“Berlinguer – La grande ambizione” è il nuovo film di Andrea Segre, che racconta la parabola di Enrico Berlinguer alla guida del PCI negli anni che vanno dal Colpo di Stato in Cile all’uccisione di Aldo Moro.

A quarant’anni dalla morte dello storico segretario del PCI, nelle sale italiane ha debuttato “Berlinguer – La grande ambizione”. Il film di Andrea Segre, benché incentrato sulla figura di Enrico Berlinguer, non si limita a raccontare il politico che ha rivoluzionato la sinistra italiana attraverso il concetto di eurocomunismo, distaccandolo dall’orbita sovietica e rendendolo pioniere in Europa. Racconta un’epoca nella quale essere a capo di un partito significava assumersi la responsabilità di rappresentare milioni di italiani – nel 1976, il PCI raccoglieva circa un terzo degli elettori totali – che non votavano una fazione politica o la persona che ne era a capo, bensì aderivano a degli ideali, un credo, una visione precisa del mondo e della società. “Niente a che vedere rispetto al Potere come oggi ci è raccontato, la possibilità di fare il comodo proprio“, afferma Elio Germano, interprete principale del film.
L’ascesa di Berlinguer da Sassari a Roma, passando per Mosca
Enrico Berlinguer è stato il segretario del Partito Comunista Italiano dal 1973 al 1984, anno della morte improvvisa, causata da un ictus che lo colpì durante un comizio a Padova. Si insedia come capo del principale partito della sinistra italiana all’epoca della Prima Repubblica in un momento molto delicato a livello internazionale: il governo di Salvador Allende, vincitore delle elezioni politiche in Cile, viene rovesciato dal Colpo di Stato dei militari comandati da Augusto Pinochet. A questo punto, Berlinguer capisce che, pur avendo gli strumenti per ottenere le preferenze di larga parte della popolazione, in un paese occidentale, oltretutto membro della NATO, non si sarebbe mai potuto insediare un governo guidato da un Partito Comunista senza incorrere nel rischio di un’ingerenza da parte degli Stati Uniti.
È questa consapevolezza che spinge il segretario del PCI ad elaborare una strategia che si articola in due punti cardine: in primo luogo, l’eurocomunismo, vale a dire la necessità di un rinnovamento interno ai partiti comunisti europei, al fine di distanziarsi dall’influenza sovietica. Berlinguer sostiene una visione più autonoma e pluralista del comunismo, cercando un’integrazione con le istituzioni democratiche occidentali e i diritti civili, di cui il suo partito era acceso sostenitore – vedasi come riferimento la campagna contro l’abrogazione della legge del divorzio, promossa da Fanfani e dai missini. Solo con questo approccio, infatti, si poteva favorire un dialogo fra le forze politiche popolari e antifasciste e creare una reale alternativa di governo nei paesi democratici.

Il compromesso storico: un progetto mai decollato
Il secondo punto riguarda, a tal proposito, la ricerca di un’alleanza politica con la Democrazia Cristiana, che deteneva la maggioranza di governo fin dal dopoguerra. Negli anni ’70, il monopolio istituzionale dei democristiani è oggetto di una contestazione sempre più diffusa, che ne mina la stabilità e la credibilità stessa. Solo Aldo Moro, presidente della DC principale esponente dell’ala più moderata del partito, sembra comprendere l’urgenza di un rinnovamento in ottica di alleanze e di organizzazione interna. È con lui che Berlinguer intesse un dialogo volto ad allargare la composizione del governo al PCI per la prima volta nella storia della Repubblica.
Nel marzo del 1978, tutto sembra pronto perché il progetto chiamato “compromesso storico” prenda vita: i ministri del nuovo governo Andreotti sono stati scelti, e i comunisti daranno il voto di fiducia alla camera. Tuttavia, mentre Moro si reca in parlamento, è vittima di un agguato: la sua scorta viene uccisa, e lui viene rapito e imprigionato dalle Brigate Rosse. Dopo più di un mese di affanni, in cui i partiti cercano di capire se è meglio trattare con i brigatisti o rifiutare ogni forma di negoziazione per preservare la credibilità delle istituzioni, Moro viene ritrovato morto nel portabagagli di una Renault 4 rossa a Roma in via Caetani, a metà strada fra la sede della DC e del PCI.
Elio Germano: la grande ambizione di un uomo discreto
Nell’intervista a Rolling Stone Italia, Elio Germano riflette sull’approccio con il quale ha impersonato il personaggio di Berlinguer nella pellicola. Lo descrive come un uomo dotato di grande rigore morale e spirito di sacrificio, che visse coerentemente con gli ideali in cui credeva e di cui è stato portavoce. Un leader che viveva la politica come una missione collettiva, non personale. È il ritratto di un politico che si distacca dalle rappresentazioni odierne del potere e si mantiene distante da qualsiasi ambizione di protagonismo, in nome di un progetto di respiro universale e dalla portata rivoluzionaria. Berlinguer rappresenta dunque un modello di integrità che affascina ancora oggi, specialmente per chi percepisce l’assenza di figure politiche che sappiano unire pragmatismo e valori.
L’approccio del film è tutt’altro che documentaristico o celebrativo; si focalizza piuttosto sul lato umano e vulnerabile di Berlinguer. “Il modo di parlare di Berlinguer è interessante perché lui è sempre un po’ sbagliato, inadeguato, non era una persona nata per parlare in pubblico”, afferma Germano, pensando forse ad una delle numerose scene di comizi o dibattiti ricreati insieme al regista, Andrea Segre. L’attore discute inoltre l’importanza dell’impatto politico e culturale del PCI in quegli anni, quando la sinistra italiana mirava a realizzare una democrazia solidale e partecipativa, distaccandosi dalla rigidità ideologica sovietica e aprendo al dialogo con altre forze democratiche. Oltre che un resoconto dell’operato politico di Berlinguer, dunque, il film rappresenta uno spaccato del contesto storico dell’Italia di allora, segnato dalle tensioni della Guerra Fredda e dalle aspettative di cambiamento sociale.
