Emma Bonino aderisce alla campagna #iocoltivo: ma la cannabis è legale o no?

Facciamo chiarezza sulla sentenza della Cassazione che ha aperto le porte alla coltivazione domestica della cannabis.

Da sempre il dibattito sulla legalizzazione della cannabis ha coinvolto il Paese e le varie fazioni politiche. L’italia però, a differenza di altri Paesi europei e non, è sempre rimasta coerente con l’indirizzo iniziale, non permettendo la coltivazione della cannabis ma configurando la fattispecie di coltivazione di sostanze stupefacenti come reato. Sull’argomento è intervenuta lo scorso dicembre la Corte di Cassazione che, con una sentenza ormai inserita di diritto nei libri di storia, a differenza del legislatore sempre un po’ pigro e in ritardo, ha stravolto il modo in cui fin’ora è stata concepita tale materia.

Il fatto

Da pochi giorni spopola sul web un video in cui la politica Emma Bonino, da sempre volto noto di lotte che hanno cambiato il bel Pese, dichiara, sui suoi canali social, di aderire alla campagna #iocoltivo. La senatrice infatti si mostra mentre pianta un semino di cannabis sul balcone della sua abitazione ma sottolinea di essere in piena regola con la sentenza della Cassazione del 19 dicembre 2019 che ha ridisegnato i margini interpretativi del reato di coltivazione di stupefacenti. La campagna #iocoltivo di disobbedienza civile è stata lanciata infatti ad aprile da varie associazioni che premono ormai da anni per la legalizzazione della cannabis e sperano in un cambiamento della legge, cogliendo al balzo lo spiraglio lasciato dalla recente sentenza. Inoltre, cercando sulle varie piattaforme social l’hashtag, sarà possibile notare il tentativo di tutti gli utenti aderenti di avviare una sensibilizzazione sul tema, ma si noterà anche tanta confusione poichè questa grande novità ha creato non pochi misunderstanding. Giocoforza occorre precisare che, seppur rappresenti un momento di fondamentale importanza per la giurisprudenza, la sentenza non è sinonimo di una rivoluzione completa, cosa che si spera arrivi in futuro solo grazie all’intervento del legislatore.

Nella foto Emma Bonino

Quello che dice la legge

Ad oggi la materia della coltivazione della cannabis è disciplinata dall’art. 73 del d.P.R n.309/90 detto anche Testo Unico sulla droga. La giurisprudenza della Corte Costituzionale si è mostrata negli anni molto favorevole nell’adottare un divieto estensivo nella coltivazione di canapa, ponendosi quindi il più delle volte in contrasto con l’idea di aprire un processo di legalizzazione. Un momento di svolta interessante però è rappresentato dalla legge che ha permesso l’apertura nelle strade delle nostre città di attività erogatrici di  cannabis light. Light perchè la legge n. 242 del 2016, entrata in vigore l’anno seguente, specifica che, per permetterne la vendita legale, il THC (principio attivo che induce gli effetti droganti) della sostanza debba arrivare al massimo allo 0.2%, con un limite di tolleranza dello 0.5%. Così sono stati molteplici gli esercizi commerciali che hanno avviato la vendita al dettaglio di infiorescenze della cannabis, altri preparati a base di cannabis, oltre che di merchandising a tema, sollevando non pochi dibattiti, critiche e commenti da parte dei più tradizionalisti.

La sentenza

Il 19 dicembre 2019, giorno in cui si sono riunite le Sezioni Unite della Cassazione, i titoli dei vari giornali riportavano il titolo coltivare la cannabis è legale, ma probabilmente sulla questione occorre fare maggiore chiarezza. Come specificato dalla senatrice nel video, ciò può avvenire solo nei limiti della sentenza che seppur apre scenari interpretativi maggiori, non sancisce la completa legalizzazione della coltivazione di stupefacenti. Nella prima parte della sentenza si specifica che il reato di coltivazione esiste a prescindere dalla quantità di principio attivo ricavabile nell’immediatezza, per erogare la sanzione basta infatti la conformità della pianta al tipo botanico previsto e la sua capacità di produrre sostanza stupefacente. Quello che invece non rileva a livello penale, dunque la vera grande novità, è il caso in cui  la coltivazione avvenga nell’abitazione, in forma domestica, cosa che può essere accertata dall’uso di tecniche non professionali, poche piante, poco prodotto ricavabile e altri elementi che non lasciano pensare ad una coltivazione finalizzata allo spaccio, ma esclusivamente all’uso personale. Così ognuno di noi teoricamente potrebbe, invece di servirsi all’esterno, piantare un semino e soddisfarsi unicamente e personalmente dalla piantina. E’ comprensibile dunque la portata innovativa della norma che sembra voler dare uno spintone al legislatore, nella speranza che egli si allinei alle politiche di legalizzazione avviate già in altri Paesi: ciò porterebbe all’Italia, una volta oltrepassate le dure barriere del moralismo,  solo benefici economici, fiscali e successo nella lotta contro la criminalità organizzata.

Nonostante questo grande passo in avanti, c’è chi non si può definire completamente soddisfatto. In primis per i dubbi che potrebbero arrecare le generalissime e poco puntuali definizioni addotte dalla Corte di Cassazione e inoltre perchè la sentenza non impedisce, non essendo una legge, di avviare nei confronti del coltivatore un’indagine penale, una perquisizione, un sequestro delle piante o anche un processo. Per il futuro si auspica che la linea di apertura adottata dalla Cassazione sia solo l’inizio di una grande rivoluzione perchè dove c’è la legge, non c’è spazio per la criminalità.

 

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