Esploriamo il concetto di “lingua franca” e la sua evoluzione nel corso dei secoli.

Lingua: mezzo di natura verbale con cui si manifestano le emozioni e le intenzioni di un gruppo umano parlante. Lingua franca, invece? Scopriamolo insieme!
Nel dizionario
Mezzo di natura verbale con cui si manifestano le emozioni e le intenzioni di diversi gruppi umani parlanti: questa potrebbe essere la definizione perfetta di “lingua franca”. Un concetto questo che attraversa mari e montagne per unire popoli solo apparentemente lontani. Uno strumento, quindi, dalle origini antichissime. Infatti, ne “Die Lingua Franca” del 1909 Hugo Schuchardt parla di quella che definì una lingua “di mediazione” usata in ambito economico-commerciale nelle città portuali africane già all’inizio del X secolo. Una lingua semplice, tipicamente utilizzata per la comunicazione orale piuttosto che per quella scritta. Con il susseguirsi delle epoche, dei governi e dei diversi assetti geopolitici su scala globale, l’appellativo “lingua franca” è stato attribuito a tutta una serie di lingue tra loro diversissime per storia e struttura. Basti pensare, ad esempio, al latino che dopo aver vissuto una fase di pieno splendore nell’epoca classica, ha continuato a governare il mondo della religione e della scienza fino al XIX secolo; o ancora al sabir che unendo italiano, spagnolo, catalano, arabo e greco è stato di fondamentale importanza per la stesura di contratti commerciali e diplomatici per ben nove secoli.

Attraverso i secoli
Nel corso del XVIII e XIX secolo le lingue franche arrivano anche tra i banchi di scuola e nelle sontuose biblioteche delle dimore nobiliari. Così per tutto il ‘700 i bambini studiano il passé composé e il passé simple, imparano a declinare i verbi correttamente e a pronunciare quella “r” tanto particolare che contraddistingue i francesi da tutte le altre popolazioni europee. Le opere di Voltaire e Rousseau si diffondono e con loro anche la ricchissima sintassi francese che finirà poi per investire il mondo della diplomazione durante il Congresso di Vienna e quello della crudele politica coloniale con la sua stessa imposizione come lingua ufficiale in diversi Paesi sotto scacco europeo. È proprio per la politica coloniale e per la sua non curanza nei confronti della cultura dei popoli sottomessi che qualche decennio più tardi entra in campo anche l’inglese. Una lingua che con la sua sintassi estremamente semplice, con i suoi sostantivi neutri e con i suoi verbi quasi totalmente immutabili non fa altro che spodestare ben presto il francese, diventando così la lingua per eccellenza del mondo della scienza, degli affari internazionali e della diplomazia. Cosa succede invece all’italiano?
Al di là del mare
Grazie alla Divina Commedia, la lingua del Bel Paese fa ben presto il giro di tutta Europa e non solo, non restando necessariamente relegata al mondo della cultura, ma continuando ad essere ad esso costantemente legata. Le opere di Dante e l’influenza che queste hanno avuto su altri autori nel corso dei secoli successivi non ha fatto altro che arricchire costantemente il panorama culturale italiano, facendolo diventare punto di riferimento per studiosi di tutto il mondo. È bizzarro pensare che dopo la conquista di Costantinopoli del 1453 la conoscenza della lingua italiana sembrava essere un requisito fondamentale anche per l’assunzione alla corte imperiale. Buona parte dei funzionari dell’Impero, infatti, appartenevano a famiglie greche stimatrici della cultura e della lingua italiana al punto da inviare i loro stessi figli frequentemente in viaggio nel Bel Paese. Una lingua, quindi, quella italiana a servizio del Sultano Ottomano e di mille altri popoli che negli anni hanno saputo sfruttare le sfumature di significato che questa può veicolare e non solo la melodia che magicamente si nasconde tra le sue parole.