“Una casa di bambola” di Henrick Ibsen e “Una vita” di Sibilla Aleramo fanno luce sulla condizione femminile.

In che modo due autori diversi per genere, età e nazione riescono a ritrarre la questione femminile alla fine dell’800? Analizziamo questo aspetto nelle opere maggiori di Sibilla Aleramo e Henrick Ibsen: “Una vita” e “Una casa di bambola”
Il sesso inutile e l’ipocrisia del mondo occidentale
Una donna, una bambola: cosa significa essere donne? Pandora ed Eva: queste sono le prime donne ad essere create, donne colpevoli, donne che hanno macchiato per sempre il genere femminile e condannato l’umanità tutta a incommensurabili sofferenze. Gli uomini in ogni tempo e luogo hanno formulato, ipotizzato e inventato motivi per cui le donne fossero inferiori a loro stessi, giustificando i loro mezzi di oppressione e svalutando il suo ruolo sociale. Questa visione, seppur in modo diverso, permane in una maniera più sottile e subdola nella società occidentale odierna. Il suo ridimensionamento e la presa di coscienza di questo ingiusto trattamento sono dovuti a donne e uomini che con coraggio hanno denunciato l’ipocrisia della società borghese.

La Scandinavia e la “kvinnespørsmålet”
“Et Dukkehjem” è il titolo in norvegese del dramma esemplificato del teatro borghese “Una casa di bambola”, pubblicato nel 1879, diviso in tre atti, scritti dal drammaturgo norvegese Henrick Ibsen.
Lo spettacolo teatrale è ambientato in un città della Norvegia di fine ottocento e racconta le vicissitudine della protagonista Nora, le cui aspirazioni di vita sono frustate; difatti, Nora viene ricattata da Krogstad, un uomo da cui alcuni anni prima ella stessa aveva chiesto 1200 talleri per salvare la vita del marito e portarlo in Italia, poiché per ottenere un tale prestito dovette falsificare la firma del padre morto alcuni giorni prima. Falsificare una firma a e venire scoperti all’epoca significava la perdita del proprio status sociale, di onore, e il carcere. Ma la colpa maggiore di Nora è quello di essere una donna. Come il drammaturgo nota nei suoi primi appunti che poi lo condurranno alla stesura finale dell’opera: “Ci sono due tipi di leggi morali, due tipi di coscienze, una in un uomo e un’altra completamente differente in una donna. l’una non può comprendere l’altra; ma nelle questioni pratiche della vita, la donna è giudicata dalle leggi degli uomini, come se non fosse una donna, ma un uomo”
Nel secondo atto, Krogstad, dopo aver ricattato per la seconda volta la protagonista chiedendo una somma ancora maggiore di denaro e una posizione di rilievo nella banca, lascia nella cassetta delle poste una lettere in cui rivela tutta la verità ad Helmer, marito di Nora. Dunque, dal secondo atto fino al momento di più alta tensione nel terzo atto, la donna sventurata chiede al marito di sospendere gli affari, guadagnandosi così “trentuno ora per vivere”.
Ma il momento subito dopo in cui Helmer legge l’esiziale lettera, non tarda a rivolgere contro sua moglie terribili appellativi come “ipocrita, bugiarda criminale”, e non frena la lingua quando afferma che ella non possiede “nessuna religione, nessuna morale, nessun senso del dovere”: non gli importa considerare il motivo per cui sua moglie s’è spinta a tanto, piuttosto la ingiuria e maledice il giorno in cui quest’ultima è entrata nella sua vita, critica la sua pedagogia famigliare, il suo essere donna.
Epifanico, invece, il momento in cui egli, leggendo la seconda lettera Krogstad, in cui questi perdona e decide di non muovere una causa contro di loro, affermi solamente: “Sono salvo. Nora, io sono salvo.” Ed ecco che la tarantella termina, l’abbigliamento da mascherata viene tolto: Nora infatti afferma di non essere mai stata mai felice in questo matrimonio, ma solo “allegra” e rivela, come quando ci si ridesta dal sonno intontiti e spauriti dall’incubo appena abbandonato, che “dalle mani di papà sono passata nelle tue” e che “qui io sono stata la tua moglie-bambola, come a casa di papà ero la sua bambina -bambola. E i bambini, a loro volta, sono stati le mie bambole.”
Nora ora apre gli occhi come Eva, ma non viene punita da Dio, piuttosto finalmente vede che “la nostra casa non è stata altro che una stanza da giochi.” Decide di sua spontanea volontà di lasciare quell’Eden-matrimonio, che altro non era che il suo inferno terrestre. “La cosa meravigliosa” dice Nora prima di andarsene e chiudere, nella totale ignoranza del marito, la porta dietro di sè intende “che la vita in fra di noi possa diventare un matrimonio”, ovvero quello di essere una donna completa.

