Cosa rispondere a chi ti dice che le discipline umanistiche sono inutili? I suggerimenti di Cicerone e Martha Nussbaum

Quante volte abbiamo sentito dire che gli studi umanistici valgono poco, che non assicurano possibilità di carriera e che affrontare un percorso di studi in questo ambito sia una totale perdita di tempo? Eppure non è affatto così.

Chi ha una formazione umanistica solitamente sostiene con fermezza che tornando indietro rifarebbe esattamente lo stesso percorso di studi, perché al termine dell’esperienza scolastica si è consapevoli di un bagaglio culturale piuttosto ricco e di una forma mentis differente da quella di altri corsi di studi.
Ma se ogni corso di studi ha la sua importanza e le sue criticità, perché gli studi umanistici vengono sempre declassati e criticati? E soprattutto, è vero che non valgono nulla?

Cicerone, un uomo che soleva vantarsi dei suoi studi letterari

Cicerone ebbe di certo una vita impegnata, mentre completava l’intero cursus honorum romano e si dedicava alla carriera di avvocato, scrittore e sapientissimo oratore, eppure non mancava mai di vantarsi dei suoi studi letterari.
Egli sosteneva infatti, dinnanzi ai Romani del I secolo a.C., di essere fiero dei suoi studi, rivelatisi essenziali per la sua ars oratoria e utili, pertanto, a difendere uomini in difficoltà.
Piuttosto avrebbero dovuto vergognarsi coloro che, dopo un percorso umanistico, non avessero recato alcun bene alla collettività, senza aver compreso a fondo la valenza di tali studi, necessari per costruire un buon governo, per comprendere a fondo le situazioni e avere maggiore lungimiranza.
Solo gli studi umanistici hanno la preziosa caratteristica di essere adatti a tutte le età e a tutti i momenti della vita in quanto:

“stimolo per i giovani, costituiscono un godimento per i vecchi, rendono più belli i momenti felici, offrono rifugio e conforto in quelli dolorosi, in casa danno gioia, fuori non sono d’impaccio, passano le notti in veglia con noi, ci accompagnano nei viaggi, trascorrono con noi la villeggiatura.”
(Pro Archia, 16)

Eppure, la cosa più importante degli studi umanistici è che ci consentano di apprezzare l’arte e la poesia

“Le montagne e i deserti riecheggiano la voce umana, le bestie feroci non di rado vengono rese mansuete dal canto del poeta e si fermano; e noi, che abbiamo ricevuto una raffinata educazione culturale, potremmo non sentirci commossi dalla poesia?”
(Pro Archia, 19)

La crisi delle discipline umanistiche

Malgrado la loro importanza in età classica, oggi gli studi umanistici sono ritenuti di poco conto a causa dei pochi sbocchi professionali che essi offrano nella società contemporanea.
Ne “Il governo dell’università. Tra competizione e accountability” di Angelo Paletta troviamo un’indagine condotta in Italia sulla condizione del lavoro accademico che, vent’anni fa, offriva i seguenti risultati:

“(…) le attività di mercato o di quasi-mercato (prestazioni in conto terzi, contratti e convenzioni) interne all’università coinvolgono un numero limitato di accademici (meno del 30%). Com’era prevedibile sono soprattutto le hard applied sciences a giocare il ruolo preminente di coinvolgimento con percentuali maggiori a medicina (quasi il 60%) e in misura via via minore a ingegneria (oltre 37%), agraria e veterinaria e architettura. All’estremo opposto si collocano le discipline soft, sia quelle del tipo pure come lettere che quelle applied come giurisprudenza e magistero (oggi trasformata in scienza dell’educazione)”

Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica: Martha Nussbaum

Il saggio critico Non per profitto di Martha Nussbaum, docente della University of Chicago, analizza a fondo l’origine della profonda crisi globale che ad oggi colpisce il settore umanistico. Molti paesi infliggono pesanti tagli sull’istruzione umanistica e artistica, a vantaggio delle hard applied sciences, in un mondo che si fa sempre più complesso e dove gli strumenti per comprenderlo diventano sempre più poveri e rudimentali, rischiando, come sostiene la Nussbaum, di avere “generazioni di docili macchine anziché cittadini a pieno titolo”.

Chiaramente non si vuole sostenere la superiorità della cultura classica rispetto a quella scientifica, nè il contrario, ma proporre un attento modello di coesistenza tra le due parti, con una particolare attenzione alla libertà di pensiero e di parola, una stimolazione del pensiero critico e di autonomia del giudizio, oltre alla creatività e alla forza dell’immaginazione: elementi essenziali a mantenere viva la democrazia, che potrebbe crollare senza le discipline umanistiche, ma sopravvivere senza le discipline scientifiche ed economiche, secondo la Nussbaum che afferma provocatoriamente che “La maggior parte di noi non vorrebbe vivere in un paese prospero che però abbia cessato di essere democratico”.
Appare pertanto evidente quanto la società contemporanea necessiti di un’educazione a tutto campo, che comprenda materie basate sul linguaggio matematico e discipline classiche, che consentano di pensare criticamente e di portare avanti un ragionamento valido. Secondo la docente, infatti, “lo status dell’oratore non conta, conta soltanto l’autorità del ragionamento” in piena coincidenza con il metodo socratico, cui essa stessa si ispira e che ritiene essenziale per comprendere la democrazia.
Senza contare che non si può comprendere a fondo la politica, l’economia o la giustizia, senza conoscere la storia globale. Ad oggi è di certo essenziale dare il giusto contributo al progresso scientifico e tecnologico, senza dimenticare che per comprendere realmente la società in cui ci troviamo bisogna conoscerne attentamente le basi e i meccanismi generatori, tenendo conto che  “L’innovazione richiede intelligenze flessibili, aperte e creative; […] anche se il nostro unico obiettivo fosse la pura crescita economica nazionale, dovremmo difendere l’istruzione progressista basata sulle materie umanistiche e sulle arti”.

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