Ecco come “Dio di illusioni” di D. Tartt incastra immaginario americano e cultura classica

Il romanzo che ha dato vita alla Dark Academia: molti archetipi culturali e letterari all’interno di uno stesso mondo.

Donna Tartt diviene un fenomeno letterario nel 1992 alla pubblicazione del suo romanzo d’esordio accolto inaspettatamente dalla critica e dal successo mondiale già alla prima ristampa.

“Dio di illusioni”

Richard è un ragazzo di vent’anni che, da Plano (California), si trasferisce nel Vermont per frequentare il college. Inizialmente indeciso sugli studi da intraprendere, finisce per frequentare un gruppo ristretto di ragazzi privilegiati e strambi alla collettività studentesca, e a studiare greco antico con un professore eccentrico e solitario. Si tratta di «un’élite di giovani che vivono di eccessi e illusioni, lontani dalla realtà che li circonda e immersi nella celebrazione di un passato mitico e idealizzato, tra studi classici e riti dionisiaci, alcol, droghe e sottili giochi erotici». Ma la voglia di raggiungere Dionisio fa scoppiare la violenza.

L’immaginario sociale americano in Donna Tartt

Un libro che rievoca l’ambientazione di Dead Poets Society (P. Weir – 1989), se non palesi riferimenti, e che scova le conoscenze più ambite dell’epoca classica, ha molti riferimenti di quello che in sociologia e letteratura è definito “immaginario”, nel nostro caso quello americano.

Partendo dalla concezione dello spazio: un luogo vuoto che posso trasformare a mio piacimento. Per gli americani la conquista di altri spazi è sempre stata al centro dei loro ideali. I protagonisti di Dio di Illusioni rifiutano la realtà che li circonda tanto da non avere telefoni e comunicare solo tramite bigliettini e lettere. Lo spazio che vogliono conquistare è quello del mondo antico: impossibile da raggiungere se non attraverso l’utilizzo smisurato di droghe e alcool. Il gruppo elitario si interroga costantemente sulla concezione del male, sono quasi in conflitto con sé stessi. Se per i puritani il bene si trasforma in male attraverso la conoscenza, per i greci è viceversa. Loro leggono e studiano costantemente di una cultura che elogia la conoscenza e l’arte del sapere, ma la storia della Tartt segue l’archetipo americano: questi ragazzi conoscono talmente bene i riti dionisiaci che arrivano a far del male senza volerlo.

Un importante archetipo dell’immaginario americano è il consumo, strettamente legato al capitalismo. Da sempre denunciato da C. Chaplin nei suoi lungometraggi, indirettamente è sulla stessa scia d’onda l’autrice del romanzo. I ragazzi, provenienti da famiglie privilegiate, non si occupano molto dell’aspetto economico a differenza del protagonista, costretto a lavorare per mantenersi gli studi. Ma se si vuole essere pignoli, non sono nemmeno tanto legati al consumo eccessivo di denaro. Fatta eccezione per Bunny: proveniente da una famiglia colma di debiti, vive nel lusso di cene gourmet, di un lungo viaggio fra le meraviglie italiane, di vestiti alla moda… tutto pagato da Henry.

Henry Winter

Personaggio a cui è impossibile non affezionarsi, Henry è il preferito da Julian per la sua estrema conoscenza linguistica, a soli venti anni parla fluentemente sette lingue tra antiche e moderne, ma ha una passione smisurata per il latino e il greco. Dalla postura fredda, composta e distaccata si scopre, nel corso della lettura, essere il personaggio che meglio incarna la figura dello psicopatico/serial killer dell’immaginario americano. Questa è caratterizzata dalla soddisfazione dei propri desideri e progetta qualsiasi cosa in modo razionale e meticoloso. Il raggiungimento ossessivo della perfezione lo ritroviamo proprio in Henry che organizza al meglio il falso incidente di Bunny. Riesce a confondere la polizia, FBI e l’intero college, ma una verità scritta su un volantino dell’hotel italiano in cui ha alloggiato Bunny, gli sfugge di mano.

 

Lascia un commento