Ecco perché secondo Ian McEwan e i THE1975 ci potremmo innamorare di un robot

Il nuovo romanzo di Ian McEwan e il singolo della band inglese THE1975 ci portano alla scoperta dell’amore nell’età del digitale.

 

 

 

Cosa è che ci rende umani? I nostri più intimi desideri, o la nostra vita? Può una macchina amare un uomo? Può comprenderlo? Può una macchina diventare umana? E quando è, allora, che questa diviene tale? Ian McEwan e i THE1975 provano a darci una risposta, fornendoci- al contempo- una brillante analisi su cosa vuol dire essere “uomo”

 

 

 

Ian McEwan crea una “macchina come noi”

L’Inghilterra ha perso la guerra delle Falkland, la Thatcher ha lasciato il posto di primo ministro a Tony Benn, i Beatles non hanno mai smesso di suonare assieme e Alan Turing non si è mai suicidato. No, non è un sogno, ma solo il nuovo libro di Ian McEwan, “Macchine come me”, ambientato in un 1980 alternativo, dove proprio grazie alla ricerca scientifica e tecnologica di Turing, vengono creati dei personal assistant robotici. Una sorta di Alexa, o Siri, in carne ed ossa per intenderci. O meglio, in ingranaggi e circuiti. Il loro compito è quello di semplificare la vita dell’uomo, ed è per questo che sono stati creati a sua immagine e somiglianza, tant’è che gli è stato affibbiato il nome di Adam ed Eve. Ovviamente, una volta che tutte le Eve vanno a ruba dopo essere state lanciate sul mercato, al protagonista del racconto- Charlie- non tocca che acquistare un Adam.  Un Adam che sa cucinare, pulire, curare il giardino, comprare azioni, leggere e persino comporre haiku. Un Adam che è progettato dall’uomo per l’uomo, ma che, sorprendentemente, si insinua nella relazione di Charlie e Miranda, la sua ragazza. La storia segue lo sgretolarsi- o il rinsaldarsi, è questione di punti di vista- della relazione di Miranda e Charlie, che va di pari passo con un impervio ed insolito ménage à trois.

 

McEwan, l’umanità e la storia

Macchine come me” è più di un mero triangolo amoroso. Nel suo ultimo libro McEwan non si aggiunge all’interminabile lista di autori che giocano con il rapporto uomo-androide, come Asimov per citarne uno, ma fa di più. L’opera di Ian McEwan è un elogio all’umanità, la dimostrazione che tutto ciò che ci rende umani sono i nostri errori e le nostre imperfezioni, i nostri istinti e il nostro inconscio. Memore della lezione agostiniana del “Si fallor sum”, “se sbaglio, esisto”, l’autore inglese delinea la necessità dell’errore intrinseco nella nostra natura. L’uomo non è perfetto, e non lo sarà mai. Perché? Perché è umano. Eppure, proprio per il suo essere uomo, è naturalmente attratto dal perfetto, dall’irraggiungibile, mosso quella titanica tensione romantica ottocentesca, insita in noi e taciuta in nome del buon senso. Adam è il trionfo della perfezione, che ha coscienza ma non ha inconscio,  in grado di porsi dilemmi morali, ma  non di risolverli con soluzioni nette, impossibilitato com’è a concepire eccezioni. È per questo che Miranda e Charlie si infatuano di lui, che è tutto ciò che loro non saranno mai.

Il libro però è stato accolto tiepidamente dalla critica, dal momento che molti hanno fatto notare a McEwan che probabilmente, creare un 1980 alternativo, è stato un passaggio inutile, dal momento che la situazione proposta nel libro può accadere anche oggi, come è accaduto per esempio in Cina, dove l’ingegnere trentunenne Zheng Jiajia, ha sposato il robot da lui costruito, o come viene proposto nel film “Her” di Spike Jonze del 2013, dove viene proposta la storia d’amore tra lo scrittore Theodore, e Samatha, il sistema operativo del suo computer.

Theodore (Joaquin Phoenix) in una scena del film Her, mentre parla con Samantha

 

L’uomo che sposò un robot

Le relazioni nell’età moderna sono cambiate, e McEwan lo sa bene, così come lo sa il gruppo inglese THE1975, il cui ultimo album è, come dice il titolo “una breve indagine sulle relazioni online”. Ed è proprio in “A brief inquiry into online relationships” che troviamo la traccia che meglio dimostra che forse quella di “Macchine come me” non è fantascienza, ma è realtà vera e propria. Intitolata “The Man Who Married a Robot / Love Theme”, viene descritta dalla critica come un brillante testo alla Kurt Vonnegut, una satirica e deprimente parabola discendente sulla solitudine, i dati privati, i social media e la dipendenza da Internet. E chi meglio di Siri, può parlarci di Internet? Per la prima volta nel disco non compare la voce del cantante Matthew Healy, bensì quella maschile di Siri, che ci narra la vicenda di un uomo risucchiato dai social media, la cui storia inizia così:

Questa è la storia di un uomo molto, molto solo. Viveva in una casa appartata. In una  strada deserta. In una parte del mondo solitaria. Ma, ovviamente, aveva Internet. Internet, come sapete, era suo amico- si potrebbe dire il suo migliore amico.

Matthew Healy, che ha composto il testo, in più interviste ha affermato che la canzone “È la presa di coscienza di una realtà distopica già esistente. Sembra un avvertimento di ciò che potrebbe accadere in futuro, ma poi ci si rende conto che è esattamente quello in cui già viviamo.” E se le sue affermazioni possono sembrare esagerate, basta continuare a leggere il testo della canzone per fare i conti con una triste verità:

E quindi iniziarono una vita insieme. Dovunque l’uomo andasse, portava il suo amico.  (…)

“Puoi raccontarmi qualsiasi cosa. Sono il tuo migliore amico. Tutto ciò che mi dici rimarrà esclusivamente tra te e l’Internet”

 

“The man who married a robot\ Love theme” si propone come il culmine della vivida analisi sul nostro comportamento nell’epoca delle relazioni online. Non avendo a disposizione l’androide perfetto creato da Ian McEwan, possiamo sempre ripiegare sulla realtà virtuale, che sembra essere l’unico posto sicuro rimasto nella nostra quotidianità. Internet ci ha resi demiurghi di una realtà ideale, che può essere plasmata a nostro piacimento, e della quale possiamo sempre fare parte, nella quale potremmo sempre trovare un amico fidato, qualcuno a cui raccontare cosa succede nelle nostre giornate, come le stories su Instagram, a cui suggerire una canzone, con Spotify, con il quale lamentarci, con un semplice Tweet.

Forse quello che l’uomo veramente vuole, è la vita eterna, anche a costo di disperdersi nell’infinita rete di dati che circolano sul web- diventare una serie di numeri non è nulla in confronto al brivido dell’immortalità, perché proprio come ci testimonia il finale della canzone:

 

E poi morì

Nella sua casa appartata

Sulla strada deserta

In quella parte del mondo solitaria

 

Ma puoi ancora visitare il suo Facebook.

 

Live Tour dei THE1975, con Matthew Healy all’interno dello “schermo” del cellulare

 

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