È il Dantedì! Conosciamo meglio il pensiero politico di Dante attraverso le sue opere

Il 25 marzo di ogni anno si celebra la giornata nazionale dedicata al Sommo Poeta per ricordare l’anniversario dell’inizio del suo viaggio descritto nella Divina Commedia.

Dantedì 2023 — Patrimonio culturale

Istituito nel 2020 su proposta dell’allora Ministro della cultura Dario Franceschini, il cosiddetto “Dantedì” rappresenta un’occasione per ricordare il padre della letteratura italiana, la sua vita, le sue opere, il suo pensiero. La data scelta è il 25 marzo perché, secondo la maggior parte degli studiosi, il viaggio di Dante -a partire dallo smarrimento nella selva oscura- avrebbe avuto inizio proprio in quel giorno dell’anno 1300 (altri studiosi, invece, ritengono che Dante abbia perso “la diritta via” nella notte tra il 7 e l’8 aprile). In questo giorno dedicato a Dante, riflettiamo sulle sue idee politiche, conservatrici e progressiste al tempo stesso, emancipate dalla teocrazia e dal cesaropapismo, vicine all’universalismo e alla giustizia sociale.

Le origini dell’orientamento politico

Dante Alighieri (1265-1321) discendeva da una famiglia borghese piuttosto agiata: pare, infatti, che il padre Alighiero II Alighieri fosse un commerciante e che il nonno paterno un cambiatore. Proveniva da una famiglia di uomini d’affari di discrete condizioni economiche, esponente della piccola nobiltà fiorentina.

Come il padre, anche Dante era un Guelfo e in seguito alla scissione interna che originò le fazioni dei Bianchi e dei Neri, si schierò dalla parte dei Guelfi Bianchi, strenui difensori dell’autonomia politica comunale e aperti a una maggiore partecipazione delle forze popolari. Ricoprì diverse cariche prestigiose, tra le quali -a partire dal 1300- quella di Priore. Nel 1302 venne esiliato dai suoi avversari politici che non esitarono ad accusarlo e a condannarlo per baratteria.

Se in un primo momento Dante sostenne l’autonomia politica del Comune (e dei Comuni), dopo l’esilio, abbracciò una visione universalistica e non più policentrica.

Inoltre, la sua condizione di proletario, lo portò a far “parte per se stesso” (Paradiso, XVII, v. 69), ad abbandonare -per certi versi- l’impegno politico diretto a fianco dei compagni Bianchi e ad essere super partes.

La vita politica di Dante: tema | Studenti.it

La polemica sociale

Il linguista M. Alinei definisce Dante un “rivoluzionario borghese” perché vede il Sommo Poeta come l’interprete dell’evoluzione rivoluzionaria di Firenze che, proprio negli anni in cui viene stesa la Divina Commedia, vide affacciarsi una nuova borghesia, slegata dall’aristocrazia feudale. La nobiltà venne sconfitta politicamente dalla vittoria della borghesia con la promulgazione degli “Ordinamenti di Giustizia” (1293), che favorirono i ceti borghesi in chiave anti-magnatizia.

Il filologo F. Sanguineti parla di Dante come “poeta del proletariato” che, nonostante le sue origini nobiliari e borghesi, dopo l’esilio, si schierò dalla parte dei proletari, essendo lui stesso divenuto tale.

E proprio nella sua opera maggiore Dante assume il punto di vista del proletariato, un proletariato in fieri, in evoluzione che da feudale si accinge a diventare moderno (vd tumulto dei Ciompi, 1378, in seguito al quale -anche se temporaneamente- i ceti più bassi riuscirono a ottenere il potere).

Certo, Dante vive in un periodo di transizione in cui inizialmente dominano le lotte tra nobiltà feudale e nascente borghesia e solo successivamente lo scenario socio-politico vedrà protagonisti la borghesia ormai divenuta egemone e i proletari.

