improvviso” e poi spiega un precedente positivo con Putin che secondo lui proverebbe come è “l’unico presidente che rispetta”. Questa se l’era decisamente preparata. Dopotutto è un incontro diplomatico, deve reggersi su fatti concreti. Ma anche le parole hanno avuto di sicuro un grado di selezione. Una delle principali differenze del parlato è l’essere meno pianificato dello scritto, ma questo dipende molto dalle situazioni. Si può fare una scala di organizzazione che va dal “parlato spontaneo” di una conversazione ad un discorso preparato. Questo incontro diplomatico è un misto. Putin è consapevole di questa differenza; il Cremlino afferma che conosce bene anche l’inglese ma lo usa solo nel “discorso libero” mentre nelle negoziazioni si serve di un traduttore.
LINGUE NELLA DIPLOMAZIA
Spesso nelle negoziazioni tra due paesi nemici e di lingua diversa si sceglie una lingua terza. Questa può essere selezionata in base al prestigio o ad un mediatore, entrambe nel caso corrente. Ma che lingue parlano i presidenti? Trump è l’unico monolingue e, dal momento che conoscere più lingue è ottimo per la diplomazia, l’ignoranza di Trump sembra ancora prova della sua poca apertura all’altro. Ovviamente Zelensky parla russo, ucraino ed inglese. La sua pronuncia è alquanto britannica (il modo in cui dice “important” ed “of course”), segno di un’educazione mirata. Putin parla russo ma anche tedesco e il Cremlino insiste sul suo ottimo inglese. È comunque curioso che lui selezioni sempre un interprete, questo gli fornisce una posizione di parziale vantaggio e gli evita situazioni come quelle di una settimana fa. Quindi il presidente russo non ha problemi, mentre Zelensky si trova gettato fra gli anglofoni. Immaginate essere circondati da persone che stanno litigando con voi in una lingua che non conoscete bene. È uno scherzo ricorrente tra studiosi di lingue “quando stai litigando con qualcuno e ti rendi conto che nella tua lingua madre avresti già vinto”. L’inizio di accavallamenti di turni rende più difficile usare una L2. Zelensky deve farsi sentire, alzare la voce comporta storpiamento di pronunce (From the uery beginning of the uar”), per non parlare della difficoltà di trovare le parole. L’infuocamento degli animi rende il linguaggio più veloce, il presidente ucraino non riesce a stare al passo mentre Trump e Vance gli scaricano una tonnellata di parole e di idiomi addosso. Tono, velocità, selezione del lessico: tutte queste caratteristiche devono stare in equilibrio nel delicato momento che potrebbe decidere le sorti di una guerra. Chiaramente questo succede anche nella propria lingua, quello che manca nella lingua straniera è il pieno controllo. Anche sul piano linguistico, Trump e Putin, da oltreoceano, sembrano incastrare Zelensky in una situazione in cui non ha armi.