Una donna, una persona umana: non una semplice creatura di sacrificio.
Nel 1907, Una donna di Sibilla Aleramo segna una svolta nel dibattito italiano sulla questione femminile. Sulle pagine si prende posizione sul dramma “Casa di bambola di Ibsen” e sulla protagonista di “Una donna”. Il romanzo dell’Aleramo presenta un duplice interesse: un interesse politico-culturale, in quanto offriva uno strumento di lotta contro la concezione conservatrice del ruolo femminile di moglie e di madre; un interesse letterario, in quanto dava avvio a una riflessione sul problema del rapporto tra donne e scrittura. Come Nora di Casa di bambola, così la protagonista di “Una donna” rifiuta il ruolo di moglie e di madre come sacrificio e abnegazione di sé. Ella non mira solo al proprio riscatto, ma anche a una generale trasformazione dei rapporti umani: «E incominciai a pensare se alla donna non vada attribuita una parte non lieve del male sociale. Come può un uomo che abbia avuto una buona madre divenir crudele verso i deboli, sleale verso una donna a cui dà il suo amore, tiranno verso i figli? Ma la buona madre non deve essere, come la mia, una semplice creatura di sacrificio: deve essere una donna, una persona umana”. Ciò comporta la rottura dei tradizionali ruoli familiari e del rapporto uomo-donna, che ha caratterizzato per secoli il matrimonio.
“Una donna” getta una luce spietata sui rapporti familiari, tra la madre-vittima e il padre-padrone, tra genitori e figli, tra moglie e marito. Ciò che salva la protagonista dal rischio di ripercorrere il destino materno, donna che impazzisce a causa dell’innaturale condizione in cui le donne sono soffocate in un matrimonio dell’epoca, è la forza accumulata nella fanciullezza «libera e gagliarda», legata all’immagine vitale, energica e intensamente amata del padre. Dal padre ella deriva il mandato di essere libera e forte», come non era riuscita ad essere la madre.
Il tema della maternità diventa centrale nel romanzo. La rinuncia al figlio apriva in lei un conflitto difficilmente sostenibile tra esigenza di fedeltà a se stessa e affetto materno. Questo nodo cruciale induce Sibilla Aleramo a una ridefinizione della maternità che non assorba ed estingua totalmente in sé il femminile: «Perché nella maternità adoriamo il sacrificio? Donde è discesa a noi questa inumana idea dell’immolazione materna? Di madre in figlia, da secoli si tramanda il servaggio. È una mostruosa catena. Tutte abbiamo, a un certo punto della vita, la coscienza di quel che fece pel nostro bene chi ci generò; e con la coscienza il rimorso di non aver compensato adeguatamente l’olocausto della per- sona diletta. Allora riversiamo sui nostri figli quanto non demmo alle madri, rinnegando noi stesse e offrendo un nuovo esempio di mortificazione, di annientamento. Se una buona volta la fatale catena si spezzasse, e una madre non sopprimesse in sé la donna, e un figlio apprendesse dalla vita di lei un esempio di dignità?»
La via della dignità e dell’affermazione di sé è trovata da Sibilla nella scrittura, mentre in Nora dalla presa di coscienza della sua vita-bambola. Dopo un tentato suicidio e la morte simbolica che esso comporta, rinasce la bambina forte e gagliarda, la nuova donna che si apre all’impegno sociale e alla battaglia per l’emancipazione femminile. L’amore per il figlio si sublima nella scrittura che concilia il dovere materno (quello di comunicare al figlio una idea diversa di donna e dei rapporti tra uomo e donna) con un dovere più ampio verso la società Intera. Da qui nasce Una donna, un libro “inesorabile e pietoso” che intende mostrare “al mondo intero l’anima femminile moderna, per la prima volta, e per la prima volta far palpitare di rimorso e di desiderio l’anima dell’uomo, del triste fratello…».Pertanto, Sibilla si assume il compito immenso di riformare la coscienza dell’uomo, creare quella della donna, di fare avvenire “la cosa meravigliosa” di Nora, nella speranza dell’avvento di «un’umana coppia perfetta.”
“Signora di sè stessa la donna non era di certo ancora: lo sarebbe mai?”: questa domanda se la poneva la scrittrice piemontese nel 1906. Le donne, le ragazze, le bambine di oggi lo sono?
