Cosa hanno in comune “Bear nella grande casa blu”, Leopardi e Zarathustra? Scopriamolo

Oggi vedremo cosa hanno in comune questi tre soggetti grazie ad un’opera di Leopardi e gli inni sacri dello zoroastrismo. 

“Bear nella grande casa blu” si confida con la luna, forse riprende l’azione descritta da Leopardi nel suo “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”; allo stesso tempo vediamo il dialogo come modo per riflettere sull’esistenza, come nelle “Gatha”.

“Bear nella Grande Casa Blu” 

“Bear nella grande casa blu” (il titolo originale era “Bear in the Big Blue House”) era un programma per bambini prodotto negli Stati Uniti d’America dal 1997 al 2006, poi trasmesso in Italia dal 2001 al 2006. Il protagonista è un orso di nome Bear che vive in una casa grande e blu insieme ad altri animali; i personaggi in ogni puntata devono affrontare delle situazioni e grazie a queste sviluppano diverse qualità come il saper collaborare, in questo modo insegnavano anche ai bambini come sviluppare queste qualità. Probabilmente quello che ricordano tutti gli spettatori di questo cartone è la canzone finale, chiamata “Canzone dell’arrivederci”: alla fine di ogni puntata l’orso si affacciava al balcone e raccontava alla Luna cosa era successo nella giornata e quella che possiamo definire la “morale della favola”, alla fine insieme cantavano questa canzone per salutare tutti gli spettatori. La Luna è la confidente di Bear, lui le racconta la sua giornata e riflette insieme a lei; questo è un programma per bambini, ma serve a insegnare loro a superare alcuni piccoli ostacoli e alcune insicurezze e a riflettere. Ora invece vediamo l’opera che scrive Leopardi, un dialogo tra un pastore e la luna in cui riflette sul senso della vita.

“Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” 

“Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” è un’opera composto fra il 1829 e il 1830 ed è contenuto nei “Canti”. In quest’opera un pastore riflette parlando con la luna sui problemi che l’uomo affronta nella vita. Leopardi prese spunto da un resoconto di un viaggio in Oriente letto su una rivista, aveva letto che i pastori nomadi passavano la notte a guardare la luna e inventare canti. Partiamo analizzando il titolo, infatti il protagonista è un pastore e viene dall’Asia e questo ci fa capire che proviene da un mondo che l’autore vede come primitivo e che rappresenta una saggezza antica, il pastore è alla ricerca del senso della vita. Inizialmente il protagonista si rivolge alla luna, le chiede il senso del suo moto e lo paragona alla vita del pastore; poi parla del cammino faticoso dell’uomo e successivamente i tormenti della vita umana sono estesi anche ai neonati, che hanno bisogno subito di essere consolati dai mali della vita. Il pastore chiede alla luna il senso della vita e della morte e afferma che secondo lui la vita è dolore, poi paragona l’uomo al gregge dicendo che il gregge non ha memoria del dolore e riesce a riposare, invece l’uomo prova depressione e noia e questo lo rende infelice. Alla fine il pastore conclude che forse l’uomo è solo destinato all’infelicità e leggiamo “funesto a chi nasce è il dì natale”. Adesso vediamo altre riflessioni sul senso della vita, sempre presentate in forma di dialogo: le “Gatha”.

Le “Gatha” 

Le “Gatha” sono una raccolta di 17 canti filosofici, o poesie, composte da Zarathustra Spitama circa 3.500 anni fa. Furono concepite per inserire molte informazioni in ogni strofa, intrecciate in una grammatica e metafore complesse; possono essere interpretate in molti modi. Contengono una vita intera di pensieri e insegnamenti di Zarathustra, scritti in poesia, che vogliono onorare il divino e illuminare l’ascoltatore. Piuttosto che scrivere lunghi sermoni o dettare un elenco di doveri su come vivere la vita, Zarathustra decise di scrivere una guida per raggiungere il divino in sé stessi e migliorare l’esistenza, confidando che ogni persona la realizzi secondo le proprie possibilità. Zarathustra così diede ai suoi ascoltatori un percorso per diventare come il Creatore, ma diede loro anche un modo di pensare che avrebbe permesso di scoprire il vero significato dell’esistenza. Questo modo di pensare fu intitolato “Vanguhi Daēnā” (la buona visione), un sistema filosofico e spirituale per raggiungere il divino e la perfezione del mondo. Gli argomenti principali trattati sono la lotta tra bene e male, il perseguimento del bene in modo attivo, i modi per arrivare alla felicità.

Possiamo vedere come nella religione già circa 3500 anni fa, nella poesia nel XIX secolo e anche alla fine degli anni ’90 con programmi per bambini l’uomo si interroga su diverse questioni “morali”; per farlo in questi tre casi simula dialoghi, ognuno con un linguaggio diverso (anche considerato il tipo di pubblico a cui si rivolge). Quindi qual è il senso della vita? Perseguire attivamente il bene? O che l’essere umano è destinato all’infelicità al contrario degli animali? O forse che a fine giornata è giusto riflettere e tirare le somme di cosa è accaduto? Forse il dialogo tra l’orso e la luna funziona perché lui è un animale e non un uomo, o forse è il pastore di Leopardi a non riuscire a dialogare con la luna.

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