Il Superuovo

Dimmi cosa mangi, dirò da dove vieni: pranzo al Quirinale con le polpette di Saba

Dimmi cosa mangi, dirò da dove vieni: pranzo al Quirinale con le polpette di Saba

Dal tradizionale pranzo al Quirinale al pranzo immaginario tra Leoparti e Umberto Saba: il cibo è storia, unione e convivialità.

Lo storico Palazzo del Quirinale di Roma è simbolo dello Stato Italiano e per superficie è il sesto palazzo nel mondo. È residenza ufficiale del Presidente della Repubblica Italiana, e in passato lo è stata del Re d’Italia. Per comprendere le sue dimensioni basta immaginare che è grande quanto venti volte la Casa Bianca degli Stati Uniti.

Cosa mangiano le alte cariche?

Se spesso si parla di usi, costumi e tradizioni nelle tavole dei palazzi reali, quasi mai questo genere di conversazioni è inerente all’Italia e alle nostre istituzioni. Il modo in cui siede a tavola la Regina Elisabetta e la consuetudine per cui se smette di mangiare sono tutti tenuti a fermarsi, insomma, sono noti ai più e diffusi da tutti i gossip. Lo stesso, naturalmente, vale per il divieto per la casa reale di mangiare crostacei e frutti di mare. Ma ci siamo mai chiesti cosa si mangia al Quirinale? Risale a dieci anni fa il volume “I menù del Quirinale”, voluto dall’Accademia italiana della Cucina in occasione dei 150 anni dell’unità d’Italia. Quattro Re, sette Presidenti della Repubblica: le principali portate culinarie sono riassunte, nel libro, in 250 menù. Il pranzo ufficiale di oggi ha una durata di circa quaranta minuti, mentre quello dei Savoia era sicuramente più fastoso e poteva arrivare a comprendere cinquecento ricette diverse in un anno.

I menù del Quirinale

Il primo sovrano d’Italia Vittorio Emanuele II mangiava molto poco e non amava le occasioni conviviali. Prediligeva cibi semplici quali la polenta e i formaggi e si racconta che, finito presto di mangiare, aspettava che finissero gli altri commensali tanto annoiato da metterli in imbarazzo. Fu poi la Regina Margherita a rendere celebre in Europa la tavola dei Savoia, non senza una certa raffinatezza: i petti di pollo, ad esempio, venivano impiattati in modo da assumere la forma dei petali di un fiore. Il figlio Vittorio Emanuele III, dai gusti semplici, andava matto per il pollo arrosto. L’avvento della Repubblica porta ad alcuni limiti, imposti dal tentativo di rinascita dell’Italia dopo la guerra: non più di sei portate, non più di tre vini – rigorosamente italiani – e non più spumante, il cui posto viene preso a fine pasto da Passito e Moscato. Le pietanze preferite dai presidenti? L’insalata di granchi per Giovanni Gronchi, gli agnolotti alla piemontese e le trote per Giuseppe Saragat. Un reale ridimensionamento, però, si avrà negli anni Settanta: le portate diventano più leggere e si riducono anche di numero. Sandro Pertini non poteva mangiare troppo, e tra carni bianche, brodini e pesce, il massimo dello strappo alla regola era per lui dato dal salmone affumicato, fatta eccezione per i babà allo zabaione che adorava. Francesco Cossiga, al contrario, adorava i fritti e in cima alle sue preferenze c’era la cotoletta alla milanese. Spaghetti al pomodoro per Giorgio Napolitano, mentre per Sergio Mattarella, Presidente in carica, tante zuppe e vellutate con ceci, lenticchie o piselli si alternano agli anelletti al forno palermitani che gli ricordano della sua terra.

“Polpette al pomodoro” di Umberto Saba

Che lo si voglia o no, il cibo non dona solo preziose calorie che garantiscono il nostro sostentamento e arricchiscono le nostre maniglie dell’amore. Il vero dono, in molteplici occasioni, è il momento di convivialità che un pranzo può regalare. Si tratta di un’operazione tanto semplice e naturale quanto preziosa perché, nella sua quotidianità, è un momento personalissimo e intimo. Così Umberto Saba, autore italiano del Novecento, nel tentativo di immaginare un incontro con Giacomo Leopardi non poteva immaginarlo altrove che seduto con lui a tavola. “Polpette al pomodoro” è un racconto scritto nel 1957 e l’immaginario pranzo tra Saba e Leopardi si svolge all’insegna di cibo e poesia. Così, nel racconto, la descrizione del cibo diventa un vero strumento per fare letteratura e parlare di argomenti più profondi: le polpette al pomodoro, ad esempio, sono usate per parlare della mamma di Leopardi.

Tua madre, che non era una letterata, e passò due terzi della sua vita in cucina, ad ammannire per i suoi cibi non molto variati, ma dai quali emanava, come da un uguale centro affettivo, un uguale irradiante calore (l’inconfondibile impronta di un modo di esistere e, quindi, di uno stile) ripegò – per così dire – sulle polpette, […]. Le polpette al pomodoro, che né tu né io assageremo più a questo mondo, venivano, non confezionate, ma servite in due modi diversi. La tua povera madre le mangiava calde e senza la salsa; io fredde  e col piatto ricoperto fino agli orli di pomodoro.

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