Danni psicologici del lockdown

L’unico modo per uscire, quando si è chiusi in casa, è andare fuori ma solo con la testa.

Basterebbe osservarsi un attimo per renderci conto che siamo già tutti abbastanza stremati dalla reclusione da essere fuori di noi. L’uomo è da sempre un animale sociale ed essere privato di questa opportunità che componeva le nostre routine è stato a dir poco devastante. 

Conseguenze e condizioni attuali

Ci sono persone che hanno avuto sintomi post traumatici da stress, insonnia, ansia, irritabilità, certe volte depressione. Sono problematiche da non sottovalutare ma che sono passate in secondo piano troppe volte, a favore di quelle direttamente derivanti dal virus.

In generale, i sentimenti dominanti sono la rabbia e la confusione, con i quali dovremmo fare i conti anche una volta terminato il lockdown. I timori del contatto sociale che stiamo acquisendo adesso, in cui chiunque si avvicini a meno di pochi metri di distanza è un potenziale nemico. Gli effetti economici della quarantena come la perdita del lavoro e/o di reddito, si protraggono e rischiano di peggiorare ulteriormente le condizioni psicologiche.

Questa situazione che già è difficile di per sé, inoltre ci sono anche molti casi di persone fragili e soggette a malattie psichiatriche che possono risultare non facili da gestire e il contesto sociale in cui versiamo senz’altro non aiuta. In questa situazione il governo ci ha chiusi in casa. Ci siamo dapprima affacciati ai balconi per cantare, presi dall’euforia di qualcosa di nuovo ed eccitante che stava succedendo e che ha spezzato la monotonia. Poi, ci siamo sempre più ritirati nei nostri appartamenti e nelle nostre case senza alcuna voglia di far festa. I nostri alti e bassi sono stati incredibilmente sincronizzati, come in preda a un disturbo bipolare di massa. 

Un evento imprevedibile 

Sigmund Freud definiva traumatico un evento che non può essere in nessun modo prevedibilee che rende impossibile qualunque forma di difesa. È un evento che spezza  la nostra quotidianità introducendo la dimensione angosciante dell’incognito, dell’imprevedibile, dell’ingovernabile.

Ieri, il trauma collettivo è stato la lunga crisi economica. Oggi, è il soqquadro che il coronavirus ha messo nelle nostre esistenze. Accanto all’emergenza sanitaria, economica e sociale, c’è anche un problema psicologico. Mai come in questo momento è chiaro quello che scriveva Mark Fisher ovvero che la salute mentale è un problema politico. Fisher è, anzi, era: perché si è suicidato nel 2017, un intellettuale e un attivista britannico della sinistra radicale. È uno di quei pensatori che proviene da quella strana corrente che viene definita accelerazionismo. Fisher avrebbe detto che si tratta di una questione politica a tutti gli effetti, della quale la politica si dovrebbe occupare. Possibilmente, prima che i disturbi siano organizzati in un partito di fuori di testa.

Cosa ci ha insegnato la pandemia

Ci siamo resi conto a nostre spese che esisteva una situazione d’emergenza da prima della pandemia. I pesanti tagli alla sanità in hanno interessato i centri di salute mentale in maniera piuttosto massiccia dove i dirigenti psicologi e psichiatri vanno in pensione ma non ci sono nuovi concorsi.

I contesti dove lavoravano professionisti ora sono sulle spalle di poche persone che li tengono in piedi solo grazie a tirocinanti e volontari. Possiamo dire che la pandemia ci ha insegnato che uniti possiamo superare qualsiasi avversità ma ha anche evidenziato molte criticità a cui non è stata data importanza prima che le cose cambiassero. Dovremmo riflettere su ciò che emerso da quando è dilagato il coronavirus per riuscire a migliorare le nostre strutture in vista di una nuova emergenza.

 

 

 

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