Diritto d’autore e sphragis: la tutela della creatività sin dai tempi antichi

I diritti odierni di tutela intellettuale non sono stati inventati dal niente, anzi hanno origini piuttosto antiche: scopriamone i dettagli.

Numerosissimi sono gli ordinamenti che hanno introdotto nei propri corpus legislativi articoli che salvaguardino le creazioni di artisti o studiosi dall’eventualità del plagio; ciò è garantito dal diritto d’autore o, in alcuni stati in modo più specifico, dal copyright.

DIRITTO D’AUTORE

Nello studio della giurisprudenza contemporanea, il diritto d’autore è un istituto giuridico che pertiene al diritto privato. Esso ha lo scopo di tutelare le opere dell’ingegno di carattere creativo riguardanti, ad esempio, le scienze, l’architettura, la cinematografia e la letteratura. Ha pertanto lo scopo di tutelare diritti di carattere sia morale sia patrimoniale. Nella sua accezione morale, il diritto di autore – la cui durata di tempo è illimitata –  è personale, inalienabile, intrasmissibile, e grazie ad esso è possibile rivendicare la paternità di un’opera e opporsi a qualsiasi deformazione, mutilazione o altra modificazione dell’opera stessa. Nello specifico ordinamento italiano, il diritto di autore è irrinunciabile, salvo esplicita richiesta dell’autore in vita; alla morte dell’autore, la famiglia nella persona dei parenti più prossimi (coniuge, figli, ascendenti o discendenti diretti) ha il diritto di reclamare la totalità di quel diritto per sé in qualsiasi momento. Nella  sua accezione patrimoniale, il diritto d’autore consente esclusivamente al creatore di usare economicamente la sua opera e di trarne un compenso; a differenza dei diritti morali d’autore, quelli patrimoniali hanno un limite temporale – deciso dalla Convezione di Berna del 1886 – di 50 anni.

SPHRAGIS

Il termine sphragìs – in greco “sigillo” – fa riferimento a una tecnica, studiata nella teoria letteraria e nella filologia classica – ossia lo studio della ricostruzione e della tradizione di testi classici – , in cui un autore si nomina all’interno di un poema o di un gruppo di poesie di sua paternità. Lo scopo della sphragìs lo evinciamo molto bene da una sezione di un carme del poeta elegiaco Teognide di Megara in cui, parlando al suo amato Cirno, dice: “Cirno, per me, che mi son fatto esperto, un sigillo – sphregìs – sia posto a questi versi: quand’anche fossero rubati, mai potranno trarre in inganno, né si potrà alterare in peggio la nobile cifra qui presente; così, invece, ognuno dirà che sono i versi di Teognide, il Megarese: tra tutti gli uomini è rinomato“. Per non essere plagiato l’autore inserisce il proprio nome in una posizione chiave del verso, rivendicando per se stesso l’attribuzione dell’intero componimento. L’utilizzo della sphragìs divenne abitudine letteraria in diversi altri componimenti della letteratura greca e latina. La poetessa Saffo – del VII secolo a.C.- in un suo famosissimo inno a Afrodite fa pronunciare alla dea queste parole, che contengono una sphragìs: “Chi di nuovo debbo io condurre al tuo amore? Chi, o Saffo, non ricambia le tue attenzioni?“, mentre il poeta latino Virgilio, alla fine delle sue Georgiche, scrive: “In quel tempo a me, Virgilio, dava nutrimento la dolce Partenope tra passioni infiorate di nuovo ozio”. Prescindendo dall’ambito letterario, è possibile rintracciare l’utilizzo di sphragìdes anche per le arti plastiche, come nel vaso a figure nere del ceramista greco Nicostene, operante tra il 550 e il 510 a.C.

Vaso recante la scritta “Nikosthenes epoiiesen“, ossia “Nicostene lo ha creato“. Una sorta di sphragìs su opera ceramica.

IL DIRITTO D’AUTORE NEL TEMPO

Affermare con certezza che il diritto di autore contemporaneo derivi direttamente dall’idea greca della sphragìs è qualcosa di troppo rischioso che non intendo fare. Sebbene la nozione moderna di diritto d’autore sia molto più complessa e articolata, è inevitabile constatare una certa comunanza di intenti tra questo metodo moderno di tutela creativa e la sphragìs: è un metodo per prevenire che qualcuno, appropriandosi in qualsiasi modo di qualcosa di appena scoperto o inventato, possa farne uso indebito a scapito dell’ideatore. Da questo punto di vista lo scopo della sphragìs è ben compatibile con quello del diritto morale d’autore: tutto sommato è uno strumento personale con cui è possibile contestare ad altri la pretesa paternità, modificazione o corruzione di un’opera che in realtà non gli pertiene; ma mentre nella antica Grecia e a Roma il freebooter veniva semplicemente diffamato, senza sanzioni di sorta, il diritto contemporaneo fa un passo in più, inquadrando questa facoltà in un ambito giuridico in cui il plagiatore viene punito penalmente. Oltre a ciò, il sistema economico antico chiaramente non conosceva nulla come l’industria editoriale o ceramica, per cui non ci dobbiamo sorprendere più di troppo se non notiamo alcuna clausola patrimoniale insita nella sphragìs: il poeta non componeva per denaro – fu solo verso la seconda metà del VI secolo a.C. che poeti per lo più corali come Ibico, Simonide, Pindaro e Bacchilide cominciarono a ricevere dei salari – anche perché diversi poeti, come Esiodo, operarono in un ambito cronologico in cui l’uso della moneta non era ancora diffuso o, come per Saffo, era in via di diffusione.

 

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