Dalle steppe mongole con furore: quando Temüjin diventò il grande Gengis Khan

La vita e le gesta del condottiero mongolo.

Formidabile stratega, feroce condottiero, temutissimo capo: tutto questo fu Gengis Khan. Non solo fu capace di unire le tribù mongole e creare un impero immenso, ricchissimo e ben governato, ma fu anche capace di mantenere tutto sotto il suo ferreo controllo fino alla morte. Ripercorriamo la vita e le sue campagne principali.

L’ascesa

I primi anni di vita di Gengis Khan sono poco noti e controversi perché descritti solamente dopo la sua morte. Nasce con il nome di Temüjin , in Mongolia, vicino al fiume Onon, tra il 1155 e il 1167; secondo la tradizione venne alla luce stringendo nel piccolo pugno un grumo di sangue, segno che il suo destino sarebbe stato quello di un grande guerriero. Dopo che suo padre, un capo-clan della tribù dei Kereiti, venne avvelenato dai Tartari, la sua famiglia viene abbandonata dalla tribù di appartenenza ed fu costretta a vivere in povertà: questi anni forgiano il carattere di Temüjin, che sviluppa l’ambizione di riconquistare il trono paterno. Si sposa a sedici anni con Börte, figlia di un altro capo-clan, e anche grazie al carisma che incuteva nelle tribù vicine, Temüjin divenne uno dei possibili candidati al titolo di Gran Khan (Khan è una parola turco-mongola che significa “monarca”), cioè di capo di tutte le tribù mongole. Riunitosi il consiglio dei capi-tribù circa nell’estate del 1200, Temüjin venne eletto Gran Khan e prese il nome di Gengis Khan. Iniziò ad espandere i propri territori e ad annettere nuove popolazioni, organizzando il tuttò in uno schema ben preciso: ogni tribù era indipendente, ma tutte erano sottomesse alla famiglia imperiale e tutti i khan offrivano fedeltà e rispetto al Gran Khan, che li sorvegliava con un rapido sistema di corrieri. Secondo la leggenda, la stirpe imperiale poteva vantare un’origine divina in quanto discendeva dalla divinità suprema dei mongoli, il dio del cielo Tengri.

L’aspetto più straordinario della personalità del Gran Khan fu senza dubbio il genio in campo militare, dalla formidabile tattica: le armate mongole, forti di arcieri a cavallo, attaccavano nel più completo silenzio, guidate solo da bandiere di diverso colore, compiendo manovre complesse in assoluta simmetria e coordinazione, il che incuteva una soprannaturale paura nel nemico. Molti cronisti medievali e storici moderni descrivono le conquiste di Gengis Khan come distruzione su scala senza precedenti, che causarono grandi cali demografici e un drastico calo della popolazione a causa di stermini di massa e carestia. Una stima prudente ammonta a circa quattro milioni di civili (mentre altre cifre vanno da quaranta a sessanta milioni) che persero la vita a causa delle campagne militari di Gengis Khan.

La statua alta 40 metri, in Mongolia

L’invasione della Cina

Dopo aver assoggettato tutti i popoli delle steppe mongole, essersi espanso fino alla Persia e al mar Caspio, Temüjin decise nel 1211 di dirigersi verso la Cina. Riunito l’esercito, circa 100-120 mila uomini, Gengis attraversò il deserto del Gobi, quindi si diresse verso Pechino. Saputo che le truppe nemiche li attendevano vicino ad un passo, il khan decise di utilizzare gli arcieri per decimare la cavalleria nemica che non avrebbe potuto ripiegare in fretta e poi, all’arrivo della fanteria cinese, Gengis avrebbe risposto con la cavalleria. Così fu e i mongoli ottennero un’importante vittoria che però fu prevalentemente morale: anche se i successi in campo aperto erano tanti infatti, gli invasori non riuscivano nei loro tentativi di conquistare le principali città. Come risultato delle vittorie in campo aperto però, nel 1213 si spinsero a sud della Grande muraglia cinese, avanzando con tre eserciti distinti fino al cuore del territorio della Cina, tra la Grande Muraglia ed il Fiume Giallo. I tre contingenti si riunirono nel 1214, vicino alla capitale cinese. La città era difesa da quattro fortezze dove si erano rifugiati i vari capi politici e militari, ognuno dei quali guidava un piccolo esercito di 4 000 uomini; la stessa Pechino era da poco afflitta da una tremenda epidemia di peste, che peggiorò la già tremenda situazione. L’imperatore Xuan Zong aprì i negoziati con i mongoli ottenendo il loro ritiro a maggio, pagando un riscatto notevole, fra cui 3 000 cavalli, un quantitativo di seta pari a 90 km, 1 000 giovinetti e la propria figlia come nuova consorte per Gengis. I mongoli ripiegarono, ma appena Temüjin seppe che l’imperatore aveva spostato la capitale cinese a Kaifeng, se ne sentì giustamente offeso e tornò con il suo esercito nel settembre dello stesso anno alle porte di Pechino, che venne saccheggiata e presa nel 1215.

L’imperatore mongolo quindi organizzò la sua nuova offensiva: inviò un esercito di 60 000 uomini a sud del Fiume Giallo con l’obiettivo di attaccare Kaifeng alle spalle, ma trovando le difese nemiche insuperabili, Gengis decise di ritirare le truppe. I mongoli così ripiegavano dopo aver conquistato Pechino e la maggior parte della Cina.

La morte e la tomba

Le cause della morte sono poco chiare, Marco Polo nel Milione ci dice che sono sconosciute addirittura agli stessi mongoli. Secondo la Storia Segreta, opera mongola anonima scritta per la famiglia reale nel 1240 circa, morì dopo una lunga agonia, causata da un trauma dovuto ad una caduta da cavallo durante una battuta di caccia. Secondo gli storici invece, la morte fu dovuta probabilmente alle fatiche o alla ferite della battaglia contro i Tanguti, una popolazione della Cina nord-occidentale, sostenute ad un’età non più giovane. Comunque fosse, a metà del 1227 Gengis Khan si rese conto che la sua fine si avvicinava. Dopo aver confermato il figlio Ögödei come successore (il primogenito Djuci era già morto nel gennaio dello stesso anno), dettò dal suo letto di morte a Tolui, il figlio più giovane, le istruzioni per completare la distruzione dell’impero cinese.  Morì lasciando un impero che si estendeva dalla Siberia al Tibet, al Mar Caspio, al Mar del Giappone e che sotto i suoi successori sarebbe diventato il più grande impero mai esistito. Nonostante i genocidi, le deportazioni di massa e le città rase al suolo e ricostruite da zero, l’Impero mongolo era solido, pacifico, con genti diverse per stirpe, lingua e religione che convivevano armoniosamente sotto l’equa e inflessibile pax mongolica.

Il suo corpo venne riportato in Mongolia e sepolto in una località segreta, probabilmente insieme a molti servi uccisi per l’occasione. Tutta l’area intorno, per centinaia di chilometri quadrati, venne dichiarata interdetta all’accesso e sorvegliata dalle guardie, oltre ad essere volutamente calpestata da centinaia di cavalli per cancellare ogni traccia della sepoltura: questo rende ancora oggi un mistero l’ubicazione della sua tomba.
Recenti ricerche hanno messo in evidenza come l’estensione dell’impero mongolo abbia ricadute visibili nel patrimonio genetico della popolazione eurasiatica: si è calcolato infatti che circa l’8% delle persone che vivono nei territori un tempo sottomessi ai mongoli hanno cromosomi Y identici, riconducibili a Gengis Khan.

 

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