Citando ancora Sanguineti, anche soltanto dare uno sguardo all’etimologia medievale della parola “Comedia” ci aiuta a capire quale vuole essere lo scopo dantesco, in parte antifeudale e perfino antiborghese: comos= villa e oda= canto, ossia “canto del villano” (non dimentichiamo, infatti, che la Commedia è redatta in volgare fiorentino).

Dante, la Commedia e la Scala di Maometto - Focus.it

I due soli

Le idee politiche di Dante si trovano espresse nel De Monarchia, nel Convivio, in alcune pistole (es. quella rivolta ad Aringo VII) e nella Commedia.

Dante opera in un tempo in cui la Chiesa e l’istituzione imperiale devono fare i conti con il policentrismo e la frammentazione dei Comuni e delle Signorie, l’ascesa della classe borghese (e la nascita di un proletariato ante litteram), le conflittualità tra comuni e le lotte intestine… E ancora, Chiesa e Impero sono essi stessi causa del degrado politico, sociale e religioso che imperversa in tutta la penisola: da un lato l’imperatore inetto e incapace di riaffermare la propria autorità governativa; dall’altro il Papa e gli ecclesiastici ingeritisi in affari prettamente politici.

Ahi gente che dovresti esser devota,
e lasciar seder Cesare in la sella,

(Purgatorio, VI, vv. 91-92)

Lasciando l’Italia (e il mondo) senza guida:

Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di province, ma bordello!

(Purgatorio, VI, vv. 76-78)

Da qui, l’elaborazione della famosa teoria dei due soli: all’imperatore spetta il potere temporale, al papa quello spirituale (Purgatorio, XVI, vv.106-114). Entrambi, detentori di poteri autonomi e di egual valore, lavorano insieme -collaborando- alla salvezza e alla felicità dell’uomo, l’uno sul piano terreno, l’altro su quello spirituale. Anche se nel capitolo 15 del III trattato del de Monarchia, Dante afferma che l’imperatore deve sempre usare nei confronti del Papa quella forma di reverentia che il figlio nutre nei confronti del padre.

DANTE IN FILIGRANA - Narciso d'Autore dal Festival del Medioevo

Il raggiungimento della pace universale

Dante denuncia, inoltre, la corruzione dilagante, la logica del guadagno, la sete di potere,  l’avidità, il forte ed egoistico individualismo che ormai imperversano in ogni realtà cittadina. Per vincere questa decadenza generale in cui l’io e gli intessi personali hanno sempre la meglio sulla comunità, sulla cosa pubblica e il bene comune, la soluzione è optare per una netta separazione tra la sfera laico-politica e quella religiosa; e aspirare alla realizzazione di un impero universale -voluto da Dio per il benessere degli uomini- che assicuri il rispetto delle leggi e giustizia per tutti, garantendo una pax universalis.

L’idea di un unicus principatus come fondamento indispensabile del concetto di pace universale e la necessità di costruire una pace duratura emergono soprattutto nel canto VI del Paradiso e nel I trattato del De Monarchia:

è chiaro che la pace universale è il massimo dei beni disposti per la nostra felicità:

(De Monarchia, I, IV, 2)

Una visione politica universalistica, di evidente ispirazione cristiana, in cui la pace occupa un ruolo di primaria importanza (basti pensare che all’interno della Commedia la parola “pace” registra più di trenta occorrenze) la cui piena realizzazione può avvenire solo se l’uomo compie il proprio iter di redenzione (uscendo dalla “selva oscura”) con l’altro e per l’altro in chiave solidale.

 

Il pensiero politico dantesco è molto complesso e presenta una miriade di sfumature: esistono da un lato un Dante “lodatore del passato” fautore di idee conservatrici ispirate a un idilliaco passato ormai inattuabile, legato ai valori cortesi e alle virtù cavalleresche, e dall’altro un Dante progressista e proletario, che propone una visione laica del potere politico, che con il suo cantus villanus prende le difese di coloro che subiscono ingiustizie da parte di una classe politica prevaricatrice, in nome di una pace superiore, universale.

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