Quando il rumore è parola: le onomatopeiche del Futurismo e la tecnica del beatboxing

Finché ci sono parole, c’è poesia. Finché c’è poesia, c’è musica. Questa è arte.

Una parola può esprimere un’infinità di concetti, è questo il suo ruolo. Ma cosa succede se viene combinata ad altri elementi?

Rumore

Il beatboxing è un’arte che consiste nella riproduzione di suoni attraverso la bocca, si distingue in quanto non ha uno stile definito. Ogni artista propone una versione personale di tale arte, costantemente rinnovata e dinamica. La frizzantezza di questa arte si può riconoscere in quella che è stata una delle avanguardie; il Futurismo, che ha caratterizzato la letteratura, la musica e le arti figurative nei primi anni del Novecento. Gli intellettuali avevano un occhio di riguardo per il rumore, in particolare dell’automobile, in quanto elemento della vita di tutti i giorni. Non a caso, le poesie futuriste sono ricche di onomatopee, a volte sono proprio queste a costituire le poesie stesse per rendere una maggiore idea dei concetti espressi. Il fine consiste nel liberare le parole dal vincolo della sintassi e della punteggiatura. Ed è solo l’inizio.

Combinazione

La possibilità di riprodurre suoni si apre con l’invenzione dell’intonarumori nel 1913, a cura di Luigi Russolo, un altro esponente del Futurismo. La sua idea è che il rumore non sia solo un insieme disordinato e fugace, ma anzi che possa essere controllato e riprodotto. Il suo strumento infatti permette non solo di realizzare suoni, ma di manipolarne la frequenza e la durata. Un’invenzione che può essere considerata predecessore della drum machine, che sarà creata nei decenni successivi. Sarà proprio quest’ultima a dare l’ispirazione ai pionieri del beatboxing. Col tempo, l’evoluzione del beatboxing ha fatto sì che diventasse l’accompagnamento del canto a cappella, combinando il suono alle parole. Quindi se in un certo senso il Futurismo prevedeva l’utilizzo di onomatopee per dare suono alle parole, i gruppi moderni usano i suoni stessi per dare musicalità, ma che fine hanno fatto le parole?

Copertina dell’opera Zang Tumb Tumb di Filippo Tommaso Marinetti.

Armonia

Il beatboxing, nonostante trovi la sua definizione nel suono, spesso fa da accompagnamento alle parole. Pentatonix è un gruppo composto da cinque membri, conosciuti per le loro cover e la loro combinazione di canto a cappella e beatboxing. Le loro canzoni infatti, non prevedono l’impiego di strumenti fisici, tutto ciò che utilizzano sono le loro voci, suoni e parole. Una combinazione che, in un certo senso, era stata proposta anche da Filippo Tommaso Marinetti proponeva una serie di onomatopee nella sua opera più conosciuta Zang Tumb Tumb. Dunque in entrambi i casi la parola non ha perso il suo valore, ma anzi, nel primo caso rimane un elemento fondamentale per la creazione artistica; nel secondo, assume un ruolo innovativo, che apre le porte all’arte del futuro.

 

[…]forza che gioia vedere udire fiutare tutto
tutto taratatatata delle mitragliatrici strillare
a perdifiato sotto morsi shiafffffi traak-traak
frustate pic-pac-pum-tumb bizzzzarrie
salti altezza 200 m. della fucileria
Giù giù in fondo all’orchestra stagni
diguazzare buoi buffali
pungoli carri pluff plaff impen-
narsi di cavalli flic flac zing zing sciaaack
ilari nitriti iiiiiii… scalpiccii tintinnii 3
battaglioni bulgari in marcia croooc-craaac[…]

Zang Tumb Tumb, F. T. Marinetti

 

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